CAST & CREDITS

cast:
Isabelle Huppert, Edith Scob, André Marcon, Roman Kolinka, Sarah Le Picard, Solal Forte, Marion Ploquin

regia:
Mia Hansen-Løve

distribuzione:
Satine Film

durata:
102'

produzione:
CG Cinéma, Detailfilm, Arte France Cinéma

sceneggiatura:
Mia Hansen-Løve

fotografia:
Denis Lenoir

montaggio:
Marion Monnier

costumi:
Rachel Raoult

Le cose che verranno | Recensione | Ondacinema

Le cose che verranno

di Mia Hansen-Løve

drammatico, Francia/Germania (2016)

di Matteo De Simei

Voto: 8.0

Che "L'avenir" dovesse segnare un punto di svolta all'interno dell'emancipata carriera da cineasta della trentacinquenne Mia Hansen-Løve lo si intuiva da parecchi fattori, prima ancora dell'Orso d'Argento alla miglior regia di Berlino dello scorso anno. Un segnale che è strettamente legato, prima di ogni altra cosa, all'inconfutabile dote di una giovanissima cineasta che nell'ultimo decennio, dal sorprendente esordio di "Tout est pardonné" (inedito in Italia ma fruibile sulle più note piattaforme streaming), è stata capace di forgiare un cinema sempre più maturo e personale. Dall'acerbo ma sentito "Il padre dei miei figli" al pruriginoso "Un amore di gioventù", sino al suo penultimo lavoro, "Eden" che con incantevole profondità rimanda a un linguaggio cinematografico tipicamente rohmeriano dove la solitudine, l'abbandono e lo scorrere inesorabile del tempo solcano le esistenze di Paul e degli altri personaggi.
In un cortocircuito esistenziale e generazionale, la Hansen-Løve molla la presa sui primi amori e sulle aspirazioni dei giovani suoi coetanei per incunearsi nella vita di Nathalie, una donna sposata e madre di due figli che insegna filosofia in un liceo di Parigi (un'immensa Isabelle Huppert, interprete formidabile che riesce addirittura a superarsi dal già portentoso personaggio di Michèle in "Elle" di Verhoeven). "L'avenir" è senza dubbio la vetta artistica della Hansen-Løve, opera dove la raffinata maturità artistica va di pari passo con una storia energica e al tempo stesso fragile, visceralmente intellettuale e al tempo stesso autentica, dove è palese l'esigenza autoriale di andare oltre ai dialoghi e alle immagini per ricercare l'invisibile. Un processo effimero e volatile come un qualsiasi trattato di filosofia e che abbraccia essenzialmente tre fulcri tematici.


La ricerca della propria identità

La pellicola, evitando didascalismi, si apre ponendo immediatamente lo spettatore di fronte a una domanda: "ci si può mettere al posto dell'altro?". È il primo affondo della Hansen-Løve in direzione di quello che si rivelerà essere uno dei temi preminenti dell'opera, la disperata ricerca di riuscire a trovare sé stessi. L'idillio di un passato sereno e dal sapore vagamente proustiano (l'adunata familiare dinanzi alla tomba di François-René de Chateaubriand, padre del romanticismo letterario francese e non a caso uno tra i precursori dell'analisi dei sentimenti dell'io) si tramuta improvvisamente nel buio del presente dove l'azione salvifica della filosofia cerca di frenare la triste escalation della realtà quotidiana.
Identità che trova analogia con la dissertazione di Nathalie sul riconoscimento della verità: "in fondo, il problema non è tanto quello dell'esistenza della verità, bensì quello dei criteri che permettono di stabilirla", criteri che al di fuori del tempo sono vulnerabili e irrisolvibili, tanto nell'arte quanto nella vita privata.
E riuscire a trovare sé stessi oggi è un processo di estrema complessità. Lo testimoniano le idiosincrasie che continuamente affiorano durante la visione del film: proteste studentesche fallaci e disgiunte che sottolineano i cambiamenti sociali e lo sciatto scarto intergenerazionale nella lotta studentesca (meravigliosa la sequenza nella quale la Huppert recupera all'esterno della scuola i suoi allievi che desiderano entrare in classe a fare lezione ma che sono frenati dal blocco coattivo di altri che incitano al crumiraggio. Rientrando, alludendo al coro all'esterno bofonchia in tono ridicolo e canzonatorio "tutti insieme..."), la superficialità con cui viene preso in considerazione il dibattito sul terrorismo (incarnato nel libro di Enzensberger "Il perdente radicale", panegirico sull'uomo distruttore e autodistruttore che Nathalie regala al suo allievo prediletto Fabien) e naturalmente la politica odierna che pervasiva si insinua in tono lieve e irrisorio, tra un Sarkozy "bruttissimo" e dettagliate allusioni sessuali sul suo predecessore Chirac. Niente a che vedere con il tono elegiaco attraverso il quale viene declamato il "Contratto sociale" di Rousseau che sentenzia la sterilità dell'uomo nel pretendere di voler governare democraticamente.


L'ineluttabilità dell'ipocrisia


Nathalie, che ha un passato giovanile da attivista comunista, oggi vuole infondere nella testa dei suoi allievi solo la passione del suo lavoro, per cercare di inoculare un'identità che sia frutto della propria testa e del loro pensiero. La conoscenza, la vita intellettuale è linfa vitale per la protagonista, così meravigliosamente prorompente al punto tale da non abbatterla di fronte alle molteplici ipocrisie che affronta nel suo cammino: una casa editrice che la liquida perché i suoi testi non sono più appetibili e conformi ai canoni del marketing (geniale l'ironico ossimoro nel quale i due manager editoriali le parlano di valori e umanizzazione proprio mentre Nathalie tiene in mano "Minima Moralia" di Adorno), il tradimento del marito che l'abbandona per un'altra donna (abbattendo il motto kantiano della sua vita: "il cielo stellato sopra di me e la legge morale nel cuore") e la morte della madre, ex modella, rinchiusa a malincuore in una casa di riposo che "odora di morte".
Da una prospettiva puramente identitaria, il legame tra Nathalie e il suo allievo Fabien è fondamentale. Il ragazzo è un radicale che ha in mente di elaborare un trattato sulla Scuola di Francoforte e vive in una comune anarchica in aperta campagna. Per la donna quel posto è un rifugio ma ammette di essere cambiata e che è ormai troppo vecchia per il radicalismo. Eppure "il mondo è lo stesso, solo peggiore". Anche qua l'idillio del presente è interrotto dalla brusca delusione che la donna riceve dal ragazzo che, senza giri di parole, l'accusa di vivere una vita borghese da finta intellettuale impegnta. Una "bobo" o "radical chic" che dir si voglia, appartenente a una classe agiata ma che non denigra idee politiche di sinistra tipiche della rivoluzione sessantottina (apertamente sviscerata dal suo compagno Olivier Assayas in "Après mai"). È questa ipocrisia tra ideali e stile di vita (cfr. la casa di Nathalie vs la comune dove spesso ella cerca rifugio, e ancora, il vistoso disagio dello stesso Fabien a casa della donna) a destabilizzare il rapporto e a creare l'unico vero colpo inferto al corpo e alla mente della protagonista in tutto il film (ancor più del tradimento del marito o della morte della madre), che si ritrova sul letto a piangere singhiozzando come una bambina.


Libertà vs destino - La necessità del desiderio e della speranza

Mentre Pandora, la gatta, riesce a (ri)trovare nel verde della campagna la sua identità, l'istinto da predatore che sembrava perso (in città si nascondeva continuamente), Nathalie è vittima di una resistenza tra libero arbitrio e l'accettazione di lasciarsi condurre dagli eventi. In questa myse en abyme intima e perpetua che le impedisce di trovare sé stessa (le avances di uno sconosciuto in un cinema che proietta "Copia conforme" di Kiarostami. Nulla è lasciato al caso) pur ritrovandosi completamente sola e ormai senza vincolo alcuno, Nathalie continua a trovare nella filosofia l'unica fonte di libertà e di felicità possibile. Quello che rimane è il senso di impotenza di fronte al tempo che la Hansen-Løve riesce a evocare con spiazzante lucidità. E per aiutarsi nell'intento, la regista parigina si avvale di un caposaldo di Emmanuel Lévinas, "Difficile libertà", libro imprescindibile per Nathalie che intimamente ricerca tra filosofia, etica e concezione religiosa, "l'esigenza di una libertà quasi vertiginosa nel suo desiderio di trascendenza"[1].
In questo viaggio dove la macchina da presa della regista pedina incessantemente Nathalie e le sue peripezie, ci imbattiamo in due lezioni/citazioni che compendiano il pensiero filosofico del film. La prima è la lettura al funerale della madre di un passaggio di Blaise Pascal contenuta in "Pensieri"[2], la seconda è tratta da "La Nouvelle Heloise" sempre di Rousseau[3]. In entrambe, la risposta è contenuta nel desiderio e nella speranza.
Perché "L'avenir" pur essendo costellato di biblioteche mastodontiche, classici di filosofia, innumerevoli autori e citazioni, atteggiamenti apparentemente narcisisti fini a sé stessi, è invece un cinema che trova vigore e ispirazione, oltre che nell'esigenza autobiografica dell'autrice (i genitori sono davvero insegnanti di filosofia e si sono davvero separati), anche in un linguaggio cinematografico che cerca di rispondere alla solitudine, alla malinconia esistenziale dei propri giorni attraverso un tenue e dolcissimo cantico della speranza, focalizzando l'attenzione sui processi contraddittori del pensiero tipico degli intellettuali. Lo fa con esemplare luminosità, senza ampollosità di sorta, lasciando che la lucentezza delle immagini (il film è girato prevalentemente in esterni) e la musica che spazia tra Schubert, Guthrie e Donovan, prendano il sopravvento.
Perché in fondo la commistione tra arte e pensiero filosofico che in "L'avenir" genera in noi un sottile stato di angoscia inerme, non può che testimoniare che di fronte all'inesorabile scorrere del tempo, il desiderio e la speranza sono le uniche forme di ancoraggio del vivere quotidiano e di un avvenire imperscrutabile. Che nel caso di Nathalie, si traducono in una nuova piccola vita da cullare tra le braccia e in una dolcissima ninna nanna.


[1] "La vita che conduce a Dio conduce dunque ipso facto verso l'uomo; la via che conduce verso l'uomo ci riconduce alla disciplina rituale, all'educazione di sé" (Emmanuel Lévinas, "Difficile libertà", Jaca Book, 2004, pag. 35)

[2] "Questo è quello che vedo e che mi preoccupa. Guardo in ogni direzione ma, dappertutto, vedo solo oscurità. La natura non mi offre nulla che non sia materia di dubbio e inquietudine. Se non scorgessi nulla che riveli una divinità, potrei giungere a una conclusione negativa. Se vedessi ovunque i segnali di un creatore, riposerei in pace nella fede. Ma, vedendo troppo per negare e troppo poco per essere certo, mi trovo in uno stato miserabile, in cui cento volte ho desiderato che, se c'è un Dio che la sostiene, la natura lo indicasse senza equivoco; e, se gli indizi che essa ne dà sono ingannevoli, li eliminasse completamente. Che dicesse tutto o niente, affinché io possa vedere qual è il sentiero da seguire. Invece, nello stato in cui mi trovo, ignorando ciò che sono e ciò che devo fare, non conosco né la mia condizione né il mio dovere. Il mio cuore aspira interamente a conoscere ove sia il vero bene, per seguirlo. Nulla mi sarebbe tanto caro per l' eternità".

[3] "Finché si desidera si può fare a meno di essere felici: perché si aspetta di esserlo. Se la felicità non arriva, la speranza si prolunga, e l' incanto dell' illusione dura quanto la passione che lo provoca. Così, questo stato, è sufficiente a se stesso. E l' inquietudine che esso procura è una specie di godimento che supplisce alla realtà. E forse è migliore. Guai a chi non desidera più niente. Perde, per così dire, tutto quanto possiede. Si gode meno di ciò che si ottiene che di ciò che si spera. Non si è felici che prima di essere felici".