CAST & CREDITS

cast:
Reimond Amsalem, Asharaf Berhum, Dudu Tasa, Zohar Strauss, Michael Moshonov, Oshri Cohen, Itay Tiran, Yoav Donat

regia:
Samuel Maoz

durata:
92'

produzione:
Metro Communications

sceneggiatura:
Samuel Maoz

fotografia:
Giora Bejach

scenografie:
Ariel Roshko

montaggio:
Arik Lahav-Leibovich

costumi:
Hila Bargiel

musiche:
Nicolas Becker

Lebanon | Recensione | Ondacinema

Lebanon

di Samuel Maoz

drammatico, Israele (2009)

di Antonello Perrone

Voto: 6.5
Putrido, oleoso, claustrofobico. La pancia di un carro armato, con le sue pozzanghere, con i suoi raggi di umanità e le sue ombre, trasuda angoscia. É un po' questa la ricetta di Samuel Maoz per portare a casa il leone d'oro. Quattro soldati con il loro panico, con la loro faccia incrostata di grasso, un po' di onirismo e qualche sano picco di emotività che non guasta mai. Lo spazio nel quale sono costretti a rimanere per sopravvivere è geografia dell'anima, assi cartesiani della costrizione nel seguire gli ordini e dai quali non possono fuggire. Tutto al più qualcuno può entrare. É il caso del sergente dei parà a capo della missione che viene a far loro visita: entra ed esce a sbraitare ordini, ma in fondo anche lui ha buon cuore. Oppure il terrorista siriano, prelevato ed incatenato all'interno del carro, di lui però non sappiamo granché dato che il regista ha pensato bene di non sottotitolarcelo e da ultimo il falangista cristiano. Beh questo, a dire la verità, è un po' più cattivello, infatti non vede l'ora di perpetrare le peggiori torture al prigioniero arabo, le solite amenità: cavare occhi, tranciare peni, trascinare il corpo con una macchina.

Che strano anche qui come in Valzer con Bashir sembra che gli unici spietati siano i fedeli di Gemayel. Intanto mentre i quattro vivono i loro drammi interiori fuori c'è la guerra, c'è il paese dei cedri, fuori ci sono i soldati dell'esercito israeliano che muoiono se l'artigliere Shmulik si fa prendere dalla smania di non ammazzare. Dentro e fuori. Le facce sporche di petrolio e le bombe al fosforo, che devono essere chiamate "Fuoco ardente" perché illegali, sono lo specchio di un melodramma estetizzante. Una costruzione visiva caratterizzata da un incedere sommesso di primi piani che scruta la sensibilità di ragazzi strappati alla loro quotidianità. Una messa in scena dove l'analisi critica cede quasi immediatamente spazio all'emotività, dove il processo della memoria del regista (Maoz ha partecipato come artigliere alla guerra del 1982) rimane presto invischiato nella soggettività, nel ritratto della gioventù senza porsi troppe domande sul contesto di devastazione e sul processo politico in atto in quel momento storico.

La guerra vista nell'interiorità di soldati infelici e spaventati che raccontano di mamme e di maestre dai seni prosperosi. Un oblò-mirino per spiare l'esterno, per sparare, per osservare la disperazione dei civili. I dialoghi e la voce radio del comando per veicolare inquietudine, la sospensione del tragico che demanda continuamente ad una disgrazia imminente, il silenzio che conflagra in momenti di furente concitazione, tutto, insomma, concorre alla costruzione del dramma non solo dei personaggi, ma di una intera nazione. Il risultato è forte e, a tratti, intenso, ma pecca nel volersi affidare completamente all'emozionalità, nel voler calcare la mano sul sentimento. Un film contro la guerra, che, alla fine, sembra assolvere tutti, perché bisogna eseguire gli ordini anche quando c'è da sparare su donne e bambini.