CAST & CREDITS

cast:
Mathieu Amalric, Marion Cotillard, Charlotte Gainsbourg, Alba Rohrwacher, Louis Garrel, Hippolyte Girardot, Laszlo Szabo, Bruno Todeschini

regia:
Arnaud Desplechin

durata:
114'

produzione:
Canal+, Ciné+, France 2 Cinéma, Why Not Productions

sceneggiatura:
Arnaud Desplechin, Julie Peyr, Léa Mysius

fotografia:
Irina Lubtchansky

scenografie:
Toma Baqueni

montaggio:
Alexandre Nazarian

musiche:
Grégoire Hetzel

Les fantômes d’Ismaël | Recensione | Ondacinema

Les fantômes d’Ismaël

di Arnaud Desplechin

drammatico, commedia, Francia (2017)

di Giuseppe Gangi

Voto: 7.0
Curioso come due degli esponenti più importanti di quel cinema francese che rinasceva tra anni 80 e 90, a distanza di un anno l'uno dall'altro, affrontino dei fantasmi. Olivier Assayas in "Personal Shopper" si concentra sulla materializzazione ectoplasmatica e la smaterializzazione del mondo circostante, mentre Arnaud Desplechin in "Les fantômes d'Ismaël" si confronta, attraverso l'ennesimo alter-ego, sui fantasmi del passato.

Ismaël Vuillard è un regista di mezz'età che sta lavorando a un film ispirato al fratello che non vede da molti anni. La pellicola si apre proprio sulle immagini del film-nel-film in cui si parla di un certo Ivan Dedalus, funzionario diplomatico venuto da chissà dove e chissà dove sparito; il montaggio sincopato, i dialoghi allusivi, il tono cospirativo rimandano al primo segmento di "Trois souvenirs de ma jeunesse", in cui Dedalus veniva scambiato per una spia. Il fratello che mai si vedrà, se non attraverso il volto dell'attore Louis Garrel, è naturalmente legato a doppio filo all'esistenza del protagonista: "lui era quello sensato" dirà Ismaël, alludendo alla propria irragionevolezza, alla propria spericolatezza di artista. L'uomo è roso poi da un altro fantasma, quello di Carlotta, la moglie scomparsa nel nulla ventun anni prima lasciando disorientati e disperati lui e il di lei padre, l'ormai anziano regista Henri Bloom (altro cognome joyceiano), che di notte è svegliato dall'incubo di vedere la morte della sua bambina.

Ismaël è riuscito a trovare un equilibrio grazie a Sylvia, conosciuta tre anni prima a una festa: insieme, i due passano dei giorni di vacanza in una villa al mare, cosicché lui possa concentrarsi e finire di riscrivere la sceneggiatura. Mentre Sylvia è sulla spiaggia a prendere il sole, una figura si avvicina dallo sfondo, in riva al mare, e si presenta quale Carlotta. Spiazzata, Sylvia porta la donna a casa e richiama il compagno, assorto dal suo lavoro, che, incredulo, riconosce immediatamente il volto della moglie sparita due decenni prima. "Sei invecchiata" le dice quasi a bruciapelo. E non "Dove sei stata?" , né "Perché torni ora?", domande che porrà solo in un secondo momento, quando scemerà lo sbigottimento e monterà la rabbia.

Il regista realizza l'ennesimo saggio di bravura tra decoupage mandato in frantumi e avvolgenti pianisequenza, contrasti luce/buio, l'iride come occhio cinematografico che proietta ricordi, lo schermo bianco come unica tela su cui è possibile dipingere, i corpi femminili come unica figura a cui abdicare. Non sono i semplici personaggi a condurre la narrazione, poiché al centro della messa in scena ci sono soprattutto i loro sentimenti, è il loro sentire interiore che domina la forma cinematografica battendo il tempo e mutando i generi (dal mystery al dramma, dal sentimentale al comico). Per Desplechin ogni scelta di stile ha una eco emotiva e questo suo marchio di fabbrica lo si nota nel modo in cui dirige il trio di grandi interpreti protagonisti, ossia sfruttando i dettagli: lo sguardo febbricitante di Mathieu Amalric, l'aria via via più mesta di Charlotte Gainsbourg, la libertà che esprime Marion Cotillard con gli occhi sognanti e un sorriso enigmatico sono il baricentro fisico-emotivo intorno a cui gravita quest'opera. Un'opera, va detto, imperfetta e probabilmente incorreggibile che, dopo uno sviluppo compiuto sul comeback di Carlotta e al dissesto affettivo che comporta, deraglia disperdendo quella magica concentrazione di talento appena costruita. "Les fantômes d'Ismaël" diventa quasi una commedia degli equivoci e, nella linea tramica dedicata al protagonista eponimo, la comicità ha connotati esagerati, slapstick. Desplechin, forse, dopo aver toccato nuove corde del suo spettro emotivo, fa marcia indietro per nascondersi e mascherare quanto realizzato, ristabilendo un equilibrio demiurgico soltanto nel finale. È un regista equamente coraggioso e avventato, perché con assoluta libertà e sprezzo del pericolo riesce a mandare all'aria la coerenza di un film solo per portare avanti delle intuizioni secondarie: Ismaël e il senso di persecuzione che lo assilla; la spy-story su Ivan le cui complicazioni cospirative sono i viluppi della mente ingarbugliata del regista; il produttore che cerca di riportare sul set il regista e fargli terminare il lavoro. 

Infine c'è Carlotta, nome dalle ascendenze letterarie come tanta onomastica desplechiana ma che, in questo caso, non può non essere un omaggio a "Vertigo" di Hitchcock, poiché Carlotta è innanzitutto un'immagine che si incarna: la foto di una bambina, il ritratto di una giovane donna. La donna è il parto della fantasia del regista, una sorta di sidestory della sua sceneggiatura? La linearità narrativa conferma l'effettiva presenza del personaggio, la sua tangibilità. È il valore a rimanere simbolico ed è sul significato da attribuire al simbolo che il regista un po' si incarta, un po' svia, sbilanciando la pellicola verso la nevrosi autosabotante del protagonista. Come ogni protagonista di Desplechin, anche Ismaël è un autoindulgente narcisista: si compiange, accusa la moglie di averlo lasciato con ventun anni di irredimibile solitudine, eppure, si capisce che pur amando Sylvia continua ad avere relazioni con le proprie attrici.  Se "Trois souvenirs de ma jeunesse" era il racconto del perduto amore, fatto a pezzi e poi idealizzato e rimpianto, prima della caduta nell'autocommiserazione della vecchiaia, "Les fantômes d'Ismaël" è un film su cui aleggia lo spettro della morte e, proprio per questo, l'aspetto della genitorialità e della rinascita emerge in primo piano. "Sono troppo vecchio" dice spesso il protagonista, anche se forse non lo pensa davvero. Ma poco importa: Desplechin firma l'ennesimo tassello della sua autobiografia in pellicola, l'unica che veramente pare contare per questo regista che continua a esporsi nascondendosi dietro la macchina da presa.