CAST & CREDITS

cast:
Louis Garrel, Clotilde Hesme, Julien Lucas, Francois Toumarkine

regia:
Philippe Garrel

durata:
127'

produzione:
Maia Films

sceneggiatura:
Marc Cholodenko, Philippe Garrel, Arlette Langmann

fotografia:
William Lubtchansky

Les Amants Réguliers | Recensione | Ondacinema

Les Amants Réguliers

di Philippe Garrel

drammatico, Francia, Italia (2004)

di Marco Conte

Voto: 8.5
"Les amants réguliers" si è aggiudicato ben due premi alla Mostra del cinema di Venezia: migliore regia e miglior fotografia. E' sicuramente una vittoria che dà prestigio al festival e che con questi riconoscimenti incorona il cinema indipendente e a basso costo. Vittoria del cinema, quindi, perché il film di Garrel è una vittoria della rivoluzione romantica dell'immagine, di una rivoluzione che ha come obiettivo la traspirazione dei sensi dalla figura, una rivoluzione che torna indietro guardando avanti. La fotografia in bianco e nero di William Lubtchansky (già fotografo di Godard e Rivette) impone uno stile di enorme effetto visivo, accorcia le tonalità medie enfatizzando quelle estreme e rendendo quasi espressioniste le ambientazioni cocteauiane.

Nel 68 delle contestazioni sociali parigine, i giovani amanti regolari intrecciano politica e droga, poesia e scultura, sesso e amore in un armonico equilibrio che si compie fotogramma dopo fotogramma. Lunghi piani-sequenza che sembrano voler scrutare nel profondo le (in)certezze dei protagonisti attraverso una regia che si contrappone nettamente a quella di Antonioni, ma che in essa ritrova proprio questa metodologia di investigazione delle sensazioni. La quasi totale assenza di musica rende assordante l'interpretazione in chiave onirica del film, che ci riconduce tramite i silenzi al miracolo di Bunuel, facendone scaturire un cortocircuito tra campanelle e stacchi di pianoforte.

Un sogno, quindi, un sogno razionale e lungo una vita ma anche una realtà onirica permanente, senza fine. La composizione filmica ci riporta indubbiamente ai tempi d'oro della Nouvelle vague francese, che anche a livello stilistico riesuma una certa volontà di esprimere nell' improvvisazione morale una forza, una passione e una qualità ineguagliabili. E' un cinema che si sottrae a sé stesso, ma che mostra una spiccata capacità strutturalista, che ottiene dal complesso mosaico spazio-temporale un desiderio compiuto, una rivelazione irrazionale, una sorta di traduzione in rewind dalla prosa alla poesia. Solo il raccordo sensoriale che interagisce tra quel bianco e quel nero svelerà il colore fortissimo di questo film, un colore limpido e cristallino che nella sua soggettività rimarrà indelebile nel tempo e nello spazio, per il tempo e per lo spazio.