CAST & CREDITS

cast:
Emma Thompson, Brendan Gleeson, Daniel Brühl

regia:
Vincent Pèrez

distribuzione:
Videa

durata:
97'

produzione:
X-Filme Creative Pool, Master Movies, Filmware

sceneggiatura:
Vincent Pérez, Achim Von Borries, Bettine Von Borries

fotografia:
Christophe Beaucarne

scenografie:
Jean-Vincent Puzos

montaggio:
François Gédigier

costumi:
Nicole Fischnaller

musiche:
Alexandre Desplat

Lettere da Berlino | Recensione | Ondacinema

Lettere da Berlino

di Vincent Pèrez

drammatico, Germania/Francia/Regno Unito (2016)

di Eugenio Radin

Voto: 7.0
"Yes, and how many times can a man turn his head
and pretend that he just doesn't see?"
(Bob Dylan, "Blowin'in the wind")


Ricorre innanzitutto, in apertura a "Lettere da Berlino", l'analisi cinematografica di una questione morale, che è poi il principio etico su cui ogni conflitto bellico si ritrova a riflettere, senza mai riuscire nel proposito di fornire una risposta definitiva: è lo scontro tra l'ideale assoluto che il singolo è chiamato a servire in quanto parte dell'ingranaggio della Patria e la veracità sanguinolenta e crudele del fatto reale: la morte, che l'ideale, una volta dimostrata la sua contingenza, è incapace di lenire.
Le veloci immagini che fungono da antefatto alla pellicola, in cui il figlio della famiglia Quangel viene assassinato durante l'occupazione nazista della Francia, entrano in conflitto con la sequenza successiva, in cui le svastiche delle bandiere del Terzo Reich si agitano festanti nella celebrazione del successo militare.
Ma nessuna parata celebrativa è capace di cancellare il volto indelebile e tangibile della morte: il lutto rimane anche dopo la vittoria ed è la sabbia che inceppa il meticoloso ingranaggio del consenso. Nella mente dell'operaio Otto e della moglie Anna si genera allora, di fronte alla percezione concreta della ferita, il tarlo del pensiero morale, capace di togliere i paraocchi e di far voltare la testa, di far vedere il vero volto dell'intento nazista e di rendere possibile l'uscire da quel circolo vizioso e incosciente che è l'asservimento cieco alla banalità del male.
Questo il nodo di partenza del film, da cui scaturisce la storia di una caccia al disertore che assume talvolta i tratti del thriller; la vicenda di una disubbidienza civile che si svolge in sordina, con tutta la magnificenza e la potenza della piccola azione.

La stessa disubbidienza che porta il Saul di Nemes a prodigarsi per dar degna sepoltura al figlio indica a Otto Quangel la via per una scrupolosa ribellione: le cartoline sovversive, che rivendicando una stampa libera denunciando le falsità e le bugie della dittatura hitleriana, hanno la stessa potenza dei minuscoli granelli di sabbia insinuatisi nel mastodontico meccanismo ben congeniato del nazionalsocialismo. Hanno cioè la potenza innocua della goccia d'acqua che con pazienza e forza di volontà sa far straripare il fiume.
E a ben vedere la struttura filmica che Pérez propone possiede la stessa prudenza, la stessa leggerezza, la stessa dimensione minuta dell'azione di Otto. Nella pellicola la forma e il contenuto si danno la mano, procedono di pari passo ed è questo uno dei maggiori punti di forza del film.

Anziché ambire alla fondamentalità dell'opera definitiva e indispensabile, il cineasta e attore svizzero focalizza la sua attenzione sulla forza delle piccolezze: su una fotografia poetica e su una regia scevra di virtuosismi, sui volti degli attori che esprimono spesso più di quanto possa fare una sceneggiatura declamata. La narrazione procede a piccoli passi, senza arrischiarsi in ostentazioni di bravura, con la stessa accortezza dei sui protagonisti, confezionando così un'opera che, rinunciando a priori all'autorevolezza del capolavoro, riesce comunque a porre il proprio tassello nella giusta posizione, a generare una qualche riflessione e a conquistare lo sguardo dello spettatore con inquadrature che posseggono una loro pur semplice poeticità.

È interessante notare infine come l'attenzione non cada qui, ancora una volta, sulla questione dell'antisemitismo (lasciata al personaggio secondario dell'anziana coinquilina ebrea), ma proprio sul paradosso che la guerra genera in quanto guerra (quello del conflitto sopra accennato tra la gloria pubblica e il dolore privato). La domanda che qui si pone è se il prezzo da pagare valga il risultato. La critica ai principi del nazismo cede cioè il posto a una questione molto più universale: può la fede in un assoluto (che qui soltanto a titolo d'esempio prende il volto della patria, del nazionalismo) rendere ininfluenti o alleviare i dolori della realtà materiale? La risposta, amico mio, vaneggia nel vento.