CAST & CREDITS

cast:
Gong Li, Dao Ming Chen, Huiwen Zhang, Peiqi Liu, Guo Tao

regia:
Zhang Yimou

distribuzione:
Lucky Red

durata:
111'

produzione:
Jia Yueting, Ye Jerry, Kong Bill, Li Li, Zhao Yifang

sceneggiatura:
Zou Jingzhi

fotografia:
Zhao Xiaoding

montaggio:
Meng Peicong, Mo Zhang

musiche:
Chen Qigang

Lettere di uno sconosciuto | Recensione | Ondacinema

Lettere di uno sconosciuto

di Zhang Yimou

drammatico, Cina (2014)

di Sabrina Crivelli

Voto: 6.5
"Lettere di uno sconosciuto" è pellicola problematica di uno dei più celebri registi del cinema cinese contemporaneo, Zhang Yimou, che nei suoi ultimi due lavori, compreso il suddetto, segue un percorso di ridefinizione della propria produzione filmica.
L'autore, conosciuto presso il grande pubblico per i suoi wuxia (film asiatici di cappa e spada), tra cui "Hero" (2002) e "La foresta dei Pugnali Volanti" (2004), che ne hanno determinato anche la definitiva affermazione internazionale, ha certo esperienza non solo con eroi vernacolari e combattimenti marziali, ma anche con il dramma intimista, epico e storico: ne sono un esempio il bellissimo e premiatissimo "Lanterne Rosse" (1991) o il magniloquente "Città proibita" (2007). "Lettere di uno sconosciuto" rientra perfettamente in quest'ultimo filone, collegandosi peraltro a un complesso periodo della storia del popolo cinese, quello della Rivoluzione Culturale e della dittatura maoista. Momento dunque topico a livello collettivo, ebbe ripercussioni anche nella vita dei singoli individui, come si evince dalle vicende dei protagonisti, una famiglia divisa per due decadi. La scena si apre con Dan Dan (ZHANG Huiwen), giovane ballerina (lo è anche nella vita reale la sua interprete) che impugna dei fucili in una coreografia celebrativa del partito; la ragazza non ottiene il ruolo principale per colpa del padre, Lu Yanshi (Chen Daoming, che con il regista aveva già collaborato in "Hero"), intellettuale e dissidente recluso già da anni, fuggito in quel momento e ricercato dalla polizia. Egli vuole incontrare lei e la madre Feng Wanyu (Gong Li, musa di Zhang Yimou e da lui scelta per molti film tra cui "Sorgo Rosso" (1987), "Lanterne Rosse" e "La città Proibita"), ma è denunciato da Dan Dan, che crede così di ottenere dei vantaggi. Dopo molti anni, scontata la pena e al suo secondo ritorno, la moglie, sconvolta per l'accaduto, non si ricorderà più di lui e lo tratterà come uno sconosciuto, condannandolo a un'ulteriore più dolorosa solitudine. Di qui il ricorso alle lettere in una sorta di corteggiamento epistolare.

Molteplici sono dunque i punti d'interesse, a partire dalla lettura quantomeno critica della storia novecentesca della propria nazione, prospettiva non ricorrente nella cinematografia cinese. Come per il precedente lavoro "I Fiori della Guerra" (2011), riguardante il Massacro di Nanchino, anche "Lettere di uno sconosciuto" è infatti tratto dal romanzo (basato sulle memorie del nonno) di Yan Geling, oggi residente negli Stati Uniti. Tuttavia, dalla sceneggiatura di questo nuovo lavoro, come dichiarato da Zhang stesso, sono stati eliminati gli aspetti più controversi, soprattutto politici, per evitare la censura, come emerge ad esempio dal titolo cinese (e internazionale) stesso "Coming Home", ben diverso da quello della fonte letteraria "The Criminal Lu Yanshi". Più focalizzato dunque sulla componente intimista e lirica, che su eventi chiave del passato recente, esistono altresì molteplici indicatori diegetici e visivi a comunicare un sotteso livello semantico. Anzitutto, a un grado più immediato, sin dalle prime sequenza è percepibile il peso della propaganda, dalle ballerine rivoluzionarie che danzano coi fucili, all'ostilità di Dan Dan per il padre, fino al suo tradimento, fornendo così un quadro sull'indottrinamento della gioventù e della popolazione, a cui consegue una totale anaffetività. La stessa percezione viene tuttavia trasmessa anche su un piano più sottile e diffuso dai caratteri della fotografia e delle ambientazioni. Da una parte gli interni, come gli esterni, non solo sono dominati da un certo squallore, ma sono ricoperti di affiche, ribadendo a livello visivo la ridondanza del messaggio propagandistico, ma richiamando forse (almeno nelle prime scene) anche i dazibao, denunce anonime di cui erano tappezzati i muri fin dal 1966. Dall'altra, la scelta cromatica, estesa pressoché all'intero girato a parte poche eccezioni, è caratterizzata dalla dualità dei toni del grigio e di un rosso accesso, emblema della Cina maoista. Nei costumi, come nelle costruzioni, si oppongono allora colori slavati a particolari vermiglio, evidenziati da tale contrasto e destinati perlopiù a connotare elementi connessi alla Rivoluzione, come i manifesti o il costume della protagonista del balletto, metafora della suddetta.
Se quindi la componente emotiva è centrale nello svolgimento, la pellicola, decisamente più che melò sentimentalista, contiene in sé un insieme di valenza ulteriori dal punto di vista storico, come estetico.