Liberation Day | Film | Recensione | Ondacinema

Ondacinema

8.0/10

Art is a higher mission and demands fanaticism (Laibach)

 

Al regista svedese Morten Traavik è riuscito un piccolo capolavoro: organizzare un concerto di una rock band in Nord Corea, uno stato quasi del tutto impermeabile allo "straniero". Potrebbe bastar questo a rendere interessante la visione di "Liberation Day". Se non fosse che Traavik in Nord Corea ci ha portato una delle formazioni più anomale che abbiano mai calcato le scene (secondi forse soltanto ai Throbbing Gristle): i Laibach, genuini rappresentanti della prima generazione dell'industrial rock, "franchigia" formatasi nel 1980 nella piccola cittadina operaia di Trbovlje in Slovenia. La ritmica marziale militaresca, il canto baritonale e monocorde di Milan Fras, l'uso di diverse lingue (sloveno, tedesco, inglese, qualche volta anche italiano) già basterebbero a sottolinearne la particolarità, anche all'interno della stessa scena musicale indipendente; ma quello che da sempre caratterizza l'immagine (o per meglio dire la "cattiva reputazione") dei Laibach è l'uso dell'estetica del totalitarismo (fascismo, nazismo, stalinismo), non solo dal punto di vista del look ma anche da un punto di vista concettuale.

 

Rock ideologico?

Al centro dell'opera dei Laibach infatti c'è da sempre lo Stato-Leviatano, il soggetto collettivo in cui le singole individualità si "sciolgono" in un unico spirito dalle coordinate morali e religiose hegeliane e ambivalenti ("Siamo figli dello spirito e fratelli della Potenza" dichiararono nei primi anni '80). La band slovena è tanto affezionata al tema che, dopo la dissoluzione della Jugoslavia, all'interno del collettivo artistico-teatrale-musicale Neue Slowenische Kunst, diedero vita a uno Stato immaginario (NSK Staat) esteso nel tempo invece che nello spazio, con tanto di passaporti numerati. L'iniziativa negli anni ha avuto un tale successo (circa 75.000 i "documenti" rilasciati) che sul sito ufficiale son comparse note ed avvertenze per precisare che il passaporto NSK non dà il diritto ad entrare in Slovenia o in qualsiasi altro stato del mondo reale.

I Laibach sono la rock band che più ha giocato con l'ideologia e le ideologie.
Non ne hanno mai parlato, l'hanno semplicemente e brutalmente "presentata" e interpretata. Il messaggio principale è sempre stato: in realtà vi piace il totalitarismo, vi piace l'ideologia, vi piace essere una massa e ve lo dimostriamo con un concerto rock (che per loro di fatto equivale a un comizio di propaganda). Un passaggio del documentario è molto indicativo in questo senso: un vecchio VHS mostra un fan dei primordi, dopo un live: "Sto cercando di capire se loro sono nazi, mi sento strano, mi è piaciuto, mi è venuta voglie di marciare", afferma frastornato e lacerato tra la sua testa che odia il nazismo e il suo corpo che ama il ritmo marziale degli eserciti e l'ondata emotiva da irrazionalismo spirituale. In seguito il montaggio alterna gerarchi ai comizi con immagini di concerti rock. In particolare alla gestualità delle braccia che scandiscono l'oratoria da folla oceanica, fanno perfettamente eco le "pose" di Freddy Mercury mentre canta "Radio Gaga" al Live Aid (da molta critica musicale ritenuta la miglior esibizione dal vivo di sempre). L'accostamento potrebbe sembrare inutilmente provocatorio. ma lo sembrerà di meno se si tiene a mente che non c'è solo la distopia in forma oppressiva (modello "1984") ma anche quella "ricreativa" de "Il mondo nuovo" di Aldous Huxley.
Traavik osserva a tal proposito che mentre in Nord Corea sono ancora numerosissime le occasioni di adunata collettiva, in occidente invece, di arene pubbliche non son rimaste che le partite di calcio e i concerti rock. La conclusione del ragionamento non è espressa ma è chiara: ora sono questi "i luoghi di spaccio dell'oppio dei popoli".

 

Corto circuito culturale

Con queste premesse, si può ben capire allora di quale intensità sia il corto circuito culturale documentato in "Liberation Day". La Corea del Nord è lo stato orgogliosamente comunista autarchico, autocratico, dove il singolo non conta nulla e le libertà individuali ancor meno. La Corea del Nord, il paese dove l'annunciatrice della tv di stato - che sembra appena uscita da un film di Sion Sono - indossa un kimono rosa confetto e sciorina patriottiche veline al veleno su Giappone, Sud Corea e sui paesi occidentali. Proprio in questa terra arriva la rock band figlia di Tito che adotta i canoni estetici dell'invasore tedesco e che esalta, senza nessun distacco ironico, i valori dello stato come anima del mondo; quei Laibach che dissero che la felicità consiste nella "totale negazione dell'identità individuale, nel deliberato rifiuto dei gusti e delle credenze personali. Nella de-personalizzazione, nel sacrificio. Nell'identificazione con un ideale più alto: la massa, l'ideologia collettiva". In base a queste indubbie quanto paradossali assonanze, il filosofo-star Slavoj Žižek (sloveno come i Laibach, nonché amico di vecchia data) sostiene pomposamente - con gestualità da cocainomane tarantolato e un inglese dalle consonanti improponibili - che il concerto dei Laibach in Nord Corea è "finora l'evento culturale e ideologico-politico più affascinante del 21° secolo" (!) perché fa scontrare due mondi opposti che però si fanno eco. Žižek spiega che verso un sistema giudicato oppressivo solo due atteggiamenti sembrano essere legittimi: un distacco ironico e derisorio, allora si è sovversivi; oppure un atteggiamento serioso, in quel caso si è conformisti e asserviti. Ma questo è vero solo in apparenza. La questione infatti sarebbe mal posta perché il sistema (e in particolare il sistema liberal-democratico) già da solo si pone come non serio, non oppressivo e di conseguenza crea i suoi guitti "sovversivi" e li ingloba in un sistema di finte opposizioni, in cui la trasgressione è quanto mai conformista e conservatrice.
I Laibach allora sono i veri "rivoltosi" perché non vogliono aprire gli occhi a nessuno, al contrario: vogliono più alienazione per mostrare l'ipnosi delle masse per quello che è: eccitazione degli animi, invito a fondersi in qualcosa di più grande e naturalmente dichiarare sacro il sangue e il suolo. In questo senso, memorabile e profetica fu una performance (non presente nel documentario) nei primi anni '90 quando, allo stadio di Belgrado, in pieno clima di neo-nazionalismo, declamarono un discorso ultra-patriottico in lingua Serba, accostandolo ad immagini di atrocità della seconda guerra mondiale. Mettetevi nei panni dei serbi presenti quel giorno al concerto...

 

Il palco c'è ma non si vede

In "Liberation Day", i componenti dei Laibach sono semplici comparse. Ivo Novak (che è l'unico superstite, assieme a Milan Fras, del nucleo originario) non sta più sul palco, ma si è assegnato il ruolo di supervisore. È l'unico che riflette. Mina Špiler si vede ma parla poco. Milan non apre bocca (d'altra parte non ha mai parlato con la stampa). Chi sono allora i protagonisti? Traavik è l'unico personaggio principale, in quanto è colui che ha reso possibile l'evento, grazie a non meglio precisati contatti con il potere nordcoreano: è lui il mediatore di tutto, il responsabile ultimo del concerto, del film, della missione. Poi ci sono i funzionari di partito e i delegati del governo nordcoreano, impegnati in una delicatissima operazione di "equilibrismo" tra aperto disprezzo (grandioso il discorso d'accoglienza, una sfilza di offese pesanti che terminano con un'inaspettata richiesta di semplice "rispetto"), censura sempre all'erta e paura. Quest'ultimo è forse il sentimento prevalente della controparte coreana: paura di non capire, paura di non essere d'accordo, paura che le prove tecniche possano durare troppo ("possiamo provare tutto in una volta sola?"), paura di scontentare il Partito, paura, ogni tanto si percepisce, anche per la propria pelle.
Molto più interessante è però la reazione dei Laibach: rispetto, calma olimpica, niente giudizi affrettati, preoccupazione per i soli aspetti tecnici. Grandiosa in particolare la riflessione di Ivo Novak sulle continue richieste di tagli e censure: "Non siamo prevenuti contro la censura, noi stessi ci censuriamo ogni giorno, in continuazione". Emerge l'atteggiamento paradossale di chi in fondo ha un'"antica" anima dadaista: «la nostra unica responsabilità è di rimanere irresponsabili". Quel che importa ai Laibach è fare il concerto perché, come tante altre volte nella loro carriera, l'importante è essere in quel posto in quel momento, lasciare un segno nella storia (e nella crisi jugoslava qualcuno l'hanno lasciato). Non importa se per imbonire i nordcoreani bisogna cantare "Arirang", il brano più popolare del Paese. Anzi magari lo inseriranno in un prossimo album (non dimentichiamo che sono autori di Volk composto di soli inni nazionali, compreso quello dello stato immaginario NSK). Il momento più "scadente" dal punto di vista spettacolare è proprio il concerto: scaletta asciugata dalla censura, limiti tecnici degli impianti, Laibach un po' ingessati, pubblico completamente alieno (qualcuno dorme, qualcun altro resta a bocca aperta per tutto il tempo e non perché sia meravigliato). L'importante era farlo: "Un piccolo passo per i Laibach, un grande passo per l'umanità. La prossima volta ci vediamo a Teheran e nello stato islamico" conclude Ivo Novak.
Chissà, magari un giorno "Liberation Day" sarà veramente ricordato alla stregua della diplomazia del ping pong che negli anni '70 avviò il disgelo tra Cina e USA. Novak cita Leonard Cohen: "C'è una crepa in ogni cosa e da lì che la luce entra" ma aggiunge acutamente "Il problema è capire quanto allargare la crepa" perché sa che loro per i nordcoreani non sono altro che una specie di virus, che può contaminare il loro paradiso di felicità. Perché alla fine si tratta di questo: da una parte c'è un popolo che subisce il lavaggio del cervello perché si convinca di essere felice. Dall'altra c'è l'occidente. Invece di agguerrite annunciatrici in kimono rosa, abbiamo uomini in giacca blu e donne bionde in abiti color panna, verde, bianco. E ogni santo giorno che Dio manda in terra ci fanno il lavaggio del cervello per convincerci che siamo depressi e che ci hanno rubato il futuro.

 


11/02/2017

Cast e credits

cast:
Janez Gabri, Milan Fras, Tomaz Cubej, Boris Benko


regia:
Morten Traavik, Ugis Olte


durata:
100'


sceneggiatura:
Morten Traavik


fotografia:
Sven Erling Brusletto, Valdis Celmins


montaggio:
Gatis Belogrudovs, Ugis Olte


musiche:
Laibach


Trama
I Laibach in concerto in Korea del Nord. Tanto basta per rendere interessante questo documentario...