CAST & CREDITS

cast:
Hugh Jackman, Patrick Stewart, Richard E. Grant, Boyd Holbrook, Stephen Merchant, Dafne Keen

regia:
James Mangold

distribuzione:
20th Century Fox

durata:
137'

produzione:
20th Century Fox, Marvel Entertainment, TSG Entertainment, Seed Productions, The Donners' Company

sceneggiatura:
Michael Green, Scott Frank, James Mangold

fotografia:
John Mathieson

scenografie:
François Audouy

montaggio:
Michael McCusker, Dirk Westervelt

costumi:
Daniel Orlandi

musiche:
Marco Beltrami

Logan - The Wolverine | Recensione | Ondacinema

Logan - The Wolverine

di James Mangold

azione, avventura, fantascienza, Usa (2017)

di Antonio Pettierre

Voto: 8.0

Nel 2029 i mutanti non ci sono più. Logan si è ridotto a fare l'autista di limousine a pagamento e accudisce in Messico un professor Xavier novantenne, ammalato di una grave forma neurodegenerativa che lo rende un'arma di distruzione di massa. Con l'aiuto di un altro mutante, Calibano, cerca di tenere sotto controllo la devastante malattia di Charles con dei tranquillanti, dopo che ha causato un devastante incidente anni prima uccidendo tutti gli X-Men. Logan nasconde il suo vecchio mentore dalla Transigen, diretta dal dottor Zander Rice, che ha introdotto un antigene nel cibo e nell'acqua permettendo la scomparsa del gene X nella popolazione. Da più di vent'anni non nascono più mutanti e Rice, con i patrimoni genetici dei mutanti morti, costruisce in laboratorio dei cloni per creare armi a scopi bellici. Logan viene avvicinato da una donna chiedendogli aiuto per una bambina di nome Laura, che si scopre in seguito una mutante nata in laboratorio, clone di Logan e in fuga dall'esercito privato della Transigen. Inizia così uno scontro mortale e una fuga verso il Canada per la salvezza.

"Logan - The Wolverine" è il terzo spin off dedicato al più interessante degli X-Men, diretto ancora una volta da James Mangold, dopo "Wolverine - L'immortale". Ma, a differenza del precedente, questa volta il regista americano riesce nell'impresa di elevare il personaggio, e la sua storia, al di sopra di cliché e della serialità, mettendo in scena un dramma dalle tinte forti. Fin dall'incipit, con lo scontro tra un malandato Logan e un gruppo di ladri e assassini messicani che vogliono rubargli le ruote dell'auto dove sta riposando, abbiamo subito una descrizione a tutto tondo di un personaggio solitario, invecchiato e stanco. Logan è un disilluso, un loser, il cui unico desiderio è quello di scomparire: vuole comprare una barca e rifugiarsi in mezzo al mare insieme al vecchio amico, dove Charles non può far danni in preda alle sue crisi incontrollabili e distruttive. La cifra stilistica che Mangold sceglie è coerente e chiara fin da subito: non siamo di fronte al classico film Marvel, ma a un'opera matura, che parla di crisi e decadenza.

Ci sono due temi principali forti che sono strettamente collegati, uno metafisico e uno politico. Il primo affronta il tema della vecchiaia e dell'avvicinarsi della morte: anche Logan è malato a causa della sua armatura di adamantio che gli ha provocato un'infezione dei tessuti, tanto che il fattore rigenerante ormai non riesce più perfettamente a funzionare e le ferite negli scontri, che si susseguono durante lo sviluppo narrativo, si rimarginano sempre più con difficoltà. Fanno tenerezza i due uomini: Logan claudicante appare come un cavaliere solitario che si dirige verso il tramonto della propria esistenza; Charles è un vecchio malato alla fine dei suoi giorni, non sempre consapevole di quello che succede intorno a lui. Due anziani che lottano per Laura, simbolo di un futuro da salvaguardare, di una famiglia di sangue e non solo di appartenenza di razza come nei film precedenti. Lo scontro non è più razziale, ma tra un passato di giustizia e un presente modernista. S'innesta così la tematica politica rappresentata dalla Transigen, industria dove la produzione viene elevata a scopo e non mezzo della società, dove l'interesse economico e il potere per il controllo viene prima dell'umanità e della civile convivenza. Il cinico Rice, parlando dei bambini che ha clonato con i geni degli X-Men morti, li definisce "prodotti" e quando si rende conto che non li può utilizzare a scopi militari ordina di sopprimerli senza nessuna remora. Assistiamo alla metafora di un paese come gli Stati Uniti dove la normalizzazione impera, non sono tollerati i diversi e lo sfruttamento economico delle risorse naturali e umane sono prioritarie. E del resto i bambini riusciti a fuggire dalla "fabbrica" chiedono asilo politico a un Canada che li accoglie.

Ma "Logan - The Wolverine" non è solo questo. Mangold costruisce questa volta - intervenendo direttamente sulla sceneggiatura - un'opera dolente che richiama gli stilemi del western. La citazione esplicita avviene con la visione da parte della piccola Laura di sequenze del "Cavaliere della valle solitaria" trasmesso in tv in una camera di albergo. E la similitudine tra lo Shane di Alan Ladd del film del '53 di George Stevens e il Logan attuale è presto fatta. Ma oltre alla commistione con il genere classico del cinema americano, abbiamo anche un sostrato tragico shakespeariano: ci sono più elementi che ricordano "La tempesta" come il Prospero-Charles e Calibano, costretto a tradirlo e poi a sacrificarsi; l'isola dove si rifugiano è in mezzo al nulla, circondati da un mare di sabbia, in un vecchio e decadente fabbricato, pieno di detriti e dove il giallo della ruggine si confonde con quello del deserto. Oltretutto, la grandezza della tragedia è data anche da interpretazioni all'altezza di un Hugh Jackman, che mai come questa volta riesce a donare una profonda umanità al personaggio nella sua migliore prova, e a un Patrick Stewart che recita come un re Lear sulle scene del Globe Theatre. E l'attore inglese esprime tutto il proprio mestiere di interprete shakespeariano, rendendo Charles Xavier memorabile.

Arricchito da una fotografia di John Mathieson, che utilizza la saturazione dei colori, modificando le tonalità tra il deserto e il bosco nel finale, Mangold alterna sequenze degli scontri brutali e sporchi ad altre di dialoghi tra i due protagonisti in modo equilibrato. "Logan - The Wolverine" risulta così il meno marvelliano dei film della serie, ma proprio questo suo allontanarsi dalla fonte visiva e innestandone altre, lo rendono un'opera tragica dove il the end non è solo (meta)cinematografico ma soprattutto morale (ed epocale).