CAST & CREDITS

cast:
Julianne Moore, Dennis Quaid, Dennis Haysbert, Patricia Clarkson, Viola Davis, James Rebhorn

regia:
Todd Haynes

distribuzione:
Eagle Pictures

durata:
107'

produzione:
Killer Films, John Wells productions, Section Eight

sceneggiatura:
Todd Haynes

fotografia:
Edward Lachman

scenografie:
Mark Friedberg, Peter Rogness, Ellen Christiansen

montaggio:
James Lyons

costumi:
Sandy Powell

musiche:
Elmer Bernstein

Lontano dal paradiso | Recensione | Ondacinema

Lontano dal paradiso

di Todd Haynes

drammatico, Usa/Francia (2002)

di Eugenio Radin

Voto: 7.0
La realtà spesso non è ciò che sembra: questo pare suggerirci "Lontano dal paradiso", nel suo acerbo ritratto della classica famiglia perbenista dell'America anni 50. Una facciata splendente e invidiabile, ma che nasconde dietro alla luccicante vetrina i suoi oscuri demoni, la sua sofferenza, le sue umane debolezze.
La pellicola di Haynes si colloca dunque su un livello di imitazione dello stesso meccanismo cinematografico, il quale gioca sul nascondere dietro ad immagini ben curate il macchinoso e frenetico rumorio del set e il sudato sforzo del lavoro registico.
Premiata con la Coppa Volpi alla migliore attrice protagonista, Julienne Moore interpreta Cathy Whitaker, casalinga civilmente impegnata, moglie di un imprenditore di successo e madre di due figli, che si ritrova a fare i conti con un presente molto più duro di quello che la sua graziosa vita sembra evocare.
Ma a ben vedere il soggetto del felice nucleo famigliare rappresenta, ad un livello superiore di lettura, la miniatura dell'American Dream, del puritanesimo della provincia americana maccartista, il quale è istituito a vero obiettivo critico del film.

Ponendo la macchina da presa tra le scardinature della bellezza americana, la pellicola rivela il marciume occultato sotto ai sorrisi dei cartelloni pubblcitari e degli schermi televisivi, la crudeltà celata tra gli anfratti dell' intimità domestica, mostrando come l'ottimismo patinato del secondo dopoguerra americano nasconda in realtà un mostro, una società bigotta e chiusa in se stessa, incapace di fare i conti con l' Altro e bisognosa di espellere il diverso dal suo organismo come un cancro, nell' obiettivo di sopravvivere nella sua immutabilità.
Su questo punto le dinamiche inziali non possono non rimandare al capolavoro di Sam Mendes: "American Beauty", ma il successivo svolgimento delle vicende distanzia significativamente le due opere, regalando a ognuna una propria unicità e una propria autonomia cinematrografica.
Si vive qui la tragedia di chi, comodamente adagiato nella sua cultura e nei suoi costumi, si ritrova a dover fare i conti con una minaccia esterna. Si percepisce la tensione dell' Io che si ritrova a non essere più congruo all' Io comunitario, che diventa straniero, alieno, nemico.

Film di una grande lirica drammatica e di impegno sociale, il capolavoro di Todd Haynes analizza il dramma di chi si ritrova a essere "l'unico nella stanza" (per citare un' efficace espressione del film), di chi si sente escluso dal modello culturale e dagli ideali dominanti, ma proprio per questo diventa risorsa e motore del cambiamento.
Cathy Whitaker infatti non è solo la vittima degli avvenimenti, ma anche l'eroina tenace che, combattendo i pregiudizi, commette parricidio verso il proprio stesso universo culturale e verso le idee che in esso sono (in)espresse, denunciandone l'ipocrisia.
Si schiera a favore delle minoranze comprendendo prima degli altri che la quotidianità è ormai corrotta e che solo nella novità e nel vero progresso può celarsi il motore del cambiamento.

Cathy guarda oltre i dettagli, oltre le apparenze, nel bene e nel male. Riduce il quadro al solo colore e alla sola forma, prescindendo dalla figura che si vuole imporre agli occhi (come nel Mirò del film), ricerca la vera anima delle persone, nascosta sotto il chiacchiericcio e i battibecchi, intuendo che l' accordo con l' Altro può creare armonia e amore e che non serve a nulla curare la scorza, se non si ha prima cura della sostanza.

"A volte è con le persone fuori dal nostro mondo che ci confidiamo di più. Ma una volta confidati, non sono più fuori dal nostro mondo." Recita Cathy, suggerendoci che per ampliare la nostra mentalità dobbiamo prima di tutto aprirci alle confidenze dell' Altro, rinunciare ad accusare in lui una minaccia e accettare che le diverse culture e i diversi stili di pensiero abbiano altrettanta dignità del nostro.

Merito di Haynes è quello di non cadere mai nel banale, nonostante il tema di difficile trattazione: il film non precipita in frettolosi moralismi né in sogni ad occhi aperti, lasciando più che una nota di amarezza e la triste consapevolezza che la battaglia di Cathy non è ancora finita.
Film attualissimo in questo senso, nonostante l'ambientazione e lo stile di regia, che con precisione stilistica si rifanno al cinema degli anni Cinquanta, seppur con intelligente morbidezza, senza presentare allo spettatore un prodotto invecchiato o poco credibile.

Melodramma commovente e di grande intensità visiva, che mira dritto al cuore dello spettatore. Incomprensibilmente semisconosciuto al grande pubblico (nonostante le quattro nominations agli Oscar) è probabilmente una delle prove più riuscite del regista statunitense, enfatizzata per altro da una grande colonna sonora, che funge da vera e propria sotto-sceneggiatura, e da una sorprendente fotografia, che gioca sulla retorica dei colori e su forti contrasti, evidenziando in tal modo le antinomie della trama, i disaccordi di un mondo imperfetto che siamo chiamati a risanare.