Recensioni

Louise-Michel

di Gustave de Kervern, Benoît Delépine

commedia, Francia (2008)

CAST & CREDITS

cast:
Yolande Moreau, Jacqueline Knuysen, Yannick Jaulin, Terence Debarle, Joseph Dahan, Fabienne Berne, Hervé Desinge, Benoît Poelvoorde, Siné , Agnès Aubé, Pierre Renverseau, Catherine Hosmalin, Kafka , Mathieu Kassovitz, Albert Dupontel, Bouli Lanners, Sylvie Van Hiel

regia:
Gustave de Kervern, Benoît Delépine

distribuzione:
Fandango

durata:
90'

produzione:
arte France Cinéma ,  MNP Entreprise ,  No Money Productions

sceneggiatura:
Gustave de Kervern, Benoît Delépine

fotografia:
Hugues Poulain

scenografie:
Paul Chapelle

costumi:
Cécile Roullier

Louise-Michel | Recensione | Ondacinema

Louise-Michel

di Gustave de Kervern, Benoît Delépine

commedia, Francia (2008)

di Rocco Castagnoli

Voto: 7.5
"Sono quindi anarchica perché solo l'anarchia può rendere felici gli uomini e perché è l'idea più alta che l'intelligenza umana possa concepire, finché un apogeo non sorgerà all'orizzonte" (Louise Michel)

Innanzitutto: la chiave sta nel nome. Louise Michel è il nome di una famosa anarchica francese vissuta nella metà dell'Ottocento, accanita sostenitrice dell'uguaglianza sessuale e sociale. Louise e Michel si chiamano anche i due protagonisti di questo strambo, grottesco, iper-caustico film francese rivelazione l'anno scorso sia in patria che all'estero (migliore sceneggiatura originale al Sundance Festival). 

La chiave di lettura, quell'anarchia intesa appunto nell'accezione più totale possibile (cioè come sovvertimento di qualsiasi tipo di categoria, anche cinematografica) è senza dubbio ciò che ci permette di guardare a questa anomala e divertentissima black comedy nel modo più coerente possibile con lo spirito cinico ed insurrezionalista dei registi Delépine e Kervern. 

Già come prima considerazione, valga il modo in cui sono caratterizzati i protagonisti: Louise è un donnone mastodontico dalla chioma stopposa e le braccia pelose, che si muove come un orco e bofonchia mozziconi di parole a malavoglia. Difatti subito dopo poco scopriamo che in precedenza era un uomo, e il suo trans-gendering è stato fatto solamente per farsi assumere nello stabilimento tessile. Allo stesso modo, Michel, il "killer per sbaglio" che affida le sue missioni omicide a relitti umani in fin di vita (così, per liberarsi la coscienza!) possiede una parlantina e (in fondo in fondo) una sensibilità quasi femminile. Difatti prima era una donna, il cui bombardamento di ormoni fatto in età puberale per poter primeggiare nel lancio del giavellotto ha reso un baffuto panzone.

Insomma, anche solo in questo pasticcio di identità sessuali si ritrova perfettamente l'"azzeramento sociale" teorizzato dall'anarchica francese di cui sopra. Se poi prendiamo in considerazione la storia in sé e per sé (una sorta di "caccia al padrone" ossessiva e catastrofica da parte della classe operaia sfruttata, simbolo di un tentativo di vendetta di classe che però non ha mai fine, e che prosegue persino dopo i titoli di coda) ecco che "Louise-Michel" diventa ai giorni d'oggi quello che un Petri o un Germi avrebbero potuto realizzare se solo avessero sforato (e di brutto) nel surreale e nel grottesco. 

Sì perché il tono del film deraglia totalmente dalla realtà per procedere su binari tanto assurdi quanto simbolici, il cui humor nero al vetriolo nient'altro è che il modo più efficace di rappresentare le contraddizioni e le storture della società capitalista moderna (gli "ultimi della classe" sono forse gli operai, o piuttosto i malati di cancro e i vecchietti usati come maldestri bounty killers?). La regia, che disegni freddi tableaux vivants il cui effetto comico è tutto giocato sulla profondità di campo (la scena del trattore, con Kassovitz a fare da guest star), o che ci sorprenda con bizzarrie improvvisate (la camera-car che cade dopo una frenata), è comunque tutta votata al servizio di un situazionismo comico ovviamente figlio (degenere) di Buñuel e cugin(astr)o dei fratelli Coen.

E la cosa bella è che, fregandosene altamente di politically correct e nocive seriosità da pamphlet di denuncia, Delépine e Kervern ci fanno ridere, di quel riso cattivo, liberatorio e un po' perverso che subito dopo ci viene quasi da vergognarcene.