CAST & CREDITS

cast:
Fabrice Luchini, Valeria Bruni Tedeschi, Juliette Binoche

regia:
Bruno Dumont

durata:
122'

produzione:
Arte France

sceneggiatura:
Bruno Dumont

fotografia:
Guillaume Deffontaines

scenografie:
David Edouard

montaggio:
Basile Belkhiri

Ma Loute | Recensione | Ondacinema

Ma Loute

di Bruno Dumont

comico, grottesco, Francia (2016)

di Alberto Mazzoni

Voto: 7.5

Un secolo fa, Nord della Francia, una baia che diventa una palude con la bassa marea. In alto, sulla collina, dentro un obbrobrio architettonico neo-egiziano vivono i ricchi, amanti del bello, incestuosi e fondamentalmente fuori di testa Van Peteghem (Fabrice Luchini, Juliette Binoche, Valeria Bruni Tedeschi). In basso sulla baia vivono i pescatori Brufort, gran lavoratori, silenziosi, fieri, cannibali e fondamentalmente selvaggi (tutti attori non professionisti). Parrebbe una divisione in classi che neanche "Gosford Park". Ma ci sono degli elementi perturbanti. In primis l'androgino/a Billie, la cui sessualità rimane un mistero per tutto il film, titoli di coda inclusi. Billie è un(a) Van Peteghem ma ama farsi prendere in braccio dal giovane pescatore Ma Loute, per attraversare la palude. Ma Loute non riesce a inquadrare Billie e quindi prova per lei un misto di amore e odio. Per intenderci il volto e il portamento di Billie rimandano a Rimbaud, mentre quelli di Ma Loute a un fumetto di Braccio di Ferro. E a unire le classi e il racconto ci pensa anche la strepitosa coppia di investigatori Machin e Malfoy, tra Stanlio e Ollio e Dupont e Dupond, i quali per indagare su una serie di scomparse si trovano a dover fare da spola tra i due mondi nonostante Machin, essendo ciccionissimo (non c'è altro termine), continui a muoversi facendo rumori da palloncino e inciampando e rotolando comicamente a ogni piè sospinto.

"Ma Loute" è infatti un film divertente, nella prima metà molto divertente. Per i personaggi caricaturali - più riusciti i maschi grotteschi che le donne isteriche, già viste. Di più ancora per un certo umorismo alla Ionesco nei dialoghi - i poliziotti che si ripetono "Le scomparse sono spesso un mistero" è un tormentone che funziona benissimo. Ma soprattutto per il lato di comicità fisica: non solo Machin, ma tutti i personaggi cadono continuamente e si danno apposta o meno delle botte da orbi (cosa c'è di più divertente?), gli oggetti si rompono, le trombe sono stonate e tutti parlano in modo buffo. In particolar modo ogni classe sociale ride di come si comportano ma soprattutto parlano le altre: la zia Van Peteghem schernisce il dialetto di Ma Loute che trattiene a stento le risate per le frasi ampollose di lei, e il ciccione Machin, ovviamente, si mangia pure le parole.

Il digitale può - in altri film - aver appiattito alcuni elementi visivi, ma fornisce molti aiuti a un film come questo. Rende possibile inquadrare campi larghissimi su cui far irrompere nettamente un volto stravolto in primo piano. Rende a portata di mano semplici effetti speciali digitali molto utili per le scene slapstick, con i personaggi che letteralmente volano di qua e di là. Il dominio della post-produzione infine consente scene spettacolari come la tempesta a un passo dalla spiaggia assolata, forse l'apice visivo e  drammatico del film, dal sapore quasi verghiano. D'altro canto un film del genere vive sul fisico dei propri attori in particolare quelli non protagonisti (i già citati Billie e Machin, ma anche Eternel, il padre di Ma Loute) che comunicano potentemente con la loro sola presenza - ma anche sull'autodeformazione di Luchini.

Dumont sostiene che nessun registro richieda la stessa attenzione formale del comico. Nei tempi, ovviamente, si veda l'estenuante taglio della cacciagione, ma anche nella fotografia, con la selezione ad ogni caduta di Machin della prospettiva in cui risulti maggiore la ridicolaggine.  Seguendo questo principio il regista mantiene un estremo controllo formale - si veda ad esempio il lavoro sul suono - ma allo stesso tempo si sente libero di strabordare con i temi e le svolte narrative. L'unico vero difetto del (bel) film sta in questa simpatica ingordigia che a volte taglia fuori lo spettatore a forza di accumulare gag, brevi sottostorie e temi assurdi. Come in cucina, mescolare sempre tutto - ad esempio il dramma e il grottesco nel dialogo tra Luchini e la Binoche - conduce a pasti che vengono ricordati di più per la loro stranezza che per la loro bontà.  "La trasgressione mi interessa, che sia l'ambiguità sessuale, il cannibalismo, l'incesto, etc. - sostiene Dumont - Posso trattare la mostruosità, il proibito, attraverso il comico." Il film è pregevole visivamente e regala risate sincere, ma alla fine piacerà anche nella misura in cui si accetta questo punto di vista.