CAST & CREDITS

cast:
Amanda Seyfried, Peter Sarsgaard, Sharon Stone, James Franco, Hank Azaria, Bobby Cannavale, Adam Brody, Juno Temple, Chloë Sevigny, Chris Noth, Debi Mazar, Wes Bentley, Eric Roberts

regia:
Rob Epstein, Jeffrey Friedman

distribuzione:
Barter Multimedia

durata:
93'

produzione:
Millennium Films, Eclectic Pictures

sceneggiatura:
Andy Bellin

fotografia:
Eric Alan Edwards

montaggio:
Robert Dalva, Matthew Landon

Lovelace | Recensione | Ondacinema

Lovelace

di Rob Epstein, Jeffrey Friedman

drammatico, biografico, Usa (2013)

di Stefano Guerini Rocco

Voto: 6.0

Linda Lovelace, al secolo Linda Susan Boreman, ha conosciuto i suoi proverbiali quindici minuti di gloria quando, nel 1972, è uscito nelle sale "Deep Throat" (in italiano "La vera Gola Profonda"), la pellicola pornografica più famosa al mondo e ancora oggi uno dei film più redditizi della storia del cinema.

Durante la sua breve, travagliata carriera, la Lovelace ha scritto ben quattro autobiografie. Le prime due, "Inside Linda Lovelace" (1974) e "The Intimate Diary of Linda Lovelace" (1974), non a caso pubblicate sull'onda del successo di "Gola profonda", si risolvevano in un inno al sesso libero, all'industria a luci rosse e all'emancipazione dei costumi. Al contrario, le ultime due, "Out of Bondage" (1986) e soprattutto "Ordeal" (1980), a cui si potrebbe aggiungere anche "The Complete Linda Lovelace" (2001) di Eric Danville, hanno fatto scalpore per la denuncia dei retroscena di abusi e violenze legate a quell'esperienza.
Sembrano averne tenuto conto i registi Rob Epstein e Jeffrey Friedman, documentaristi premio Oscar e attivisti gay, che dedicano ora alla storia della famigerata attrice il bio-pic "Lovelace".

Il film presenta infatti una struttura originale, nettamente e precisamente bipartita. La prima parte scorre gaia e spumeggiante, passando in rassegna l'incontro tra la giovane e inibita Linda e il suo amante-pigmalione Chuck Traynor, la nuova vita da donna sposata, l'emancipazione sessuale ed infine la spensierata scalata al successo con "Gola Profonda", tra feste, droga, soldi e flash dei paparazzi.

Subito dopo, una didascalia ci mostra la Lovelace "sei anni dopo", sciatta e trasandata, legata ad una macchina della verità, pronta a ripercorrere il suo passato in un lungo flashback ininterrotto che smonta e smentisce quanto rappresentato fino a quel momento. Tornano quindi gli episodi dell'adolescenza difficile, il matrimonio con Traynor, la carriera nel porno. Questa volta, però, è la Lovelace stessa a far luce sulla vicenda, rivelando una quotidianità brutale e dolorosa, a lungo occultata, fatta di soprusi, maltrattamenti, vessazioni psicologiche, eccessi, stupri, umiliazioni.

Prende così vita un racconto teso e lugubre, che fa da contraltare (anche visivamente, nei toni e nei colori) alla briosa leggerezza con cui era stata introdotta la protagonista. In questo senso, la sceneggiatura di Andy Bellin gioca con i tòpoi del genere biografico, rinnovandoli e rinfrescandoli, preferendo costruire "Lovelace" sulla dialettica di luce/ombra, piuttosto che su quella più comune di prima/dopo.

Purtroppo, però, questa scansione narrativa non ordinaria sembra essere l'unico elemento di vero interesse di un film che, per il resto, si livella sui binari della convenzionalità e della piattezza televisiva. Nonostante un inizio metacinematografico promettente, Epstein e Friedman non ripetono l'esperimento del precedente "Urlo", in cui erano riusciti a rinnovare il linguaggio filmico alternando, con audacia e gusto, animazione e documentario, cinema di finzione e visioni allucinatorie, poesia e immagine.
Rinunciano inoltre a qualsiasi approfondimento sociologico sugli anni 70, senza spiegare come e perché "Deep Throat" sia diventato effettivamente un fenomeno di culto, assurgendo a vero simbolo della nuova liberazione sessuale dell'epoca.
In questo quadro di generale semplificazione, la storia di Linda Lovelace rimane, pur nella sua eccezionalità, quella di una donna che lotta contro un marito coercitivo e feroce, una vittima passiva e indifesa.

Ne risente la prova della talentuosa Amanda Seyfried, a capo di un folto cast di ottimi attori e caratteristi (vale la pena citare almeno un'intensa, glaciale, irrigidita Sharon Stone). La sua Lovelace, tutta sorrisi di stupore, occhi da cerbiatta e candore virginale, avrebbe meritato una maggiore ambiguità. Come il film.