CAST & CREDITS

cast:
Alain Dion, Vincent Deniard, Carole Bouquet, Jean-Pierre Darroussin

regia:
Cédric Kahn

distribuzione:
Bim

durata:
106'

produzione:
Patrick Godeau

sceneggiatura:
Laurence Ferreira Barbosa, Cédric Kahn, Gilles Marchand

fotografia:
Patrick Blossier

scenografie:
François Abelanet

montaggio:
Yann Dedet

costumi:
Elisabeth Tavernier

musiche:
Claude Debussy

Luci nella notte | Recensione | Ondacinema

Luci nella notte

di Cédric Kahn

noir, Francia (2005)

di Vincenzo Lacolla

Voto: 8.0

Il quarantacinquenne Cédric Kahn rappresenta indubbiamente una delle eccellenze tra i tanti, giovani cineasti francesi in attività a partire dagli anni Novanta e noti quasi esclusivamente in poche cerchia di appassionati o in alcuni ambienti festivalieri spesso locali e di modesta risonanza. Elegantissimo nell'impostazione visiva, acuto nell'organizzazione del ritmo narrativo, Kahn cominciò ad essere notato dalla critica grazie alla trasposizione sul grande schermo de "La noia" di Alberto Moravia, pellicola in cui dimostrò una notevole abilità nel tradurre in immagini un'opera spiccatamente caratterizzata dal punto di vista letterario, captando argutamente lo spirito originario dell'autore, senza però sottrarsi a una lettura molto personale del materiale in analisi. La conferma di questo perfetto, difficile equilibrio tra "letterario" e "cinematografico" è ancor più lampante in "Luci nella notte".

Tratto da uno dei più riusciti romanzi del prolifico Simenon, "Feux Rouges" (questo il titolo originale di libro e film) è un tesissimo "noir dell'attesa", in cui l'inquietudine è dovuta al costante presentimento di una minaccia ignota, ma incombente. Una paura che cresce specialmente se le vittime sono due comunissimi coniugi della media borghesia parigina che, in un caldo week-end d'estate, decidono di mettersi in viaggio alla volta di Tours per andare a prendere i figli dal collegio e trascorrere le vacanze lontani dal caos della città. Un banalissimo pretesto per un viaggio che diventerà un incubo notturno on the road.

In verità, lo scrittore belga aveva ambientato la vicenda a New York perché la sua voleva essere una variazione del noir americano basata sugli elementi canonici di quel genere (uno scopo, insomma, quasi metaletterario). Kahn, invece, decide di riportare i suoi personaggi sul suolo francese: una scelta molto coraggiosa che aggiunge valore, singolarità, fascino e credibilità a una storia di grande impatto emotivo.

"Come un ragazzino innamorato al suo primo appuntamento"

Il film si apre con una sequenza introduttiva di pochi secondi in cui i titoli di testa scorrono su una serie di statiche panoramiche dei moderni quartieri commerciali di Parigi. La scansione delle immagini è accompagnata da "Sirènes" di Debussy, l'unico elemento musicale che sporadicamente interverrà durante il resto dell'opera. La rigorosa, geometrica modularità degli ambienti e degli spazi ci inserisce nella routine di un comunissimo venerdì lavorativo. Poi, subito, un primo piano di profilo del volto stanco dell'impiegato Antoine sposta l'attenzione dello spettatore dal generale (il quartiere del suo ufficio) al particolare (la sua scrivania). Sta scrivendo una e-mail alla moglie con cui ha appuntamento in un bar nelle vicinanze per poi partirci insieme, approfittando di poche giornate festive. Stranamente quella che doveva essere una rapida comunicazione si tinge di un'insolita emotività che traspare soprattutto dalla seconda parte del testo che recita: "Mi sento come un ragazzino innamorato al suo primo appuntamento. Sono contento di partire con te e di rivedere i ragazzi". A prima vista sembra un sincero, spontaneo impeto di romanticismo verso una coniuge amata, ma dopo la fredda telefonata che i due intrattengono pochi minuti dopo, mentre Antoine è alla stazione della metropolitana, quell'esternazione di calore umano suona strana. Forse quella che sembrava una banale espressione di affetto nasconde una richiesta d'aiuto per fuggire da una quotidianità monotona e alienante, rispetto a cui anche pochi giorni di libertà appaiono come un'ancora di salvezza.

Il tunnel
Nell'incipit simenoniano si legge: "Lui lo chiamava entrare nel tunnel. Era un'espressione sua, di cui si serviva solo nella sua testa e non usava con nessuno [...] Sapeva esattamente cosa voleva dire, in che cosa consisteva trovarsi nel tunnel, ma curiosamente quando c'era dentro si rifiutava di ammetterlo, salvo di tanto in tanto, solo per qualche istante e sempre troppo tardi". Ebbene, il nostro Antoine decide di "entrare nel tunnel" mentre osserva i passanti, aspettando la moglie, seduto, solo, al tavolo della birreria in cui avevano fissato l'incontro. Lei è in ritardo, lui attende, sorseggiando la prima birra. Minuto dopo minuto, boccale dopo boccale, è sempre più nervoso. Non tanto per l'attesa ma per il tono di sufficienza con cui Hélenè risponde alle sue telefonate esortative. Quando finalmente s'incontrano e vanno a casa per pranzare frugalmente e ultimare i preparativi, Antoine, irritato dalle disattenzioni e dai piccoli, continui rimproveri della consorte, decide di uscire e, con la scusa di un rifornimento di benzina alla macchina, ne approfitta per trangugiare un whisky doppio. È questo il primo passo nel "tunnel", l'inizio di un percorso oscuro, condotto tra le autostrade affollate per l'esodo estivo e i meandri di una mente frustrata e costretta all'incoscienza. Anche a bordo dell'autovettura, Elénè continua a rimproverare il povero marito, dandogli consigli sulla strada da imboccare, chiedendogli di continuo se si sente in grado di affrontare il lungo viaggio, come una madre apprensiva che riempie di raccomandazioni l'inesperto figlio adolescente. E, proprio come un ragazzino indisciplinato disattenderebbe sistematicamente i consigli dei genitori, Antoine decide di sfidare quella moglie che, guardandolo dall'alto in basso, diventa l'incarnazione di tutte le consuetudini sociali e morali di cui è prigioniero. È per questo che, al contrario delle indicazioni di Hélenè, esce dall'infernale traffico autostradale per percorrere la statale ad alta velocità e sostare a ogni stazione di servizio per bere whisky. Proprio come farebbe "un ragazzino innamorato al suo primo appuntamento" per dimostrare la propria coraggiosa virilità alla giovane compagna.

"Che c'è di più noioso della vita di un treno?"
Nel frattempo sopraggiunge la notte. C'è una deviazione sulla statale e, come se non bastasse, Antoine non svolta all'incrocio per Tour e procede lungo la provinciale. Alle ennesime rimostranze della moglie, aiutato anche dall'alcool che ha in corpo, non regge più. Se prima era silenzioso, ora è un fiume in piena e, tra le tante frasi rivolte contro una consorte che non l'ha mai ascoltato (e forse mai amato), pronuncia le parole definitive "Che c'è di più noioso della vita di un treno? Poco fa sull'autostrada mi sono sentito un treno. Non ne potevo più. Dovevo uscire dai binari. Non lo capisci?". Un'autoanalisi tanto inconsapevole quanto perfettamente confacente. Quanto basta per far capire alla compagna di viaggio che ha bevuto troppo. Sa che il marito non è un alcolizzato; gli domanda cosa gli stia succedendo. La risposta: "Non lo so. Stasera mi sento come in un tunnel. È colpa tua: non sarebbe successo se tu non mi avessi guardato come l'ultimo degli ultimi". Kahn decide di esplicitare il concetto con cui Simenon aveva aperto il romanzo a film inoltrato, quando non ci sono più deviazioni e il varco d'apertura del tunnel non è più visibile. Non si può far altro che percorrere questa via tenebrosa fino in fondo: è troppo tardi per tornare indietro.
Quando lui decide di fermarsi per bere ancora, la moglie lascia la macchina per prendere il treno. Di lì a poco, soddisfatto per aver vinto sulle prepotenze della consorte, Antoine incontrerà uno misterioso individuo, proprio mentre la polizia è alla ricerca di un criminale fuggito dal carcere. Quello che era un semplice, tremendo presagio si realizza nell'abissale oscurità della notte. L'incubo è appena cominciato.

È in questo momento, al decollare del racconto, che Kahn si svela un vero alchimista della tensione cinematografica. L'abitacolo dell'automobile diventa un ideale palcoscenico teatrale in movimento, su cui si incontrano e si scontrano le sorti dei tre personaggi, mentre le luminescenze sulfuree dei neon, ai bordi della carreggiata, si riflettono sul vetro del parabrezza e sui loro volti. La tensione cresce, insostenibile, insieme alla paura dell'ignoto, su queste lost highways su cui si incrociano Lynch, Hitchcock e Godard (obbligatorio un riferimento a "Weekend"). I colpi di scena si susseguono, perfettamente dosati in poco più di un'ora e mezza, fino a un finale che migliora addirittura Simenon ed è una vera, terribile sorpresa anche per coloro che conoscono il testo di partenza. Ma ciò che è più spiazzante per lo spettatore non è tanto la semplice quotidianità della storia, né il clamoroso talento degli interpreti (Jean Pierre Darroussin mette davvero i brividi), né l'oscuro fascino delle atmosfere, ma l'indefinibilità di una narrazione tanto spaventosamente verosimile, quanto impalpabilmente onirica, sospesa, rarefatta. E per questo straordinaria.