CAST & CREDITS

cast:
Michael Fassbender, Marion Cotillard, Sean Harris, Paddy Considine, David Thewlis

regia:
Justin Kurzel

distribuzione:
Videa

durata:
113'

produzione:
See-Saw Films, DMC Film

sceneggiatura:
Jacob Koskoff, Michael Lesslie, Todd Louiso

fotografia:
Adam Arkapaw

scenografie:
Fiona Crombie

montaggio:
Chris Dickens

costumi:
Jacqueline Durran

musiche:
Jed Kurzel

Macbeth | Recensione | Ondacinema

Macbeth

di Justin Kurzel

drammatico, Gran Bretagna/Francia/Usa (2015)

di Antonio Pettierre

Voto: 7.5

Per chi conosce un po' la letteratura del Bardo, sa che "Macbeth" fa parte del grande gruppo delle tragedie scritte da William Shakespeare all'inizio del XVII secolo, ultima in ordine di tempo dopo "Amleto", "Otello" e Re Lear", la più breve, intensa e oscura e anche la più rappresentata nei secoli che ha affascinato milioni di spettatori a ogni latitudine e tempo e con cui i più grandi attori prima o poi si sono cimentati. L'amore tra il cinema e il genio inglese nasce fin da subito, proprio per la profondità dei personaggi, la ricchezza delle storie, la grandezza dei temi universali che le sue opere affrontano e che sono arrivate a noi con una freschezza ancora intatta.

Le dolenti vicende del generale scozzese Macbeth che si lascia influenzare dalla previsione di un trio di streghe, che lo salutano come nuovo re di Scozia e dalle pressioni della moglie Lady Macbeth a realizzare la profezia a qualsiasi costo, lo portano al tradimento del cugino Re Duncan e al suo assassinio. Storia di ambizione sfrenata di potere di un uomo sostanzialmente buono e leale che tradisce innanzi tutto sé stesso, gli amici, i compagni d'arme, offuscato dal desiderio di rendere reale una profezia che si autosostanzia e prende forma dalla sua volontà e di quella della consorte.

"Macbeth" ha visto innumerevoli trasposizioni a iniziare dal periodo del cinema muto fino alle diverse forme e generi del cinema contemporaneo e in prodotti televisivi. Tra le tante opere, si possono citare le più riuscite dei tre capolavori realizzati da Orson Welles (1948), Akira Kurosawa (1957) e Roman Polanski (1971), dove "Il trono di sangue" del maestro giapponese s'innalza come la più originale e compiuta sintesi tra cinema, letteratura e teatro Nō, ambientandone le vicende nella cultura e nella storia medioevale del Giappone.

Arriva quindi buon ultimo il "Macbeth" del giovane regista australiano Justin Kurzel, appena alla sua seconda prova dietro la macchina da presa, dopo il debutto con "Snowtown", ma con un solido passato sia teatrale sia televisivo. È quantomeno ingrato e inopportuno compiere dei confronti con i capolavori precedenti (e anche un esercizio sterile), vista la complessità delle emozioni e le possibili varianti interpretative drammaturgiche che tale fonte può offrire. Quindi, a scanso di equivoci, bisogna affrontare questa nuova versione restando concentrati sull'adattamento di Kurzel, apprezzando un lavoro ben realizzato e con idee che rendono attuale il film dell'australiano e lo elevano sopra alla media dei tanti prodotti degli ultimi anni.

Coadiuvato da un'équipe tecnica e artistica di alto profilo e con un cast di attori tra i più interessanti e duttili, Kurzel agisce su due fronti nella realizzazione di "Macbeth", tornando alla fonte primaria della tragedia: da uno scarto tematico moderno e da un punto di vista cinematografico.

Innanzi tutto, la sceneggiatura lavora sia sul recupero testuale della tragedia shakespeariana, salvaguardando tutti i passaggi principali e, dall'altra, compie delle variazioni sostanziali d'interesse per lo spettatore. Iniziamo col dire che tutti i personaggi figli dei protagonisti, se nella tragedia erano adulti e avevano un ruolo di contrappunto, qui sono bambini muti (compreso il figlio di Banquo, amico tradito da Macbeth e assassinato perché "padre di futuri re", come le streghe gli profetizzano), vittime sacrificali o spettatori della follia e della crudeltà crescente di Macbeth; viene inserito anche un prologo con un funerale di un bambino a cui assistono i Macbeth come a sottolineare una sorta di perdita e di mancanza di un futuro per entrambi che gli altri personaggi hanno (Banquo e Macduff). Poi, le tre vecchie streghe senza nome (più Ecate, che già molta letteratura critica ritiene le scene con questo personaggio apocrife) sono trasformate in quattro personaggi femminili (una bambina, una giovane, una donna matura e una vecchia) che rappresentano una sorta di coro, di terzo punto di vista interiore alle vicende narrate e, allegoricamente, anche le stagioni della vita. Le quattro streghe sono quindi non solo il fato, ma il tempo nel suo scorrere continuo, fatto di vita e morte in un ciclo senza fine, di cui Macbeth non è che uno strumento. Ancora abbiamo poi una maggiore presenza dell'aspetto esoterico, non solo con l'apparizione del fantasma di Banquo al banchetto di Macbeth, ma anche con la continua presenza dei morti in battaglia (quasi tutti giovani) che perseguitano il nuovo re di Scozia. Infine, il mezzo cinematografico, permette di mettere in scena battaglie e duelli cruenti che in teatro possono solo essere lasciate all'immaginazione dello spettatore, ma che invece il cinema può rappresentare in tutta la sua potenza scopica.

La storia di Macbeth quindi si trasforma in una metafora dei tempi moderni: fatta di guerre, scontri fratricidi, tradimenti, instabilità e disgregamento sociale e familiare, incertezza del futuro, ambizioni cruente ed egoistiche dei singoli individui, dove il caos è il vero protagonista. Macbeth diviene simbolo degli uomini trasformati dalle guerre che sono sempre le stesse, sia se vengono combattute nella brughiera scozzese dell'XI secolo, sia in quelle moderne che imperversano ancora dopo un millennio in giro per il mondo. Macbeth è un guerriero traumatizzato, che si sente tradito dal Re Duncan, dagli amici e anche non compreso dalla moglie, mutandolo in un mostro sanguinario.

Cinematograficamente Kurtzel agisce per mettere in scena un'atmosfera lugubre e macabra: utilizzando un'illuminazione naturale negli interni, dove prevalgono il buio e le ombre; e una più artificiale negli esterni, a volte desaturando l'immagine in un paesaggio grigio e nebbioso, a volte invece saturando alcune sequenze (come nell'incendio finale) con un colore rosso acceso, rendendo sanguinolenta l'intera messa in quadro (un grande lavoro del direttore della fotografia Adam Arkapaw). Anche la messa in quadro è coerente con il disegno del regista: campi lunghi e focali aperte nelle scene in esterno; primi e primissimi piani sui personaggi negli interni. In una contrapposizione continua tra soffocamento visivo interiore e perdita del punto di vista esteriore. La sintesi di questa operazione è colta nella lunga sequenza della battaglia, nella prima parte della pellicola, dove il fermo immagine e l'utilizzo dello slow motion gli permette di operare contemporaneamente su questi due livelli visivi, isolando fin da subito la figura di Macbeth nel caos dello scontro. Il tutto supportato da una colonna sonora intrecciata con minuzia con lo scorrere delle immagini.

"Macbeth" però non compie il salto verso un'opera totale, proprio perché questa necessità di Kurzel di spingere sulla rappresentazione visiva, se da un lato appare coraggiosa, dall'altro, a volte, tende a essere troppo soffocante, con sequenze in cui il regista sembra essere travolto dalla bramosia di originalità (ad esempio, nei dialoghi tra Macbeth e Lady Macbeth; oppure nel duello finale con Macduff, dove l'immagine sembra quasi celare i personaggi, le ombre diventare un sipario scuro con le parole che perdono forza e rallentando il tempo della visione). E se Marion Cotillard, nel ruolo di Lady Macbeth, riesce in qualche modo a sopperire a questo tour de force visivo con le sue indubbie qualità recitative, Michael Fassbender ne esce più spesso indebolito, in un'interpretazione del protagonista poco convincente.

Presentato in concorso al Festival di Cannes 2015, "Macbeth" di Justin Kurzel rimane una trasposizione coraggiosa, con una messa in scena attenta al dettaglio e una forza emotiva che lo rendono un film molto più vicino ai tempi che stiamo vivendo, al di là di una prima lettura frettolosa e superficiale che se ne possa fornire.