CAST & CREDITS

cast:
Massimo Ranieri, Libero De Rienzo, Matteo Taranto, Milena Vukotic, Roberto Citran, Alessandro Sardelli

regia:
David Grieco

distribuzione:
Microcinema

durata:
115'

produzione:
Propaganda Italia

sceneggiatura:
David Grieco

fotografia:
Fabio Zamarion

scenografie:
Carmelo Agate

montaggio:
Francesco Bilotti

costumi:
Nicoletta Taranta

musiche:
Pink Floyd

La macchinazione | Recensione | Ondacinema

La macchinazione

di David Grieco

drammatico, biografico, Italia (2016)

di Matteo De Simei

Voto: 3.0

Cercare ancora di rievocare l'immagine di Pasolini sotto una chiave di lettura cinematografica rappresenta oggi un'operazione di indubbio coraggio, non solo per la caratura agiografica che rischia di far scivolare la sua essenza artistica e intellettuale in un profluvio di facili iconografie devozionali relative alla sua figura "sacra" (e che, invero, di sacra aveva davvero poco) ma soprattutto perché il rischio pleonasmo è dietro l'angolo, per di più dopo le cerimonie di commemorazione che l'anno precedente lo hanno ricordato a quarant'anni dalla sua tragica scomparsa.
È David Grieco, al secondo lungometraggio dietro alla macchina da presa, a decidere di prendere in carico la sfida mettendo in scena un soggetto tratto dal suo libro omonimo. Per Grieco, prima ancora che uno dei più grandi del novecento, Pasolini è stato un amico di famiglia, un mentore che lo ha indirizzato verso il cinema, prima facendolo comparire nel cast artistico di "Teorema" e in seguito come assistente alla regia dei suoi film.

Ne "La macchinazione" però non c'è nulla di intimo, di viscerale. L'obiettivo è quello di un cinema di inchiesta che non ha remore di incunearsi febbrilmente nel thriller. Il risultato è troppo imbarazzante anche solo per essere descritto. Per l'intero arco del film che ripercorre gli ultimi tre mesi dello scrittore bolognese, Grieco smania nell'illustrare tutte le sue presunte verità complottiste, prendendo spunto dalle ricostruzioni del delitto di Sergio Citti e dal libro autobiografico di Pelosi ("Io so come hanno ucciso Pasolini", 2011) per dare vita a rappresentazioni sceniche altamente improbabili e grottesche.
Il rischio agiografia non solo viene centrato in pieno ma viene superato di livello a pura fenomenologia cristologica come il truculento martirio a tinte horror, più che mai evitabile, sulla spiaggia di Ostia, in puro stile "Passion" di Mel Gibson. O come il tradimento profetizzato ai danni di Pino/Giuda Iscariota, "innocente ancora per poco". Su tutte la potenziale sequenza scult della visione mistica nella quale lo scrittore intravede un Quarto Stato del ventunesimo secolo procedere verso di lui con cellulari in mano e sullo sfondo un'infinita pioggia di indici azionari. Uno sgarro troppo pesante che avvolge di ridicolo una delle più grandi intuizioni di Pasolini, che insieme a Fellini e pochissimi altri furono in grado di scorgere l'inizio dello stato di putrefazione politico-sociale che inghiottirà il nostro Paese nel periodo del riflusso di fine anni settanta nel quale è tuttora intrappolato.

Insoddisfatto dalla ricostruzione di Marco Tullio Giordana e inorridito dal recente "Pasolini" di Ferrara e dal presunto appetito sessuale che scaturisce dal personaggio di Dafoe, Grieco mette di nuovo mano sul cadavere ormai stanco del poeta. La stesura di Petrolio, la relazione con Pelosi, il furto del negativo di "Salò", la P2, Cefis, Ragozzino/Steimetz, l'amore della mamma Susanna. Tira in ballo tutto e non elabora nulla. Si inerpica tra dialoghi di cospirazione e ricostruzioni ambientali così ricercate da sembrare una rappresentazioni teatrale. Cita Cocteau, Petri, Volonté. Omaggia Bonacelli e la musica dei Pink Floyd, "colonna sonora degli anni settanta" ricalcando la medesima geniale idea che nel 2003 ebbe Bellocchio per il suo Moro. Inscena effetti visuali scadenti al pari della recitazione, dove al netto del riconosciuto sforzo di Ranieri, voce e costituzione fisica non rammentano la sua flebile e solenne sonorità così come la sua dolente magrezza.

Un lavoro che non possiede neanche un mero carattere del crisma cinematografico, che vorrebbe denotare audacia ma che altro non fa che urlare con saccenza i "veri responsabili", quando fu lo stesso Pasolini a rispondere il 14 novembre del 1974 ai suoi futuri uccisori. Si, abbiamo il dovere di conoscere e non dimenticare l'oscura macchinazione di cui è stato vittima, lui e tutti noi "figli di Don Abbondio", ma il tormentone "chi ha ucciso Pasolini" ha stancato. Perché non ricordare invece, per una volta, il poeta, il cineasta, il drammaturgo, il romanziere? Perchè ucciderlo ancora una volta?
Riascoltando il Sacerdote che in "Salò" sevizia un ragazzo verrebbe da pensare che Pasolini avesse previsto anche questo: "Non lo sai che noi vorremmo ucciderti mille volte, fino ai limiti dell'eternità, se l'eternità potesse avere dei limiti?"