CAST & CREDITS

cast:
Valérie Lemercier, Valérie Donzelli, Jérémie Elkaïm, Eric Lartigau, Philippe Laudenbach

regia:
Valérie Donzelli

durata:
85'

produzione:
Jimmy Price

sceneggiatura:
Valérie Donzelli, Jérémie Elkaïm, Gilles Marchand

fotografia:
Peter von Poehl

costumi:
Elisabeth Mehu

musiche:
Pascal Mayer

Main dans la main | Recensione | Ondacinema

Main dans la main

di Valérie Donzelli

commedia, Francia (2012)

di Giuseppe Gangi

Voto: 6.0

"Main dans la main" è un film che sembra avere più inizi, uno per ogni personaggio, uno per ogni coppia. A Commercy, la patria delle madeleine, vive Veronique (la Donzelli), la quale convince il fratello Joachim (Elkaïm) a partecipare con lei a un concorso di ballo che si terrà a Montecarlo. Jojò (come lo chiamano tutti) abita con la sorella, già sposata e con prole, intrattenendo con lei una relazione non priva di alcune ambigue sfumature. A Parigi vive Hélène Marchal (una strepitosa Valerie Lemercier), la direttrice dell’Opéra Garnier: insicura e fragile, nonostante una maschera freddamente snob, non si separa mai dalla sua vulcanica amica Costance, con la quale condivide l’appartamento.

Un giorno Joachim va a Parigi col compito di cambiare gli specchi in una sala dell’Opéra e, perdendosi nel dedalo di piani e di scale, si imbatte nella direttrice che piange in solitudine: i due si guardano e si baciano seguendo l’istinto del momento. Come imprigionati da un incantesimo, non riusciranno ad allontanarsi l’uno dall’altra, muovendosi anche in sincronia: nonostante i diversi pareri medici che raccolgono, Joachim e Hélène non capiscono cosa sia successo e si arrendono a vivere insieme.
Questa è la spiazzante e folle partenza del terzo lungometraggio di Valérie Donzelli, che articola la propria commedia sabotando la classica progressione sentimentale e partendo col piede sull’acceleratore. La regista francese si presenta alla settima edizione del festival romano con un’opera che ruota intorno a un insolito spunto, nel tentativo spiegare l’inspiegabile forza di quell’amor fou tanto caro al cinema francese.

L’amor four è la chiave di accesso diretta per capire un oggetto filmico così anomalo: la Donzelli che già con le transizioni a tendina, le voci over e l’ironia de "La guerra è dichiarata" ci aveva mostrato di conoscere benissimo i maestri della Nouvelle Vague, qui decide di invadere senza mezzi termini il loro campo. Costruisce situazioni sentimentali che si specchiano l’una con l’altra, in cui emerge sempre una triangolazione: lui, lei, l’altra. Sia Costance che Veronique sono infatti i veri impedimenti per la normale vita di coppia di Joachim e Hélène, entrambi incapaci di scegliere una sola persona. Ed è ciò che viene confessato allo spettatore, attraverso Costance, la quale fa notare a Jojo lo strano comportamento dei vicini di casa: si tratta di due coniugi, dove il tradimento del marito è stato riassorbito all’interno della coppia, iniziando una convivenza a tre. Nonostante questo, però, sono tutti e tre soli.
Probabilmente, proprio questa scena segna una cesura tra la prima e la seconda parte della commedia, visto che poco dopo Jojo sembra rinsavire e decidersi a non voler vivere più allo stesso modo, riprendendosi la sua individualità. La narrazione scivola così tra le mani dell’autrice, sceneggiatrice del film insieme al consueto Jérémie Elkaïm e a Gilles Marchand: da questo momento in poi si va avanti per inerzia verso un finale scontato, attraverso passaggi forzati che frizionano con la briosa leggerezza finora mostrata. 
Va comunque sottolineato che la scrittura di "Main dans la main" è tutt’altro che solida, anzi, è arrischiata e sul filo del ridicolo fin dalle battute iniziali: eppure proprio la parte che molti criticheranno ci è sembrata quella più estrosa e genuinamente "donzelliana". Peccato, quindi, che l’espediente esploda poi nelle mani dell’autrice che, non sapendo più che farne, lo accantona goffamente, iniziando quasi un altro film; una commedia che pur mantenendosi ancora sopra le righe non dice niente, riguardo la nascita di un rapporto di coppia, che non sapessimo già.

Continua invariabilmente a piacerci il modo in cui la Donzelli pensa e realizza il suo cinema: possiede una cinefilia intelligente che, attraverso l’uso diversificato della voce over, ci ricorda la lezione di Godard e del Truffaut di "Jules et Jim", e un gusto spiccato per una mai banale contaminazione pop, tra luci da discoteca e inserti musical, che potevano essere estesi a tutto il film (sebbene sia questo il genere al quale ammicca). 

La regista ha dichiarato ai giornalisti che questo film non è meno biografico del precedente: rimane quindi inalterato il coraggio della Donzelli nel mettere in scena ancora se stessa e il suo rapporto con chi gli è vicino (ancora una volta, Elkaïm). Con una sincerità disarmante l’autrice francese ammette come sia difficile separarsi da chi si ama e iniziare una nuova vita.
Riprendendo il filo delle ascendenze, torniamo a costernarci per un'irrosoluzione di fondo nella conduzione della pellicola, sperando che la Donzelli possa (ri)acquisire la stessa sfrontatezza di un Alain Resnais che, nel 2009, ci aveva spiazzato con una chicca schizzata come "Gli amori folli".