CAST & CREDITS

cast:
Giancarlo Giannini, Christopher Walken, Dakota Fanning, Denzel Washington

regia:
Tony Scott

distribuzione:
Twentieth Century Fox, Paramount Pictures

durata:
146'

produzione:
Lucas Foster, Arnon Milchan, Tony Scott

sceneggiatura:
Brian Helgeland

fotografia:
Paul Cameron

montaggio:
Christian Wagner

musiche:
Harry Gregson-Williams

Man on Fire - Il fuoco della vendetta | Recensione | Ondacinema

Man on Fire - Il fuoco della vendetta

di Tony Scott

drammatico, Usa/Gran Bretagna/Messico (2004)

di Massimo Versolatto

Voto: 7.5

Questo film Tony Scott lo voleva fare già negli anni 80. Ma fino al 2004 non c'è riuscito. Ha dovuto attendere per trovare la produzione giusta e forse anche l'attore ideale. Poi la notorietà ormai consolidata di entrambi ha fatto il resto. A completare il tutto, un cast stellare di comprimari e una bimba che è un portento della recitazione.

Detto ciò, i presupposti per fare un mega blockbuster, da un romanzo di A.J. Quinnell, c'erano tutti. Ma Tony Scott - che a detta di tutti, ma proprio tutti, è meno talentuoso del fratello, il genio Ridley Scott - non aveva nessuna intenzione di fare un blockbuster d'azione. Lui che, in un modo o nell'altro, anche nelle produzioni di massa come "Top Gun", "Giorni di tuono" (che è uguale al primo, cambia solo il "mezzo di trasporto") o "L'ultimo boyscout" ha sempre cercato di sperimentare nella messinscena dell' "azione". Dotato di indubbio talento nel gestire il processo filmico, con "Man on Fire" ha deciso di spingere fino al limite il bulbo oculare dello spettatore. Con montaggio alternato a livelli parossistici e "massacrato" da effetti visivi tra i più variopinti, ha fotografato il dramma di una nazione - il Messico della violenza, della droga, dei sequestri di persona -, guardandolo non dall'interno, ma da una distanza così "ravvicinata" da risultare deformante.

Scott rallenta e improvvisamente velocizza. Frena, stoppa. Poi deforma. Zooma vertiginosamente. Stringe sul particolare. Lo espande. Skretcha quasi come un dj tra i fotogrammi diversi e li reitera a oltranza. Insomma fa un pastroche. Ma è tutt'altro che casuale. È totalmente controllato. E trasuda un senso di "sbandamento", di "insicurezza". In un certo senso, un modo geniale per raccontare la vicenda di paura, drammaticamente emotiva, del sequestro della figlia di un magnate americano a Città del Messico. Il tutto sotto gli occhi della guardia del corpo inerme (Denzel Washington), uomo finito, alcolista, alla ricerca della capacità di lasciarsi morire - o di darsi la morte?

Apprezzatissimo da molta critica internazionale, "Man on Fire" è un bel film. Sì. Un film nel quale l'azione è funzionale al racconto e all'interno del quale si interseca perfettamente con le lunghe (ma non noiose) sequenze dedicate al rapporto tra la bimba (Dakota Fanning) e la sua nuova guardia del corpo. È forse questo il lato migliore del film. Perché porta lo spettatore ad affezionarsi alla vicenda "familiare". E se il risultato finale di tutto questo è già scontato, se anche il film non presenta grossi spunti innovativi rispetto ad altre storie del genere già ampiamente portate sul grande schermo, è nella straziata vicenda familiare - non priva di ombre - e nell'espressione di una bimba devastata dalla paura che si trovano i punti di forza di "Man on Fire". Denzel Washington non cede a "gigionerie" e dipinge ottimamente, in maniera composta e mai esagerata, il ritratto di un uomo che non cerca riscatto, ma solo vendetta. Nei confronti di chi ha rapito la bambina, certo, ma forse anche verso se stesso e il modo in cui si è ormai ridotto. Lo fa con una rabbia digrignata, a denti stretti e con estrema lucidità.

"Man on Fire" è anche  un film di maniera. Non lo si può negare. Ma costituisce  evidentissima dimostrazione del fatto che è possibile dire la propria anche con un film d'azione. Ne è prova definitiva e di straziante intensità l'ultimo quarto d'ora di pellicola. La scena sul ponte vale tutta la visione.