CAST & CREDITS

cast:
Jason François, Michael Dauber, Frédéric Dorkel, Moïse Dorkel, Philippe Martin

regia:
Jean-Charles Hue

durata:
94'

produzione:
Ciné+, Capricci Production, Centre national du cinéma et de l'image animée, Ciclic-Région Centre, Ar

sceneggiatura:
Jean-Charles Hue, Salvatore Lista

fotografia:
Jonathan Ricquebourg

scenografie:
Christophe Simonnet

montaggio:
Isabelle Proust

musiche:
Vincent-Marie Bouvot

Mange tes morts | Recensione | Ondacinema

Mange tes morts

di Jean-Charles Hue

drammatico, Francia (2014)

di Alessandro Viale

Voto: 7.5

 

All'atto della nascita, all'uomo è concesso un solo diritto: la scelta di come morire. Ma se questa scelta è oppressa dal disgusto di come si è vissuto, allora la sua esistenza non sarà stata che un'atroce burla.
(Le deuxième souffle)



Francia: in una comunità nomade jenisch, Frédéric Dorkel, il più vecchio di tre fratelli, torna al campo dopo quindici anni di carcere. Riabbraccia la madre e i due fratelli più piccoli.Il suo ritorno frantuma gli equilibri. Il tempo dei furti è chiuso e dopo la morte del padre dei Dorkel la vita comunitaria sembra essere tranquilla.In più il fervore cristiano cerca di dare un senso all'esistenza.
Ma Fred è un duro, è un ladro e non può sottostare al quieto vivere. Quindi organizza con i due fratelli e un cugino un colpo. Non tanto l'ultimo colpo, come si confà nella tradizione di film di genere, ma il primo colpo per ricominciare l'avventura.

Jean-Charles Hue torna a seguire la famiglia Dorkel dopo BM du Seigneur del 2009. In "Mange tes morts" scrive una storia perfetta per i suoi attori non professionisti. Personaggi violenti e dolenti, con un codice etico spostato ma del tutto coerente: "siamo ladri, non spacciatori" si ripete nel film, come a cercare un valore morale in contrapposizione ad altro. I non-attori sono semplicemente perfetti nell'interpretarsi banditi, in particolar modo il già citato Frédéric corpo e volto che difficilmente si dimenticheranno.
L'uso della lingua francese mischiato all'idioma jenisch (i cosiddetti zingari bianchi sono di origine germanica) offre uno spaccato di realismo notevole supportato da alcune scelte registiche, che, specie nelle scene all'interno del campo hanno un sapore documentaristico.

Hue non solo dimostra di saper descrivere un ambiente, ma anche di trovarsi perfettamente a proprio agio con l'azione, gli inseguimenti in macchina, la costruzione della trama e il mettere in scena i dialoghi. Dialoghi che in realtà non sono un'occasione di incontro ma la miccia per un esplosione di rabbia. I protagonisti del film sono infatti dirompenti e chiassosi, nervosi, e lo scontro verbale costante diventa un eccezionale moto ondivago narrativo; la tensione si accumula, deflagra e lascia il posto ad una quiete momentanea che già preannuncia il nuovo scontro.

La macchina da presa del regista è dinamica, coinvolgente quando segue le vicende dei quattro, le corse in auto, gli scontri ma sa prendersi dei momenti riflessivi di forte impatto senza cercare facili estetismi. La fotografia predilige i gialli vividi al sole, e si concede dei tagli di luce splendidi nelle scene notturne.
Finalmente uno sguardo che non cita ma che si fa contemporaneo e vivo.

"Mange tes morts" è un film sul rapporto fraterno, sulla protezione familiare in qualche modo, e su quella della comunità. Un film che in fondo parla di redenzione. Quella religiosa, che si palesa in maniera poco convita durante un battesimo fatto dentro una piscina di plastica, e quella che segue tutt'altre dinamiche, in cui si deve lanciare una macchina ai 300 all'ora per vedere il proprio corpo fatto in mille pezzi.

Jean-Charles Hue a Cannes con "Mange tes morts" aveva vinto il premio Jean Vigo alla Quinzaine des Realisateurs, al Torino Film Festival vince il premio per il miglior film in concorso (ci si augura una distribuzione italiana all'altezza). Di lui sentiremo ancora parlare, tanto talento non si esaurisce in fretta.