CAST & CREDITS

cast:
Meryl Streep, Tommy Lee Jones, Steve Carell, Jean Smart, Ben Rappaport, Marin Ireland, Patch Darragh, Brett Rice, Elizbeth Sue, Mimi Rogers

regia:
David Frankel

distribuzione:
Bim distribuzione

durata:
100'

produzione:
Film 360, Escape Artists, Mandate Pictures, Columbia Pictures, MGM

sceneggiatura:
Vanessa Taylor

fotografia:
Florian Ballhaus

scenografie:
Stuart Wurtzel

montaggio:
Matt Maddox, Steven Weisberg

costumi:
Ann Roth

musiche:
Theodore Shapiro

Il matrimonio che vorrei | Recensione | Ondacinema

Il matrimonio che vorrei

di David Frankel

commedia sentimentale, Usa (2012)

di Lorenzo Taddei

Voto: 7.0
Se avete paura della solitudine non sposatevi. (Anton Cechov)

Con una serie di controcampi si scoprono subito le carte in tavola. Da un lato il sospiro di Kay (Meryl Streep), che cerca un contatto col marito, gli chiede di dormire con lei. Dall'altro il noto grugno di Tommy Lee Jones, attraverso cui Arnold rifiuta, fingendo di sentirsi male.
Arnold e Kay sono sposati da trentuno anni. Ma ormai neppure si guardano, non si toccano, dormono in letti separati. Ogni giorno è la replica del precedente e si svolge secondo abitudini che il tempo ha reso solide e prive di sentimento. Si può cambiare il matrimonio? si chiede Kay.
Secondo il dottor Feld (Steve Carell), una settimana di terapia intensiva può essere un nuovo inizio.
Come spesso accade è la donna a farsi promotrice del cambiamento, mentre l'uomo si arrocca in difesa dell'equilibrio raggiunto, anche se questo è solo apparente. Poi però - anche questo accade piuttosto spesso - finisce che l'uomo cede e pur continuando a chiamare illusione la speranza della donna, sotto sotto, comincia a sperare anche lui. 

Fra tutte le commedie sul matrimonio, questa è davvero una commedia sul matrimonio.
E difatti non c'è poi tanto da ridere.
Si sorride più che altro, si partecipa agli impacci della coppia nel mettersi a nudo di fronte al serafico dottore (difficile dargli subito credibilità ripensando al moderno Noè di "Un'impresa da Dio" o al mezzobusto "posseduto" in "Una settimana da Dio"), si sorride degli esercizi di rieducazione all'intimità, al contatto fisico, delle fantasie sessuali faticosamente estorte ad Arnold, o  di quelle  per niente fantasiose di Kay.
Il film procede lineare, senza salti temporali, senza complicarsi in nessuna sotto-trama, ma restando concentrato sui due protagonisti, raccontando i loro successi e fallimenti nell'arco dei sette giorni di terapia. I costumi e le luci seguono nelle tonalità lo stato d'animo della coppia, un montaggio a tratti molto veloce arresta la fibrillazione e dà impulso e forza alle emozioni che riaffiorano e riprendono vita.

Dopo "Il diavolo veste Prada" Frankel si affida nuovamente all'estro di Meryl Streep, ma le confeziona un ruolo diametralmente opposto, in un film che probabilmente avrà un minore successo commerciale, ma che senza dubbio rappresenta l'opera più matura del regista. Dall'esordio "Promesse e compromessi" del 1995, in cui l'amore coniugale resisteva a svariati tradimenti, passando per il banale quadretto familiare di "Io e Marley", fino alla commedia più riuscita dell'anno scorso "Un anno da leoni", Frankel non era mai stato così lucido e capace - complici le ottime interpretazioni dei protagonisti - di affermare l'amore come presupposto necessario al cambiamento.    
Da alcuni definita "dramedy", secondo l'anglofila tendenza che vuol definire ogni forma di "crossover",  "Hope Springs" (dal nome della località del Maine in cui riceve il dottor Feld) è più semplicemente un film sentimentale, una commedia umana,  che non pretende di essere universale, ma raccoglie in una storia particolare, le solitudini e le speranze di molti.