CAST & CREDITS

cast:
Michelle Williams, Bruce Greenwood, Will Patton, Zoe Kazan, Paul Dano, Shirley Henderson, Rod Rondeaux

regia:
Kelly Reichardt

durata:
104'

sceneggiatura:
Jonathan Raymond

fotografia:
Chris Blauvelt

montaggio:
Kelly Reichardt

costumi:
Victoria Farrell

musiche:
Jeff Grace

Meek's Cutoff | Recensione | Ondacinema

Meek's Cutoff

di Kelly Reichardt

western, Usa (2010)

di Giuseppe Gangi

Voto: 7.0
L'Oregon Trail era una delle principali piste di migrazione del Nord America e nel 1845 ci fu un massacrante viaggio di nuovi pionieri che apriva le porte della Frontiera e del suo mito. La storia del "sentiero di Meek" raccontata dal film di Kelly Reichardt è realmente accaduta: una guida esperta portò un gruppo di coloni fuori dalla strada maestra, dicendo che li avrebbe condotti per una scorciatoia. Dopo tante peripezie, ce la fecero, ma alcuni non sopravissero alla traversata del deserto.

L'inizio di "Meek's Cutoff" corrisponde ai primi segni di cedimento delle tre famiglie: dopo aver preso l'acqua al fiume, inoltratisi nel deserto, cominciano a temere per la propria sopravvivenza; si parla pure di far impiccare Meek (Bruce Greenwood) alla fine del viaggio, visto che girava voce che fosse stato assoldato apposta da altri, dagli inglesi forse. Ma prima bisognava arrivarci, alla fine del viaggio. La pellicola si apre e si chiude su un elemento vitale, l'acqua di un fiume dove si approvvigiona il gruppo di pionieri, e un albero risecchito dal sole: in mezzo l'aridità di un luogo inospitale e pericoloso, il terrore per l'assenza (di persone, di vita, di acqua) e un principio di paranoia che assale i viaggiatori. La loro attenzione e le loro paure si rivolgeranno presto alla minaccia - presupposta più che reale - dei pellerossa, per i quali la guida ha accumulato odio, disprezzo e racconti cruenti e pittoreschi dove li uccide. A un certo punto del film Emily Tetherow (Michelle Williams) se ne ritrova uno davanti e rimane impietrita dalla paura; l'indiano ha il tempo di scappare, ma per poco, visto che viene catturato, quasi linciato, e poi utilizzato per farsi portare fuori da quell'inferno. La guida osserva scettico e col fucile pronto a sparare questa imprevista alleanza, ma la ragazza e il suo saggio marito hanno fiducia nell'indiano. Il personaggio femminile di una crucciata e bravissima Michelle Williams è quello più centrale e più a fuoco: mentre gli uomini dubitano e hanno paura, lei comincia a sperare e prende in mano la situazione, ottenendo alla fine anche il rispetto di Stephen Meek. La regista americana costruisce un'allegoria fondativa in un paesaggio arido (se fosse stato ambientato oggi, si direbbe "post-atomico"): non c'è niente eppure si spera di trovare ogni cosa, la terra dell'abbondanza; in tal senso va letta la cacciata dal Giardino dell'Eden, il passo biblico che apre il film, richiamato anche dall'albero attorno a cui ruota il finale.

Kelly Reichardt è interessata ad analizzare il rapporto delle figure umane col territorio vergine dell'America, disponendoli abilmente nello spazio in statici campi lunghi, seguendoli con lenti carrelli ad altezza terreno. L'operatore Chris Blauvelt fa un gran lavoro nelle assolate riprese di giorno, dove la polvere e il sole appannano la vista e nelle notturne girate quasi al buio o con le sole luci dei fuochi degli accampamenti: in quest'ambiente i volti dei personaggi si dissolvono, perché in ombra o perché in controluce; interessante è il contrasto tra i pionieri, vestiti di tutto punto, ma sporchi e impolverati, presto in difficoltà (lo stesso volto di Meek è coperto da una foltissima barba) e la serenità del pellerossa che, nudo come l'ambiente circostante, non ha problemi di sopravvivenza. L'austero stile della Reichardt, che deprime l'elemento spettacolare fin dal formato, girando in 4:3, ci riporta alla mente il mai troppo citato Monte Hellman de "La sparatoria" e de "Le colline blu". D'altra parte per girare un western indipendente nel 2010 vi è bisogno di una buona dose di coraggio, oltre al (solito) impianto di smitizzazzione degli stereotipi del genere, che lo sguardo della Reichard tende a rovesciare, a partire dalla tenace forza spirituale delle donne.

L'alone metafisico imposto rischia, però, di mantenere il film involuto e il racconto è volutamente incompiuto. Resta impresso quello scambio di sguardi, tra l'indiano che se ne torna alla sua tribù, e la donna che lo osserva attraverso uno squarcio (a forma di occhio) nell'albero di una possibile rinascita.