CAST & CREDITS

regia:
Patricio Guzmán

durata:
82'

sceneggiatura:
Patricio Guzmán

La memoria dell'acqua | Recensione | Ondacinema

La memoria dell'acqua

di Patricio Guzmán

documentario, Cile/Francia/Spagna (2015)

di Giancarlo Usai

Voto: 7.5

Anche se separati da 35 anni di età e dal fatto che uno si occupi di fiction e l'altro di documentari, Pablo Larrain e Patricio Guzman sono due cineasti con un fortissimo legame che li accomuna: stanno entrambi portando avanti un racconto polifonico sul loro Cile. E lo stanno facendo con un vigore, un'ispirazione poetica e un'intelligenza narrativa che, forse, non hanno eguali nella storia cinematografica del Sudamerica. E se di Larrain abbiamo più volte incensato le doti e i suoi film eccezionali, del più maturo Guzman sono molte di meno le occasioni per affrontarne l'opera e la produzione artistica. Vuoi per una cattiva distribuzione, vuoi per il fatto che il duro mestiere del documentarista è meno appetibile per il pubblico italiano, vuoi per un semplice fatto casuale di non aver mai conquistato una fetta di pubblico degna di nota.

Indipendentemente da quanto accaduto nel passato, cogliamo l'occasione che ci dà la meritoria I Wonder Pictures con l'uscita de "La memoria dell'acqua" per riaprire il discorso legato all'autore della trilogia sulla "Battaglia del Cile". Seppure il titolo italiano tolga il mistero e la profondità di significato di quello originale ("El boton de nacar" si riferisce proprio a un bottone simbolo della tragica odissea di un indigeno costretto a civilizzarsi in Europa fino a perdere completamente la sua stessa identità), la pellicola di Guzman resta di un potere ipnotico trascinante. Ammaliante è la voce narrante del regista stesso che si prende tutto il tempo per introdurre lo spettatore in un racconto che ha origini ancestrali e primordiali per giungere a conclusioni inaspettate. Se non si desse il minimo conto alla sinossi dell'opera, infatti, sorprenderebbe la piega inaspettata del racconto, premiato oltretutto meritatamente per la sceneggiatura alla Berlinale del 2015.

Si parte infatti da vaghe e sognanti considerazioni sull'acqua, sul suo mistero antico, sulla sua origine proveniente da qualche cometa. Si osserva il rapporto quasi miracoloso tra il Cile, con i suoi migliaia di chilometri di coste e l'Oceano, e lo si fa immortalando paesaggi e scorci di questo Paese latino assolutamente irripetibili. Il Cile parte dal deserto, infatti, e arriva alle lande desolate delle isole sperse nel mare. Tutta la prima parte del lungometraggio è stupore allo stato puro: silenzio, acqua, rumori naturali, contemplazione di bellezza e mistero.

Ma chi conosce Guzman certo non può pensare che il suo lavoro voglia solo limitarsi a una sorta di fatica naturalista che immortali la complessità della geografia cilena, di questo curioso lembo di terra strettissimo e lunghissimo oppresso dalla cordigliera andina e soffocato dalle onde del Pacifico. L'intuizione dell'autore è infatti quella di utilizzare l'elemento dell'acqua come occasione per mettere in evidenza le contraddizioni del suo popolo: quasi cinquemila chilometri di coste eppure pochi investimenti marittimi, nessun tipo di progetto economico che permetta di massimizzare ciò che la natura suggeriva. E poi, appunto, c'è il mito della memoria: l'acqua osserva e immagazzina, memorizza e ricorda le colpe e gli errori di un Paese, come il Cile.

L'acqua è stata testimone di due massacri ben diversi ma entrambi ugualmente vergognosi. Prima quello delle civiltà indigene che negli arcipelaghi del Sud avevano il loro habitat storico, distrutto e sterminato dall'arrivo dei coloni europei. E poi quello degli oppositori del regime di Pinochet, che venivano catturati, torturati, uccisi e fatti sparire negli abissi dell'oceano, appunto. Il passaggio dalla natura all'uomo in Guzman annichilisce per semplicità: il regista non cerca artifici retorici o sorprese di sceneggiatura per legare e amalgamare la prima e la seconda parte del suo lavoro. No, egli procede per sensazioni, per intuizioni. È così, dal nulla, che la soavità del rumore delle onde, così ben catturata dalla macchina da presa, diventa angosciosa trappola per i connazionali che nel mare hanno trovato la morte. Guzman bandisce ogni forma di virtuosismo registico: non c'è montaggio "creativo" nel suo documentario, non ci sono neanche testimonianze particolarmente decisive o raccolte di prove meticolose. Il racconto di ciò che il Cile è stato, del sangue che ha richiesto la conquista dell'attuale democrazia, è affidato a un patto di fiducia tra autore e pubblico: Guzman è sia autore che narratore. È la sua voce che mette a nudo la semplicità e sincerità dell'operazione.

Il suo è un documentario che non vuole rivelare grandi verità né vuole approcciare la Storia con il piglio del reportage d'inchiesta. È più che altro un film di poesia, di contemplazione, prima della natura e poi della Storia. E proprio questo parallelismo ne fa un'opera che conquista proprio per la sua ispirazione. Tornando al paragone iniziale con il giovane e geniale Larrain, viene da sottolineare questa forza di volontà dei più grandi registi cileni in attività: per loro la memoria, l'importanza che ha il custodirne i ricordi a mo' di monito per il futuro, travalica le esigenze artistiche e diventa un'urgenza civile e sociale. Un compito nobile, il loro, non solo in veste di uomini di cinema ma anche di patrioti. Mai tradito nella realizzazione finale: perché come Larrain è un maestro nella messa in scena della finzione, Guzman è, oltre che un saggio narratore, anche un bravissimo documentarista.