CAST & CREDITS

cast:
Johan Cruyff, Juan Ignacio Martinez, Valentin Rodriguez, Cecilia Miserere, Juan Pablo Garaventa, José Manuel Pinto, Javier Mascherano, Gerard Piqué, Andres Iniesta, Alejandro Sabella, Cesar Luisi Menottti, Jorge Valdano, Diego Armando Maradona

regia:
Álex de la Iglesia

distribuzione:
Universal Pictures, The Space Movies

durata:
93'

produzione:
Mediapro

sceneggiatura:
Jorge Valdano

fotografia:
Kiko De La Rica

scenografie:
Antxon Gomez, Marcelo Pont Verges

montaggio:
Domingo Gonzalez

costumi:
Myriam Ibanez

musiche:
Joan Valent

Messi - Storia di un campione | Recensione | Ondacinema

Messi - Storia di un campione

di Álex de la Iglesia

documentario, biografico, Spagna (2014)

di Lorenzo Taddei

Voto: 6.5

Il calcio si gioca con la testa, usando i piedi. (Johann Cruyff)



L'eccentrico cineasta basco Alex De La Iglesia, Leone d'Argento nel 2010 per la miglior regia con "Ballata dell'odio e dell'amore", racconta la favola di un bambino che voleva diventare il calciatore più forte del mondo e che - ormai da qualche anno - ci è riuscito. Più di quattrocento gol, quattro Palloni d'Oro, tre Scarpe d'Oro, 7 Campionati spagnoli, 3 Coppe di Spagna, 6 Supercoppe di Spagna, 2 Supercoppe Europee, 2 Coppe Intercontinentali e - aspettando il verdetto di sabato prossimo - 3 Champions League. Un palmares da fare invidia alla maggior parte dei colleghi del presente e del passato, al quale manca soltanto la Coppa del Mondo.

A De Iglesia manca invece Messi. Una scelta libera e consapevole o invece obbligata? Più facile credere a una scelta obbligata, magari dovuta agli impegni e agli oneri contrattuali di Messi, che non a una scelta di regia, perché in tal caso sarebbe davvero inspiegabile rinunciare a un'opportunità così rara per un documentario, ovvero disporre di un soggetto ancora vivo e nel pieno della sua carriera. Più volte durante il film si dice che sarebbe il caso di chiedere a Messi. Come se De Iglesia ammettesse la deficienza, o invece si trastullasse con la sua scelta controcorrente. Nel complesso è un'ora e mezza piacevole, a tratti anche appassionante, ma lascia l'amaro in bocca scoprire che alla festa il festeggiato non verrà.

De Iglesia non coinvolge direttamente neppure i membri della famiglia, ricomponendo l'infanzia e l'adolescenza di Messi attraverso filmati di repertorio e scene di "fiction". Il "centro" della discussione da cui prendono vita i ricordi è un ristorante: divisi per tavolo ci sono molte persone e personaggi che hanno avuto e hanno un ruolo importante nella vita di Messi. Ogni tavolo discute del Messi che ha conosciuto: si intrecciano gli aneddoti affettuosi delle maestre di scuola con le disamine tecniche del grande Johann Cruyff (stella che fu dell'Ajax e dell'Olanda "Arancia Meccanica" anni '70), le battute di Cesar Luis Menotti con i ricordi degli amici di infanzia, e poi Jorge Valdano (ex calciatore argentino autore della sceneggiatura), Alejandro Sabella (il commissario tecnico argentino che risollevò le sorti del Messi nazionale) e anche il giornalista autore della biografia "Messi", allenatori, dirigenti, calciatori del Newell's Old Boys (dove Messi ha giocato prima di trasferirsi al Barcellona), attuali compagni di squadra del Barcellona come Pinto, Iniesta, Piquè e Mascherano (quest'ultimo anche compagno di nazionale).
E' proprio il cambio di ritmo a dar ritmo al film. Il registro che varia, girando di tavolo in tavolo, l'alternanza fra considerazioni tecniche e picchi sentimentali, fra episodi divertenti e commoventi, fra gol incredibili di un Messi maturo e gol incredibili di un Messi minuscolo dai calzettoni enormi. 

La favola di Messi comincia in un quartiere popolare di Rosario, nel campetto del Grandoli, dove la nonna Clelia appassionata di calcio lo portava a vedere le partite dei fratelli maggiori. La leggenda vuole che un giorno al Grandoli mancasse un giocatore per cominciare la partita in undici e così la nonna abbia convinto l'allenatore a far giocare il nipote, di appena sei anni. E che alla domanda dell'allenatore "Cosa sai fare?" il piccoletto abbia risposto: "Tutto".
Comincia da qui. Seguono una serie di aneddoti tutti da gustare, "l'evasione" dal bagno per correre a raddrizzare la finale del torneo con biciclette in palio, la maglia del Barca indossata per giocare alla Playstation con gli amici, la prima (e unica) fidanzata, il quartiere, gli amici, la "pelota" e ancora la pelota, fino al fatidico giorno in cui al piccolo Messi viene diagnosticato un forte ritardo nella crescita (l'endocrinologo di Rosario è anche lui presente al ristorante). La cura di ormoni è costosa e i Newell's Old Boys non possono sostenerla; il River Plate, che pure è interessato a ingaggiare il giovane talento, acconsente a pagarne soltanto metà. Per questo Jorge, il padre di Messi, accetta l'offerta del Barcellona.

A Barcellona una lunga attesa, gli intoppi burocratici, le difficoltà di ambientamento, mettono a dura prova la famiglia. Il padre resta insieme a Lionel finché non si presenta l'occasione giusta. Alla sua seconda partita nelle giovanili Messi si infortuna, più volte è costretto a restare a riposo per via delle iniezioni ormonali, ma poi riprende a giocare, a segnare e viene persino "inventata" un'amichevole tra le nazionali giovanili di Argentina e Paraguay, perché Messi possa esordire nell'Argentina e possa definitivamente essere scongiurata la sua convocazione nella nazionale spagnola (la doppia cittadinanza offre la possibilità di scegliere con quale nazionale giocare, ma la scelta poi non è ritrattabile).

Il debutto in prima squadra (l'allenatore del Barca era Frank Rijkaard) a soli sedici anni, ci avvicina alla storia recente che più conosciamo e a quei numeri incredibili che "la pulce" (così è stato soprannominato, per via della statura e del suo continuo infastidire le difese avversarie) ci ha abituato a credere possibili.

Mi viene in mente la trascrizione di una dialogo sul calcio fra Enrico Ghezzi e Carmelo Bene ("Discorso su due piedi" edito da Bompiani) dove i due rileggono il calcio - ma anche il tennis, il ciclismo - in chiave cinematografica. Messi ancora non esisteva. I due divergono su molte opinioni ma si esaltano in pieno accordo sul Brasile e in particolare sul talento di Romario:

E.G. "[...] improvvisamente - e ti assicuro che non si è visto in replay - improvvisamente lui, che prima era davanti a questi giocatori, dopo una frazione di secondo si è trovato dall'altra parte [...]"
C.B. "Nemmeno gli avversari la vedono la palla con Romario. Dove passi la palla i centrali, i difensori, non lo vedono."
E.G. "E' come un flash..."
C.B. "...Non è più l'azione..."
E.G. "...E' come un flash: talmente veloce che è fermo."
C.B. "[...] l'immediato io - da che vedo il calcio, da più di quarant'anni - l'ho visto solo in Romario. [...] I portieri non si rendono conto, perché fa dei gol micidiali. E' cinico. Ne scarta quattro con la palla calamitata al piede, e poi li mette nei posti più giusti, più impensati. C'è questo ghiaccio rovente...
E.G. "Cinematograficamente lo chiamerei passo uno. Ecco, un passo uno dell'animazione. [...] Non sai cosa ci sia stato in mezzo, e intanto tu eri lì e ora sei là. E' immediato, nel senso che manca proprio il tempo in mezzo."

Chissà cosa avrebbero detto di Messi. Cruyff dice che mentre il difensore fa un passo, Messi ne fa due. Ma non è solo velocità di gambe, baricentro basso, sviluppata visione periferica, mancino formidabile, destro comunque molto meglio del destro di Maradona, non sono soltanto le sue doti fisiche, atletiche, tecniche, è anche e soprattutto la testa. "Il calcio si gioca con la testa, usando i piedi". E in campo il pensiero di Messi è imprevedibile per gli altri e in parte forse per lui stesso, concentrato a determinare in una frazione di secondo il movimento più utile alla finalizzazione.
"Il tunnel solo quando occorre" ha detto qualcuno al ristorante, ma non ricordo chi. Comunque è proprio questo che credo renda Messi più che un fuoriclasse, un fuoriclasse popolare.

Quel modo naturale, agile e divertito di far passare il pallone tra le gambe dell'avversario, durante l'azione, non un gesto fine a se stesso, bensì parte di un'azione decisiva, perché chiunque può far un tunnel e poi perdere il pallone, lui no, fa passare il pallone sotto le gambe dell'avversario e già ha in mente il dribbling successivo, lo ha già fatto, il tunnel è una zoomata d'autore, il dettaglio non fa in tempo a diventare presagio che lui ha già dribblato un altro avversario ancora e si avvia verso la porta, verso la conclusione di un'azione che si sublima nel suo stesso accadere. La velocità delle sue gambe è una mitragliata da "intoccabile", la precisione dei movimenti sapienza da Jedi, vorrebbero stenderlo ma non possono, i difensori, schiacciati come sono dalle leggi fisiche (va troppo forte) e da quelle psico-estetiche, perché il pallone incollato ai suoi piedi per lo più al sinistro, è un incanto ipnotico che solo la fine dell'azione (il gol, lo stop) può infrangere e perché anche e soprattutto è uno spettacolo che accade davanti ai loro occhi sì di difensori ma prima ancora di uomini, sportivi, calciatori, e pertanto rapiti nell'estasi dell'impossibile che proprio lì in quel momento diventa possibile, sempre meno improbabile, e infine reale.

E alla domanda: ma davvero nessuno riesce a fermarlo con le cattive? Mi rispondo che in qualche modo anche i difensori, pur tragicamente e ridicolmente elusi, si sentono parte di un effetto speciale, unico, di un'evoluzione che si sta compiendo, di un grado - calcistico - evolutivo mai raggiunto prima. E dunque è vero, non riescono a intervenire, ma pure non osano: è facile vedere negli occhi di chi è appena stato dribblato, cioè superato, fatto fuori dal gioco, lo sbalordimento di chi vuol godersi lo spettacolo e ha il privilegio di essere in prima fila, non solo: di avervi contribuito.
Inevitabile il paragone con Diego Armando Maradona, a cui De Iglesia concede un video che è una sorta di dichiarazione d'amore all'erede, un passaggio di testimone.

Vengono riproposti e confrontati, due gol di Maradona e altri due di Messi, simili nell'esecuzione, ma molto diversi per ciò che rappresentano. Maradona segnò i due gol, uno tecnicamente fantastico, l'altro tanto irregolare quanto "Provvidenziale" (da qui nasce appunto "la mano de Dios") entrambi nei quarti di finale contro l'Inghilterra, ai Mondiali del 1986: fu la rivincita di un paese intero contro l'imperialismo (la guerra delle Falkland risale ad appena quattro anni prima) una vendetta popolare concentrata nella doppietta che stese l'Inghilterra e portò poi l'Argentina alla conquista del trofeo. Messi invece segna i due gol in contesti molto diversi, uno al Getafe (squadra abbastanza scarsa della Liga) l'altro di mano nel derby di Barcellona contro l'Espanyol: il primo bellissimo, il secondo evocativo, ma entrambi privi del significato eroico dei gol del "pibe de oro". 

Maradona - come ha raccontato bene Kusturica - era un leader, dentro e fuori dal campo, capace di caricarsi la squadra sulle spalle. Un personaggio carismatico, una costante eccezione alle regole. Messi è un fuoriclasse, silenzioso, disciplinato, disposto al sacrificio. Maradona comanda, Messi umilmente gioca. Uno trascina, l'altro finalizza. E' un paragone inevitabile, affascinante, tra due mancini benedetti che appartengono però a due epoche diverse e a due uomini molto lontani fra loro, sebbene certe bandiere argentine continuino a sventolarli insieme, e insieme a loro sulla stessa bandiera in un inedito trio, sventola pure Ernesto Che Guevara.

Restano fuori dal documentario perché postume (Messi richiede aggiornamenti continui) una serie di prodezze, come per esempio il gol in finale di "Coppa del Re" (la Coppa di Spagna) della scorsa settimana, proprio contro l'Atletico Bilbao (città natale di De Iglesia), o come il bellissimo gol segnato al Bayer Monaco nella semifinale di andata di Champions League. Un gol che a rivederlo sembra così semplice e che invece è difficilissimo. Che unisce rapidità, esplosività, prevedibilità imprevedibile e infine morbidezza. Messi adopera una finta che probabilmente (come dichiara anche Piquet nel documentario) il difensore del Bayern ha previsto, sta prevedendo, ma nel momento in cui si compie è troppo tardi e il difensore in questione (l'aitante tedesco-ghanese Jerome Boateng) cade rovinosamente a terra, in un modo ridicolo che ha fatto e rifatto il giro del web, ubriacato e steso dalla prevedibile finta di Messi che si porta la palla sul destro e, con un pallonetto morbido, segna. Stop.

Mancano ormai pochi giorni all'evento atteso da calciofili di tutto il mondo, spagnoli e italiani in testa, ma anche argentini. Dopo dodici anni di latitanza la Juventus torna in finale di Champions League e dall'altra parte, col numero dieci, c'è proprio lui, Leo Messi. Quanti juventini avranno visto il documentario per ingraziarsi in qualche modo la fortuna? Io non sono certo uno di quelli, anzi.  Se dovessi scegliere chi voglio in squadra, Messi o la fortuna, io direi Messi.