CAST & CREDITS

cast:
Emilio Solfrizzi, Neri Marcoré, Pasquale Petrolo, Vanessa Incontrada, Margherita Buy, Sergio Rubini, Valentina Cervi, Enzo Iacchetti, Gianmarco Tognazzi, Bob Messini

regia:
Sergio Rubini

distribuzione:
01 Distribution

durata:
105'

produzione:
Fandango, Rai Cinema

sceneggiatura:
Sergio Rubini, Carla Cavalluzzi, Umberto Marino

fotografia:
Fabio Cianchetti

scenografie:
Roberto De Angelis

montaggio:
Angelo Nicolini

costumi:
Patrizia Chericoni

musiche:
Paolo Buonvino

Mi rifaccio vivo | Recensione | Ondacinema

Mi rifaccio vivo

di Sergio Rubini

commedia, Italia (2013)

di Lorenzo Taddei

Voto: 5.0

Niente di nuovo sotto il cielo. Poche idee e scarso coraggio di esporle. La storia, di per sé prevedibile, viene allungata a dismisura attraverso continui "spiegoni" utili da una parte ai più deboli di vescica, che tornando dall'incombenza recuperano facilmente il filo, ma dall'altra disastrosi, perché tolgono spazio all'immaginazione e annacquano le poche scene riuscite. La sceneggiatura piatta, che non corre rischi e per maggiore sicurezza s'imbottisce di citazioni e di un cast nazional-popolare. Terreno fertile per l'immancabile messaggio ecumenico, la celebrazione del "mea culpa", dell'atto di dolore recitato appena in tempo per conquistarsi i piani alti del paradiso, o un bonus di soggiorno in terra. E dire che sopra il cielo (in realtà dentro una villa d'ottoemezziana memoria), a smistare le anime per conto di una non identificata "direzione", c'è niente meno che Carlo Marx. E' una buona idea. Che ben si presterebbe a ridefinire le aspirazioni di salvezza dell'uomo contemporaneo, un'idea che potrebbe almeno avere un seguito, offrire qualche altro spunto originale, ma che invece finisce lì, si esaurisce nel compiacimento. La necessità di affrontare l'attuale crisi economica e politica, si risolve nuovamente in una favola senza perdite né perdenti, dove ancora pentimento e lieto fine si legano in un rapporto di causa-effetto troppo fragile per essere sostenibile. Perché mai un'elemosina, peraltro quasi estorta, dovrebbe concedere a un uomo  una seconda opportunità? E poi, giocatasi questa con la vendetta, perché mai addirittura una terza? Vien da pensare, aldilà di tutte le facili critiche che gli si possono muovere, che questo sia proprio il film delle opportunità, che comunque vada, muovendosi con un certo tempismo nel pentimento, ce ne potrà essere sempre un'altra, anche da morti.

Il protagonista che si avvia al suicidio è Biagio Bianchetti, interpretato prima da Pasquale "Lillo" Petrolo e poi "reincarnato" da Emilio Solfrizzi. BB è un imprenditore vittima della crisi e potenziale redento riscopritore di valori più elevati. A condurlo al suicidio però, non è tanto la bancarotta, quanto un'intera vita vissuta all'ombra di ODV (Neri Marcorè). Fin dalle elementari Ottone Di Valerio è stato sempre il numero uno: a scuola, nello sport, con le donne. E quando il povero Biagio crede finalmente di essersene liberato, l'ombra di Ottone torna a oscurare la sua vita. E' così che si accede alla villa di smistamento anime, che ha tutta l'aria di un centro benessere. Biagio è destinato al piano interrato, ma Rubini regista-sceneggiatore decide di salvarlo e Rubini attore esegue, esibendo a Marx la prova della bontà d'animo di Biagio. Così la direzione gli riconosce un bonus extra, un soggiorno sulla terra di una settimana, senza charter, ma riaccompagnato dal tassista-traghettatore Enzo Iacchetti.

La reincarnazione di Biagio toglie di mezzo, grazie a Dio (e a Marx) il tenero Lillo, con tutto il rispetto incapace di reggere la pur minima parte. Il suo posto è preso da Emilio Solfrizzi che guida la vendetta del Biagio sotto le mentite spoglie di Dennis Rufino, celebre manager salutista con la mania dell'Oriente ingaggiato da ODV per il salto di qualità della sua azienda. E' questa la parte a più alta concentrazione di gag. Solfrizzi (già attore per Rubini ne "La stazione" del 1990 e protagonista ne "La Terra" del 2006) si dimostra all'altezza e semmai poco sfruttato nella sua abilità caratterista. Marcorè ricorda molto se stesso ne "La seconda notte di nozze" di Pupi Avati, allora squattrinato aspirante attore, ora imprenditore di successo, ma sempre a suo agio nel ruolo di sedicente opportunista. Discorso a parte per Margherita Buy, stavolta nella parte della moglie di Ottone. La Buy in questo ruolo non è un'attrice, è la Buy. E' vero che è brava, e bella, e non fa pesare nessuna delle due cose - ed è brava e bella anche in ruoli diversi (vedi nel recente "Viaggio  sola" della Tognazzi) - ma nella sua parte, in questa parte, è irresistibile. Fragile, timorata, isterica, repressa, depressa, focosa e pur mai eccessiva. Come se oscillasse, fluttuante tra l'una e l'altra esasperazione, tra quello che è (diventata), quello che deve essere e quello che vorrebbe ma non può. Per infine rovinare in una grottesca e al tempo stesso tenera e liberatoria figura di merda.

Un plauso infine a Rubini. Al mendicante, vigile, cameriere, angelo che ci ricorda che la vita è meravigliosa, al Rubini attore. Perché è capace di tirar fuori da una piccola parte un personaggio memorabile o quanto meno imprimerlo  nella memoria dello spettatore, anche più dei colleghi protagonisti. Perché è come se ogni volta si instaurasse un rapporto a tre fra lui, l'interlocutore sulla scena e lo spettatore, come se il suo sguardo e le sue battute sullo schermo fossero incompiute e avessero bisogno del pensiero di chi guarda per completarsi.

A Rubini regista un invito a tornare sulle proprie tracce, a ripartire dalla propria vita per parlare anche a quella degli altri. Questo suo ultimo lavoro lascia invece l'amaro in bocca per un'altra occasione sfumata, di vedere una commedia che parta dalla crisi del nostro sistema, per dissacrare i valori materiali e riscoprire l'essenza delle persone, ma che lo faccia con ironia e coscienza di sacrificio, cioè mostrando il prezzo, necessariamente alto, che qualunque protagonista del cambiamento sarebbe destinato a pagare, senza invece venirne fuori con un deus ex machina, o in questo caso vaccata del nodo stretto male e successivo balletto dell'ho scampata bella.