CAST & CREDITS

cast:
George Clooney, Tom Wilkinson, Tilda Swinton, Sydney Pollack, Michael O'Keefe, Ken Howard, Denis O'Hare, Robert Prescott

regia:
Tony Gilroy

distribuzione:
Warner Bros. Pictures

durata:
119'

produzione:
Castle Rock

sceneggiatura:
Tony Gilroy

fotografia:
Robert Elswit

Michael Clayton | Recensione | Ondacinema

Michael Clayton

di Tony Gilroy

thriller, Usa (2007)

di Giancarlo Usai

Voto: 6.0

A Michael Clayton la carriera è riuscita a metà. Era procuratore distrettuale, credeva di cavarsela bene nelle aule di tribunale, era approdato al grande studio legale. Poi l'ascesa si è fermata; certo, i soldi, le macchine, gli abiti griffati, tutto questo non gli è mai mancato, ma la sensazione che il grande talento in fin dei conti così grande non era è sempre viva e, d'altronde, la realtà ha dimostrato che l'unico modo per restare in mezzo ai principi del foro è quello di adattarsi, accettare di non essere tra i più bravi e brillanti avvocati, rinunciare a diventare un associato e concentrarsi sui "lavori di pulizia", come li chiama lo stesso Michael.

Clayton è questo, un "ripulitore". Con le sue giuste conoscenze, il suo dinamismo, la sua fedeltà alla causa dello studio, egli provvede ad appianare tutte le questioni per cui non è un giudice a dover dirimere la controversia ma, molto più spesso, sono il buon senso e una rete di relazioni più o meno pulite a fare la differenza. Il nostro è bravo in questo, il più bravo sulla piazza (come gli ricorda il guru Sydney Pollack) e pazienza se un promettente e brillante curriculum negli studi di legge non si è mai tramutato in qualcosa di più tangibile.

Michael Clayton ha anche una serie di problemi personali, un matrimonio andato a monte, un fratello che gli ha rovinato il sogno ideale per evadere dal mare di squali dove lavora (hanno aperto un bar insieme, che ha lasciato indietro solo una montagna di debiti); e in più c'è il peso opprimente del vago senso di fallimento professionale. C'è da dire che le compagnie che lo studio legale assiste sono spesso senza scrupoli, hanno mani sporche di sangue e dirigenti addirittura propensi al commissionare omicidi mirati. E c'è anche da aggiungere che uno dei soci anziani (il sempre perfetto Tom Wilkinson) si redime platealmente proprio in un momento di particolare fragilità per Michael. Il rapporto di collaborazione con la diabolica U-North rischia di saltare e di far arrabbiare la pericolosa amministratrice Tilda Swinton: sarà ovviamente Clayton, quello che risolve problemi, anche i più loschi, a essere incaricato di gestire la patata bollente da dietro le quinte, per far sì che l'impazzimento del buon Arthur-Wilkinson non comprometta un imminente conclusione miliardaria della causa.

Il legal-thriller pareva un genere morto, non più in grado di regalare tensione e una buona dose di lezione di civiltà. E in parte questo debutto alla regia dello sceneggiatore Tony Gilroy si conferma su questa lunghezza d'onda: niente di nuovo sul fronte della trama e nemmeno su quello dell'impianto narrativo, di cui tutto può dirsi fuorché sia esempio di originalità. La struttura classica del genere è sempre quella: si conferma la facilità con cui Hollywood spara a zero sul mondo delle ricchissime cause legali in ambito finanziario e sulle misteriose relazioni che i più prestigiosi studi legali intrecciano con clienti dalla moralità discutibile.

In mezzo al caos c'è l'eroe positivo: l'ultimo della catena, che esce dal suo stato di anonimato per ribellarsi e riportare tutto verso un finale "etico" della vicenda. Succede sempre così: il protagonista apre sempre gli occhi in tempo per un suo riscatto morale ed è ovviamente con questo personaggio che quasi tutti i registi si identificano. Ma "Michael Clayton" ha dei valori aggiunti che, arrivati alla fine del film, non ci fanno catalogare l'opera come semplicemente l'ultima di un ormai stanco filone.

Prima di tutto, per una volta, non sono gli avvocati, o comunque non solo loro, i malvagi da sconfiggere. I legali di "Michael Clayton" fanno il loro lavoro, anche se può sembrare poco stimabile rappresentare in giudizio le multinazionali nelle azioni collettive; ma tutti hanno diritto ad essere difesi e sembra che questo principio elementare Gilroy lo conosca e lo tenga presente.

L'altro elemento apprezzabile è il protagonista che, sebbene a grandi linee ricalchi lo stereotipo di altri cento film, non viene raffigurato come un immaturo moralizzatore (il ricordo va alla marea di frasi fatte pronunciate da Matt Damon ne "L'uomo della pioggia"). Egli sa benissimo la doppia faccia che ha il contesto in cui vive e si muove e non ha alcun interesse a ingaggiare una guerra solitaria per cambiare il mondo: molto più banalmente arriva a un punto in cui porsi una privata e intima questione morale non è cosa ulteriormente rinviabile. Il suo non è un immolarsi sull'altare degli impavidi, ma la migliore risposta che riesce a dare al tentativo altrui di annientarlo. Che Michael non sia né un vincitore né un vinto lo ricorda il lunghissimo primo piano finale sul volto dubbioso di George Clooney, ancora una volta bravissimo.