CAST & CREDITS

cast:
Ange Dargent, Théophile Baquet, Diane Besnier, Audrey Tautou

regia:
Michel Gondry

distribuzione:
Movies Inspired

durata:
103'

produzione:
Partizan Films, StudioCanal

sceneggiatura:
Michel Gondry

fotografia:
Laurent Brunet

scenografie:
Stephane Rozenbaum

montaggio:
Elise Fievet

costumi:
Florence Fontaine

musiche:
Jean-Claude Vannier

Microbo & Gasolina | Recensione | Ondacinema

Microbo & Gasolina

di Michel Gondry

commedia, Francia (2015)

di Giuseppe Gangi

Voto: 8.0

Tom aveva ormai preso la sua decisione. Afflitto, avvilito, abbandonato da tutti, non aveva anima viva che gli volesse bene. Se quegli infami si fossero resi conto a che punto l'avevano spinto, forse si sarebbero pentiti. Egli aveva cercato di fare il proprio dovere e di comportarsi bene con tutti, ma non era servito a nulla. Si vedeva chiaro che desideravano levarselo di tra i piedi...ebbene, poiché era così, li avrebbe subito accontentati! (...) Strano a dirsi, proprio gli stessi pensieri agitavano la mente del suo amico, del suo fratello siamese spirituale.
(Mark Twain - Le avventura di Tom Sawyer)



Per comprendere appieno il talento di Michel Gondry - è bene ricordarlo - bisogna tornare indietro ai suoi videoclip e, perché no, anche ai suoi cortometraggi. "Microbo e Gasolina" rielabora in maniera coesa e compiuta idee disseminate negli anni in vari lavori del regista: ad esempio, uno dei primi cortometraggi è lo splendido bianco e nero de "La lettre" (1998) in cui un ragazzino fa l'ingrandimento fotografico della sua innamorata (qui sarà il ritratto) e attende con trepidazione di poter leggere la sua lettera prima delle vacanze estive; nel 2003, c'è un brevissimo divertissement con Jim Carrey che, imitando Elvis Preasley, canta "Peacan Pie" (brano che dà il titolo al video) e guida un letto motorizzato a quattro ruote. Sono spunti, vicini e lontani, a cui si può aggiungere il viaggio della scolaresca di "The We and The I" (invisibile in Italia), il riferimento a una zia insegnante in campagna ("L'épine dans le cœur") e l'avversione verso gli ultimi ritrovati tecnologici, l'amore per l'artigianale meccanica, in cui si ritrova traslata la battaglia gondryana portata avanti in "Be Kind Rewind" contro l'ipertrofia digitale ed effettistica dei rifacimenti hollywoodiani (Microbo, in una scena esilarante, seppellisce l'i-Phone cadutogli per sbaglio nella fossa dove aveva evacuato).

Cosa c'entra tutto ciò con "Microbo e Gasolina"? Gondry ritrova qui la vena più ispirata del suo genio che si era appannato tra le mille e più che asfissianti invenzioni sceniche di "Mood Indigo - La schiuma dei giorni": in un'operina indipendente, dal budget ridottissimo (circa quattro milioni), il regista francese mette da parte torsioni narrative e acrobatici pianisequenza per compiere un umile ritorno alle origini delle proprie ossessioni artistiche.
Gondry affronta il Bildungsroman assemblando da materiali e idee eterogenei una rilettura alla sua maniera di Mark Twain: al posto del Mississippi, le strade di campagna francesi, al posto della zattera una macchinina artigianale che deve spacciarsi per una casetta da giardino. Dietro si intravede l'elogio della lentezza che David Lynch filmò nel fordiano "Una storia vera", capovolgendo il senso del viaggio: estremo e senza fretta quello di commiato di Alvin Straight, che torna al passato, a suo fratello per lenire i dolori di cicatrici profonde; diretto verso territori inesplorati (o, ormai dimenticati, come la colonia estiva) per Microbo e Gasolina, in cerca di un futuro in cui possano essere veramente se stessi. La ricerca identitaria è alla base della pellicola gondryana e qui si riflette non su una storia d'amore (se non in via tangenziale) ma attraverso l'amicizia fraterna tipica del road movie. È palese come il condensato di sentimenti, pensieri ed emozioni dei due amici provenga dal bagaglio esperienziale del regista che ha ambientato il "suo" coming of age ai giorni nostri, dimostrando quanto ancora si possa dire sulla difficoltà di crescere e sugli irrespirabili rapporti familiari che hanno afflitto tutti noi durante quel particolare periodo della vita. 

Daniel Guéret, soprannominato Microbo poiché ancora basso e gracile nonostante i quattordici anni, ama disegnare: fa ritratti del fratello e dei suoi amici, punk e ribelli per posa, della compagna Laura e anche schizzi erotici per poi masturbarsi; il suo immaginario lo isola da un mondo di cui vorrebbe far parte ma al contempo lo protegge in un limbo ancora infantile (Daniel non si separa dalla sua coperta e prima di addormentarsi si muove sul letto come se fosse ancora dentro una culla). In classe arriva un nuovo alunno, Théo Leloir, che viene fatto sedere dalla professoressa accanto a "quella ragazza" che è in realtà Daniel (ma Gondry ironizza più volte sull'ambiguità sessuale, sul gender ancora in via di definizione): il ragazzo viene presto ribattezzato Gasolina per via dell'odore di cherosene e delle macchie di grasso che si porta a scuola dopo aver smanettato con la macchina del padre.
Entrambi sono figure di emarginati nel conformismo di una prima superiore ma il contesto scolastico, così come quello domestico, viene presto abbandonato: serve a fornire la situazione iniziale e il movente per la grande fuga dei nostri due giovani eroi. Microbo e Gasolina costruiscono una casetta da giardino che si muove grazie a un immortale motore a due tempi (lo stesso del tagliaerba di Alvin Straight) e si mettono sulla strada per le loro vacanze estive lontano da tutto e da tutti. Mirabolante ricostruzione metonimica della funzione intima che si apre verso vasti orizzonti, i due protagonisti riflettono continuamente su se stessi, su come percepiscono l'esterno e su come vengono percepiti. Le loro fisionomie psicologiche e i loro dialoghi sono di matrice letteraria ma non c'è un momento in cui non appaiano autentici e portatori orgogliosi di quel romantico conflitto io-mondo che ciascuno di noi ha combattuto almeno per un tratto di strada. Non c'è traccia, però, di revanscismo o di rivalsa fine a se stessa: Gondry fotografa lo sguardo reciproco che questi ragazzi si gettano, ragazzi che a quattordici anni si travestono da anziani per camuffarsi tra i propri coetanei e non riportando alcun successo con essi (come Daniel che non riesce ad attirare le attenzioni di Laura, il suo interesse romantico), senza sentire il bisogno di deformare più di tanto il reale. L'elemento surreale si concreta nell'insuperabile fantasia con la quale il regista, di tanto in tanto, manipola il linguaggio cinematografico per catturare l'immagine della realtà: folgorante la telecronaca sportiva improvvisata da Théo che accompagna i palleggi di Daniel con il fratello e che causa uno scarto di ritmo nel montaggio e nei personaggi, che rallentano i movimenti per ripetere l'azione alla moviola o, ancora, la sortita nella casa del dentista che si tramuta in una inquietante disavventura fiabesca, sebbene si capisca infine come non vi sia alcun orco ma solo dei nevrotici genitori abbandonati dai figli.
Attraverso il punto di vista di Microbo e Gasolina ogni disavventura può essere ingigantita, divenire sproporzionata, ogni cosa che li allontana dalla casetta-coperta di Linus può risultare paurosa o deludente: mentre si immagina una peripezia se ne sta vivendo un'altra forse ben più eccitante. In una pellicola limpida e cristallina, l'autore francese frena la sua dirompente immaginazione, riaffermando il potere affabulatorio della Settima arte, l'ebbrezza liberatoria della fuga fantastica; Gondry, senza esagerare e con tono a tratti assolutamente realista, delinea fondali iper-cinematografici dove trovano collocazione i suoi veridicissimi protagonisti e le loro aspirazioni di libertà e creatività: Microbo che crede di essere privo di personalità e di modificare il proprio pensiero in base a quello dell'amico, per poi rivelarsi molto più sottilmente manipolatorio, e il maturo Gasolina che, con la sua ironia pungente da pensatore solitario, snocciola perle quali "i bulli di oggi sono le vittime di domani" o di disdegnare l'alcol perché toglie la dignità alle persone.

Forse "Microbo e Gasolina" non è un film per tutti e la timidezza con cui fa capolino nelle sale italiane (dopo il flop in Francia) ne è una conferma. Era un film evidentemente necessario per Gondry, che espurga nodi irrisolti della propria poetica attraverso una nuova obiettività del suo sguardo, un amore sincero nei confronti dei suoi personaggi e una storia che non vuole essere accomodante. E sarà necessario, forse, per coloro i quali si rivedranno in questi giovani pensatori indipendenti che riflettono in perpetua autoanalisi, senza, però, trovare una catartica risposta ai loro dubbi esistenziali né un finale consolatorio: l'autore è fedele a un mood malinconico e l'atto conclusivo lo asserisce con forza. L'incubo in aereo è una sterzata gondryana, in cui le ellissi improvvise vengono usate per disorientare sia lo spettatore che il povero Microbo che si accorge dei salti temporali e di stare tornando indietro; è invece l'epifania di un brusco risveglio, l'accettazione di stare tornando a casa. I due amici vengono separati dal lutto della vita, sebbene per sempre legati dal vissuto di quel "ricordo d'estate"; per il resto, l'innamorato non cercherà di parlare a Laura (intimidito dalla strampalata tosatura à la samurai fattagli in un bordello coreano) e la sessualità rimane un'astrazione conosciuta in solitaria. E poi c'è quello sguardo che Daniel non rivolge a Laura (quasi una "schivata" kechichiana) facente parte dell'infinita attesa di trovare non solo un posto nel mondo ma anche un posto nello sguardo altrui: un'attesa che, a quattordici anni, non può che essere appena iniziata.