CAST & CREDITS

cast:
Doze Niu, Jack Kao, Tuan Chun-hao, Shu Qi

regia:
Hou Hsiao-hsien

distribuzione:
Istituto Luce

durata:
119'

produzione:
3H Productions; Paradis Films; Orly Films; SinoMovie.com

sceneggiatura:
Chu T'ien-wen

fotografia:
Mark Lee Pin-Bing

scenografie:
Huang Wen-Ying, James David Goldmark

montaggio:
Liao Ching-Song

costumi:
Wang Kuan-i

musiche:
Yoshihiro Hanno, Giong Lim

Millennium Mambo | Recensione | Ondacinema

Millennium Mambo

di Hou Hsiao-hsien

drammatico, Taiwan/Francia (2001)

di Cristiano Ciliberti

Voto: 8.5

Presentato a Cannes nel 2001, "Millennium Mambo" è stato subito accolto come un caso di rilevanza assoluta per configurare i canoni di buona parte della narrazione cinematografica moderna.

L'incipit: "Immagine-tempo"

Il film si configura come una sorta di anello di congiunzione tra la filmografia precedente del cineasta taiwanese e le peculiarità della sua produzione del nuovo millennio. Abbandonate temporaneamente ambientazioni e atmosfere del film storico, Hou Hsiao-hsien mette in scena la travagliata storia di Vicky, una ragazza che ha lasciato la sua casa natia e il contesto rurale in cui è cresciuta, per cominciare una nuova vita nella grande metropoli; qui conosce Hao-Hao, un irascibile e indolente vagabondo con cui intraprende una relazione.

Un elemento di particolare importanza, e al contempo di grande interesse, risulta essere l'incipit, nel quale il regista mutua la lezione bellouriana conferendo a questa sequenza il compito di plasmare il mood del resto del film. La scena, che scopriremo essere un segmento isolato della narrazione, è costituita da un solo lungo piano sequenza in cui la macchina da presa segue la protagonista che corre dentro un tunnel, apparentemente spensierata, con i capelli che assecondano armoniosamente le oscillazioni del suo corpo. Quello che rende questo stralcio di film un compendio del cinema moderno, se non addirittura postmoderno nell'accezione che Marineo dà del termine, sono gli elementi portanti della struttura del incipit, nonché la finalità narrativa che gli viene conferita. L'uso del voice over, che introduce la storia di Vicky, è delicato ed enigmatico, al punto che non sappiamo se la voce sia della protagonista stessa o di un narratore onnisciente esterno; questo, insieme ai ripetuti sguardi in macchina di Vicky durante la sua corsa, innescano un meccanismo di coinvolgimento dello spettatore che viene letteralmente risucchiato nell'atmosfera di sospensione della realtà che il rallenty contribuisce a creare.

Superando però l'esperienza di Kenji Mizoguchi, che sull'espediente registico dell'incipit ha fondato gran parte della sua filmografia, Hou Hsiao-hsien costruisce una struttura per la quale questa sequenza iniziale risulterà essere un corpo quasi totalmente a sé stante rispetto al proseguo della narrazione, pur mantenendo intatti tutti gli elementi qui messi in gioco nei primi minuti della pellicola.

 

Fissità o dinamicità: l'importanza dei tempi morti

Dopo l'incipit, che si chiude con uno stacco sul nero ed il titolo del film, ci troviamo catapultati in un contesto urbano vertiginosamente claustrofobico. La voice over continua ad accompagnare le vicissitudini della protagonista nella sua sofferta convivenza con l'amato Hao-Hao, mentre il film si configura come una lunga serie di piani-sequenza in cui la macchina fissa la fa da padrona, accompagnando con dei piccoli movimenti il febbrile spostamento dei personaggi all'interno della scena. La contrapposizione più rilevante messa in gioco è il continuo conflitto fra la dinamicità dei corpi all'interno dell'inquadratura e l'assoluta fissità emotiva degli stessi protagonisti, incapaci di scrollarsi di dosso una vita avviluppata intorno alle paradossali sicurezze degli eccessi, della droga e della vita notturna.

Ecco che quindi la totale apatia di Vicky e del mondo che la circonda, suggerisce all'occhio dell'autore di soffermarsi su tutta una serie di tempi morti della vita dei protagonisti: a partire dai tanto timidi quanto violenti tentativi di approccio sessuale di Hao-Hao, ai momenti di beata ma dolente solitudine di Vicky, che cercherà di scrollarsi di dosso quel che resta della sua storia d'amore legandosi ad un rassicurante ma losco imprenditore conosciuto durante una delle sue lap dance.

 

Questi sono attimi che intervallano i seppur rari, e comunque non raccontati, momenti che muovono la vicenda, secondo un modello che riporta alla mente i fasti della Nouvelle Vague. L'elemento di modernità, in una narrazione che strizza l'occhio a espedienti narrativi del secolo scorso europeo, è rappresentato ancora una volta dalle modalità con le quali essa viene costituita. In linea, infatti, con la percezione dell'uomo contemporaneo, alienato e distante da tutto quanto gli stia attorno pur essendone pienamente immerso, la fotografia di Lee Ping-Bin fa largo uso dello sfocato e di numerose quinte che ostruiscono la pulita visione dei protagonisti, contestualizzati in ambienti angusti, che le focali lunghe contribuiscono a rendere claustrofobici. Anche i confini della stessa inquadratura sembrano spesso non bastare a racchiudere un'umanità latente e che spinge per venir fuori; non a caso, spesso, molto di ciò che succede accade o viene detto fuori campo, lontano dall'occhio della cinepresa.

In tal modo, la vicenda di Vicky diventa una lunga apnea sensoriale che coinvolge anche lo spettatore. A entrambi viene concesso un solo momento di respiro quando la ragazza va a trovare ad Hokkaido, in Giappone, un amico barista conosciuto in una delle sue insensate scorribande notturne. Dal limbo della rassegnazione, Vicky viene trascinata in un bel paesaggio invernale e innevato, tanto freddo e ostile quanto accogliente nel suo essere puramente naturale ricalcando, anche con l'ausilio di una colonna sonora impeccabile, una sensazione di sospensione temporale che il film non aveva mai perso, ma che qui giunge al suo parossismo. Anche l'occhio della macchina da presa sembra giovare di questa improvvisa ventata di genuina umanità, concedendosi un moto lento e ponderato come mai fino a questo momento.

Il film si chiude con un'altra sequenza di calma ancestrale nella gelida Hokkaido, dopo l'ennesimo ritorno di Vicky nel vortice della perdizione e dopo una successiva ennesima fuga. La splendida interpretazione della bellissima Shu Qi lascia trasparire tutta la pace che quel momento serba per il suo personaggio; ma la voce fuori campo ci ricorda che tutto questo accadeva dieci anni prima, ossia nel 2001, all'alba del nuovo millennio. Non ci è dato di sapere se la voce narrante, che scopriamo essere della stessa Vicky, sia la voce di chi sia finalmente uscita dal suo tunnel, come metaforicamente ci indicava l'inizio del film, e se l'alba del nuovo millennio sia sorta anche per lei; a noi rimane solo il suo volto felice scolpito su nevi che l'indomani si scioglieranno.