CAST & CREDITS

cast:
Tom Cruise, Kathryn Morris, Samantha Morton, Colin Farrell, Meryl Streep, Peter Stormare

regia:
Steven Spielberg

distribuzione:
Twenty Century Fox

durata:
127'

produzione:
Jan de Bont, Bonnie Curtis, Gary Goldman, Gerald R. Molen, Walter F. Parkes

sceneggiatura:
Jon Cohen, Scott Frank

fotografia:
Janusz Kaminski

Minority Report | Recensione | Ondacinema

Minority Report

di Steven Spielberg

fantascienza, Usa (2002)

di Niccolò Rangoni Machiavelli

Voto: 8.0
Riesci a vedere? Cosa vedi? Un futuro possibile o predeterminato? Le nuove sibille cumane, immerse nel liquido amniotico che lega tutti gli esseri viventi, "processano" le intenzioni, l'uomo le condanna. Il "Blade Runner" del 2054 corre contro il tempo, organizza le immagini dei rebus che i pre-cog(nitivi) producono: investigatore/regista, avvicina la polizia al clero, opera in un tempio, influenza i destini altrui.

Del futuro, lo scrittore Philip K. Dick (il suo romanzo risale al 1956) teme i "sistemi perfetti", quelli che non ammettono errori per non mettere in discussione se stessi: la Giustizia, in questo caso, non accetta il "ragionevole dubbio" (i rapporti di minoranza) e sposa la pericolosa utopia della Sicurezza Totale. Per abbracciare la luce, però, bisogna conoscere l'oscurità, i veri vati sono ciechi: John Anderton/Cruise cambierà gli occhi per scegliere (cambiare?) il proprio destino e autodeterminarsi.

In un complesso giallo/gioco di sponde, gli sceneggiatori affermano e negano di continuo l'esistenza di un solo futuro possibile: il "Tu puoi scegliere" rivolto da Agatha (Christie...) a Anderton, viene confermato dalla supremazia della volontà sulla sete di vendetta e subito disatteso dal suicidio del finto pedofilo. Le immagini profetiche avevano visto giusto, è la loro sistematizzazione/selezione a trarre in inganno, come ben sanno i pubblicitari che hanno colonizzato il futuro (la promozione della Precrimine ricorda "Robocop").

Nell'affannoso desiderio di controllare il domani, l'uomo confonde il cinema con la realtà: i veri assassini nascondono (male) il loro volto con il trucco ed il montaggio (perché i pre-cog non lo vedono?) e sfruttano l'imprescindibile errore umano. Lo stesso Anderton spera di lenire le proprie ferite (la perdita del figlio) con il controllo totale del crimine e, Angel Heart cui predicono il finale, si dimena nella gabbia del fato cucitogli addosso. Chi è l'eroe? Il difensore che crede in buona fede nel Sistema o l'avversario (non a caso, ex-seminarista) che s'adopera per demolirne la fede? Spielberg, dismessi gli eccessi sentimental/predicatori delle ultime prove, sceglie il chiaroscuro, il grigio metallizzato della fotografia di Kaminski, il décor anni Quaranta (sia per gli accenti noir, con tanto di canzoni d'epoca, che per l'iconografia che richiama la fantascienza del periodo) e ritrova la tensione hitchcockiana degli esordi, fra spietate cacce all'uomo, voyeuristica messinscena del (pre)delitto, invenzioni sagaci e sorprendenti (dai molteplici omaggi cinefili all'inatteso entracte della "strega" nella serra). Il suo epilogo trova la favola ma non scioglie, insieme a qualche lacuna logica, l'inquietudine del dilemma etico (si è colpevoli di premeditazione?) e "filosofico" (il futuro si vede, s'influenza, esiste?). "Siamo stanchi del futuro", sussurrano i pre-cog: conta il presente, quel tessuto connettivo che fa sì che le colpe di uno cadano su tutti gli altri (figlio di Anderton compreso).

(in collaborazione con Gli Spietati)