CAST & CREDITS

cast:
Dakota Goyo, Goran Visnjic, Bridget Moynahan, Kendra Leigh Timmins, Russell Yuen, Racine Bebamikawe, Duane Murray

regia:
Brando Quilici, Roger Spottiswoode

distribuzione:
Medusa Film

durata:
98'

produzione:
Hyde Park Entertainment, Media Max Productions, Original Pictures

sceneggiatura:
Bart Gavigan, Hugh Hudson

fotografia:
Peter Wunstorf

scenografie:
Eric Fraser

montaggio:
Pia Di Ciaula

musiche:
Lawrence Shragge

Il mio amico Nanuk | Recensione | Ondacinema

Il mio amico Nanuk

di Brando Quilici, Roger Spottiswoode

avventura, Canada/Italia/Usa (2014)

di Lorenzo Taddei

Voto: 6.0

Quando in principio si dice che questa è una storia terribile ma bellissima, già si capisce che di veramente tragico non accadrà nulla. Del resto Nanuk, che in lingua Inuit significa orso vagabondo, è appunto un orsetto bianco e "Il mio amico Nanuk" ("Midnight Sun") un film per bambini: non si può pretendere chissà quale brutale colpo di scena. Però aspettarsi un po' di più, sì.

Il film è una variante ambientalista di "Belle e Sebastien" uscito lo scorso inverno. Anche stavolta si  punta tutto sulla combinazione bambino coraggioso - animale bianco e soffice, oltre che sulla fotografia e la bellezza dei paesaggi, attraversando i quali i due protagonisti compiono la grande impresa.
L'impresa è ritrovare mamma orsa. Che le guardie forestali hanno portato lontano perché aveva preso ad avvicinarsi con troppa disinvoltura al centro abitato. Catturano la mamma senza accorgersi del cucciolo ed è così che Luke (Dakota Goyo, "Noah" da piccolo nel film di Aronofsky) lo trova, ancora nascosto nel garage di casa. Ma l'impresa per Luke è anche riuscire laddove il padre ha fallito e in un certo senso riscattarlo. Il viaggio è una decisione attraverso cui Luke diventa uomo e ritrova la pace interiore.
Non si capisce perché l'orsetto polare si affidi subito e senza riserve al piccolo umano. Avviene tutto nella più spontanea fiducia, in una specie di codice "cucciolesco", oppure è solo un modo per sveltire la sceneggiatura e catturare l'attenzione dei bambini, anche a scapito della verità etologica? Bisogna però riconoscere che il regalo fumante e poco profumato che il buon Nanuk lascia sullo scendiletto di Luke, compensa un po' la sua remissiva docilità da orsacchiotto a pile.

Come Belle rilanciò il pastore dei Pirenei e per somiglianza il maremmano, o come "E.T. l'extraterrestre" provocò lo sterminio di una scimmietta del sudest asiatico che ha solo la sfortuna di somigliare al piccolo alieno, vien da credere che Nanuk ridesterà per un momento l'attenzione sugli orsi polari e sulla loro attuale complicata sopravvivenza. Ormai è tutto così strettamente legato, business e ambientalismo, grande distribuzione e piccole furberie, tanto che pure la partnership col WWF (se adotti un orso polare ricevi un tenero peluche) sembra più una trovata pubblicitaria che un piano ecologista.  

Chiedo scusa. Il cinismo mal si addice a un film del genere, che è un film sul coraggio, sull'amore incondizionato, la fratellanza che trascende la differenza di specie, sulla speranza. E anche una favola che rispetta le minoranze (come il popolo degli Inuit, o gli stessi orsi bianchi) e non si dimentica della realtà (tutto nasce dal surriscaldamento globale, se gli orsi polari si avvicinano all'uomo è perché non hanno più cibo). Tra mille peripezie, aiutati da Muktuk (Goran Visnjic), un amico del padre di Luke, passando per l'unica vera scena drammatica del film, cioè il rischio di congelamento, Luke e il suo amico Nanuk giungono a destinazione. Vi lascio immaginare quale. Vi lascio immaginare come, e cosa, accadrà, alla fine.

Proprio quello.