CAST & CREDITS

cast:
Isabelle Huppert, Benoît Poelvoorde, André Dussollier, Virginie Efira, Corentin Devroey, Aurelien Recoing, Eric Berger

regia:
Anne Fontaine

distribuzione:
Bim Distribuzione

durata:
99'

produzione:
M6 Films, Radio Télévision Belge Francophone (RTBF), Pathé, Entre Chien et Loup, Artémis Productions

sceneggiatura:
Anne Fontaine, Nicolas Mercier

fotografia:
Jean-Marc Fabre

scenografie:
Olivier Radot

montaggio:
Luc Barnier, Nelly Ollivault

costumi:
Catherine Leterrier, Karen Muller Serreau

musiche:
Bruno Coulais

Il mio migliore incubo! | Recensione | Ondacinema

Il mio migliore incubo!

di Anne Fontaine

commedia, Francia/ Belgio (2011)

di Diego Capuano

Voto: 6.0

E' destino degli attori - anche se grandi - essere ricordati per dei ruoli che, legati tutti in un singolo mazzetto, formano una testimonianza non solo delle capacità attoriali, ma di un modo di essere e di esporsi che travalica il grande schermo, espandendosi a ciò che è la persona oltre i confini di ciò che interpreta. Ciò avviene a volte a torto, altre volte a ragione.
Ci sono ben pochi dubbi sulla bravura di Isabelle Huppert che, da almeno venti anni a questa parte, è l'attrice numero uno del cinema francese. E' altrettanto indiscutibile l'immagine che reca di sé, ovvero quella di figura severa e intransingente, che pochi sorrisi dona e che spesso e volentieri non disdegna figure complesse e sgradevoli.
Le sporadiche commedie che ha interpretato sono praticamente tutte in edite in Italia, ad eccezione del musical-giallo "8 donne e un mistero" dove, tra l'altro, quando è in scena ruba in maniera sublime la scena alle sue illustri colleghe. E' colpa di Isabelle Huppert, incapace di scegliere brillanti copioni alla sua altezza, della penuria di validi ruoli comici nel cinema contemporaneo oppure del pubblico che non accetta di vederla in vesti a lei ancora pressochè inedite? Tutte le ipotesi sono verosimili e dunque accettabili.
"Il mio migliore incubo!" è una prova che vale soprattutto per uno studio sull'attrice, sulla possibilità di ribaltare i clichè che la attanagliano nonché sulle varie eventualità di ribaltarli.

Sin dalle prime battute il personaggio di Agathe mostra una serie di caratteristiche che ci si aspetterebbero da lei: fredda, organizzata al millimetro, ben radicata nel suo ambiente sociale, vittima e carnefice di un matrimonio privo di un qualsiasi calore umano, esente da emozioni.
Il personaggio interpretato da Benoît Poelvoorde, Patrick, ne risulta il suo ovvio opposto: istintivo, irruento, di cruda espansività. Facile simpatizzare per il secondo a sfavore della prima. Nel corso della prima parte ogni incotro-scontro tra i due personaggi è sottolineato da una distanza abissale, rappresentata da particolari contrastanti: il modo di approcciarsi alla sessualità, le pietanze mangiate, l'abbigliamento, il portamento. E' questa, probabilmente, la fase del film più riuscita, quantomeno la più divertente e scoppiettante: utilizzando meccanismi di certo non innovativi, la frenesia dell'insieme rende la visione scorrevole, fino al divertente approccio sessuale.
Questa rottura degli eventi rivela un doppio meccanismo di difesa: quello della donna, che utilizza uno scudo di ghiaccio per congelare le sue emozioni, quello dell'uomo, che maschera dolori passati dietro a uno strabordante caos esistenziale, tra alcol e donne.

A questo punto il film non si accontenta del suo fiero e gradevole andamento folle, ma Anne Fontaine vuol farne una commedia umana, appiattita su sponde più propriamente sentimentale ("una storia d'amore sullo sfondo di un conflitto di classe"), contornate da tematiche sociali, incarnate anche dalle figure dei figli che restano, tutto sommato, irrisolte perché il film non riesce ad affrontare con interesse una domanda che pur vorrebbe porre: "cosa significa essere genitori?". Gli scheletri personali avanzano, il ritmo sbiadisce. Resta azzeccato un finale che adopera l'arte come oggetto transizionale. "In apparenza, l'arte incarna tutto ciò che li divide culturalmente, socialmente e economicamente. Eppure, è grazie all'arte che trovano un punto di incontro. L'arte cessa di essere il segno di una frattura o di un conflitto di classe, e finisce per simboleggiare un riaccostamento emotivo" (Isabelle Huppert). Il più penalizzato ne risulta il gentile e vellutato François di Andrè Dussolier che passa da una prigione all'altra senza soluzione di continuità.
Tirando le somme del discorso iniziale il risultato finale, dunque, non smuove il grado simbolico di Isabelle Huppert, costretta a giocare con lo status accumulato nel corso degli anni, non a plasmare un personaggio secondo canoni inediti. Per fortuna il risultato non modifica nemmeno la sua classe.