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Ora voglio fare un brindisi, se permettete. Lunga vita al crimine!


"Il mistero del falco", anno 1941, viene considerato pressoché all'unanimità da critici e storici, come uno dei pilastri fondativi del noir moderno. Ciò che è divertente e curioso notare è che chi creò il film dal nulla non aveva nessuna intenzione del genere, anzi, intendeva rifarsi a modelli già in uso diffuso nella Hollywood degli anni 40. Ma a questo arriveremo dopo, prima occorre introdurre i protagonisti della vicenda che ruota attorno all'opera, tre nomi capitali nel mondo della letteratura, del cinema e della cultura americana.
Il primo è Dashiell Hammett, scrittore maledetto della prima metà del secolo, involontariamente co-fondatore, insieme a Raymond Chandler, di un immaginario narrativo in cui il poliziesco, il giallo entra di prepotenza nell'intimità dei personaggi, trasformando sovente l'indagine in un melodramma mascherato. Hammett, scrittore prolifico da giovane e caduto in disgrazia dopo la Guerra per alcolismo e per la sua appartenenza al Partito comunista, aveva ideato nel 1930 una strana storia, un incrocio curioso di fiaba e thriller, con un preziosissimo cimelio che, direttamente dal sedicesimo secolo, si tramandava di mano in mano fino a cadere in uno sporco giro di faccendieri disposti a uccidere pur di conquistarlo. "Il falcone maltese", per l'appunto. Il romanzo ebbe due adattamenti poco fortunati prima di essere letto da un giovane sceneggiatore di belle speranze.


Da sceneggiatore a regista

Qui entra in gioco il secondo nome della nostra storia: John Huston. Originario del Missouri, Huston a 35 anni va dai maggiorenti della Warner a proporre la sceneggiatura di un nuovo adattamento, il terzo, del libro di Hammett. Prima di questo, va detto, il nostro era finito sulle pagine culturali dei principali giornali statunitensi, dalle cui colonne i critici cinematografici più smaliziati lo avevano indicato come una delle penne emergenti di Hollywood. Con una solida preparazione letteraria alle spalle, un talento naturale per una scrittura per immagini efficace come poche altre e con una capacità straordinaria di variare registro, ambientazione e genere, il giovane Huston aveva già ottenuto una nomination agli Oscar per lo script del film "Un uomo contro la morte", biopic sul medico che per primo scoprì una medicina che poteva essere utile per sconfiggere le malattie batteriche. Capirete bene che passare da un'opera biografica al noir per eccellenza, e il tutto nel giro di pochi mesi, richiedeva un'abilità e una versatilità non comuni. Nelle sue precedenti esperienze cinematografiche, Huston ebbe modo di conoscere colui che sarebbe stato scritturato come protagonista assoluto de "Il mistero del falco".
Parliamo, ovviamente, di Humphrey Bogart, allora 42enne semisconosciuto, già interprete principale di alcune pellicole, ma lontano dal mito che lo avrebbe poi consacrato nei vent'anni successivi. Fin da giovane serissimo professionista, Bogart non aveva ancora trovato il "ruolo della vita", quello che potesse, potenzialmente, far esplodere le sue doti, nascoste in uno stile di recitazione così fieramente fatto di sottrazioni, di immedesimazioni mai troppo evidenti. Il ruolo della vita, alla fine, glielo offrì Huston, suo amico fin dai tempi di "Una pallottola per Roy". Una strana coppia, quella formata dal regista-sceneggiatore e dall'attore, diversi in tutto. Huston con una fisicità imponente e Bogart alto poco più di un metro e settanta, il primo di cultura vasta e variegata, il secondo con origini umili e "di strada". Ma erano accomunati da alcune cose: il bere, innanzi tutto, che li portava a condividere nottate in cui si discuteva di cinema e di futuro; il mare, in secondo luogo, posto dell'anima che li portava a isolarsi dal clamore californiano; l'abnegazione per il proprio lavoro, infine. "Non ha mai preso sul serio se stesso in tutta la sua vita, ma il lavoro sì, quello sempre", diceva Huston di Bogart, sottolineando proprio la contraddizione in termini, di un uomo che non era praticamente nulla fuori dal set.


Gioco d'interni fra luci e ombre

"Il mistero del falco", lungometraggio d'esordio dietro la macchina da presa per Huston, fu finanziato dai produttori della Warner con pochi soldi, affidando al giovane debuttante regista il compito di fare di necessità virtù. Quando si dice il talento innato: senza saperlo, ignorando di star rileggendo i codici del poliziesco allora in voga, il giovane autore pose le basi per il noir dei noir. Girato tutto in interni, della San Francisco di Hammett Huston non mostra praticamente nulla, affidando invece alla sua macchina da presa veloce e dinamica la funzione di catturare gli intrecci di sguardi, di occhi, labbra smorfie che i protagonisti si scambiano nei loro scambi serrati. Da una parte la fotografia del grande Arthur Edeson, capace di accentuare la dicotomia luce-ombra/bene-male, dall'altra l'eccezionale lavoro dello scenografo Robert Haas e del costumista Orry Kelly: l'aspetto visivo de "Il mistero del falco" si pone esattamente a metà fra l'espressionismo tedesco e i gangster movie degli anni 30. Dal look dei protagonisti al ritmo serrato di battute e successione di scene, il film di Huston conia un nuovo genere in modo del tutto naturale.
Non è la vicenda in sè ad essere rivoluzionaria: sono le scelte di sceneggiatura e di regia a renderla tale. Huston bandisce inseguimenti, sparatorie e clamorosi colpi di scena. Nel suo lavoro di cucitura degli equilibri fra protagonisti, ciò che emerge con decisione è, in modo costante e pressante, l'oscurità di ognuno che combatte contro la spinta verso la rettitudine. Il dilemma morale mette al bivio non solo il protagonista, il detective Sam Spade, ma anche donne e uomini che ruotano attorno al misterioso falcone. C'è Brigid (Mary Astor), la donna fatale che fa vacillare la linearità dell'investigatore, incapace di essere sincera su qualsiasi argomento; c'è Iva (Gladys George) che si divide tra il dolore per la morte di suo marito, socio di Spade, e la passione clandestina proprio per il collega del suo defunto consorte; c'è il tenente Dundy (interpretato da Barton MacLane), combattuto tra un senso del dovere che lo porta a simpatizzare per le sventure del protagonista e una sana e ostentata antipatia verso lo stesso, che lo spingerebbe ad aggirare le regole per mandare in rovina il detestato detective. E poi ci sono i due giganti, le due colonne silenzione, ma decisive, che trasformano una storia in un capolavoro di relazioni umane, che aggiungono quell'elemento in più che rende straordinario l'ordinario.
Stiamo parlando dei personaggi interpretati da Peter Lorre (il mellifluo Joel Cairo) e da Sydney Greenstreet (il "grassone" Kasper Gutman). Essi rappresentano il parto creativo finale della mente geniale di Huston: volti e movenze che fanno il verso al glorioso cinema espressionista e vezzi e accenti che arrivano direttamente dai grandi gangster à la Scarface. La penna e la cinepresa di Huston miscelano questa carrellata di caratteri e ne fanno un affascinante cocktail di imprevedibilità, mistero, stupore. In mezzo a questo intricato reticolo di malintenzionati si muove l'eroe Bogart. Non eroe nel senso classico del termine, ma in un senso tutto proprio dell'universo-Huston. Il detective Spade, infatti, vive passivamente la truffa ai suoi danni, la morte del suo socio, affronta con freddezza la donna che cerca di abbindolarlo, i poliziotti che lo vorrebbero in galera. Nascosto dietro il fumo di mille sigarette e il suo cappello a tesa larga, Spade è l'emblema di un modo di intendere il protagonismo cinematografico: aiutato da un senso dell'umorismo e una prontezza di riflessi eccezionali, l'investigatore privato affronta il dramma con una distanza emotiva che sorprende chiunque.


La morale del detective

Huston e Bogart lavorano molto sulla limatura del protagonista e ne fecero una sorta di paladino della contemporaneità di fronte a brutture e crimini: Spade reagisce al delitto con fredda empatia. Solo nel finale espone, con sguardo perso nel vuoto, la sua filosofia di vita e di professione. Potrebbe sembrare delirante la scelta di rinnegare il suo sentimento d'amore per un senso di giustizia fuori tempo massimo. Invece no: è parte di un nuovo modo di concepire l'incedere narrativo. Solo dopo Huston si sarebbe accorto di aver contribuito a porre le basi per un nuovo filone. E quale sarebbe questa "delirante" filosofia di vita di Spade? Il senso ultimo è che ci sono cose che, si vogliano oppure no, un uomo retto deve portare fino in fondo: Sam non stimava Archer, il suo socio rimasto ucciso, ma il solo fatto di aver diviso per anni la scrivania lo costringe a fare luce sulla verità e condannare il colpevole. È per questo, dunque, che alla fine perde tutto, per una scelta etica vissuta quasi inconsapevolmente.
Un riscatto finale che chiude a ogni tentazione: un protagonista nuovo per un'indagine diversa dal solito. In Huston e ne "Il mistero del falco" ciò che conta è la relazione sociale, il focus sulla condizione del sentimento umano di fronte all'evento criminale. Mentre nei gangster movie classici l'azione prevaricava il pensiero, ora la situazione si capovolge: fuori è crimine, è delinquenza, è sangue. Dentro, in queste case così signorilmente arredate della parte borghese di San Francisco, lo spazio si divide tutto in due ambiti psicologici. Ci sono le luci e gli ambienti luminosi e ci sono le parti d'ombra dove il personaggio si va a nascondere quando deve nascondere i suoi orrori.
Del noir di Huston resta tutto questo, ancora oggi. Resta una visione che risulta entusiasmante e godibilissima anche più di settant'anni dopo. E resta anche quella battuta finale, di shakespeariana memoria, attraverso la quale il protagonista trascende la realtà, il suo piccolo mondo e guarda oltre l'obiettivo della macchina da presa. Quando il falcone che ha portato ansia e tensione, paura e mistero viene definito come fatto della stessa materia di cui sono fatti i sogni, Huston dà un compito delicato e strategico al suo divo-amico: consegna la sua storia alla fiaba, o forse al mito, attraverso la voce di Humphrey Bogart: il suo Sam Spade forse perde tutto ma consegna la sua storia all'immortalità.

Cast e credits

cast:
Humphrey Bogart, Mary Astor, Gladys George, Peter Lorre, Barton MacLane


regia:
John Huston


distribuzione:
Warner Bros.


durata:
101'


produzione:
Warner Bros.


sceneggiatura:
John Huston


fotografia:
Arthur Edeson


scenografie:
Robert Haas


montaggio:
Thomas Richards


costumi:
Orry Kelly


musiche:
Adolph Deutsch


Trama
Una bella ragazza si reca dall'investigatore privato Sam Spade per incaricarlo di svolgere un'indagine. Il poliziotto accetta e si trova coinvolto in una vicenda in cui un gruppo di avventurieri è impegnato in una lotta senza quartiere per impossessarsi di un'antica "preda" di inestimabile valore.