CAST & CREDITS

cast:
Emily Blunt, Colin Firth, Anne Heche, Sterling Beaumon, Kristin Lehman

regia:
Dante Ariola

distribuzione:
Videa - CDE

durata:
101'

produzione:
Vertebra Films, Cross Creek Pictures

sceneggiatura:
Becky Johnston

fotografia:
Eduard Grau

scenografie:
Christopher Glass

montaggio:
Olivier Bugge Coutté

costumi:
Nancy Steiner

Il mondo di Arthur Newman | Recensione | Ondacinema

Il mondo di Arthur Newman

di Dante Ariola

commedia, Usai (2012)

di Giancarlo Usai

Voto: 4.0

Finita l'estate e ricominciata la vera stagione cinematografica, eccoci nuovamente a bocciare un altro esordio dietro la macchina da presa. Quello del newyorchese Dante Ariola, infatti, parte da ideali di partenza ambiziosi e pieni di buone speranze per sfociare in una stinta e prevedibile commedia romantica. Il mondo di Arthur Newman, messo in scena in modo a dir poco didascalico, è il sogno di chiunque di vivere un'altra vita, di riavvolgere il nastro cancellando delusioni e umiliazioni e ripartire da zero per una seconda avventura.

È questo ciò che fa Wallace Avery, interpretato da uno spento Colin Firth. Padre fallito, marito fallito, amante fallito, sportivo fallitissimo, decide che è ora di cambiare tutto. Serve una nuova identità, simulare una tragica scomparsa e riscoprire l'America e le sue strade di provincia a bordo di una decapottabile. Sulla strada poi, come non incontrare, fra milioni di viaggiatori, proprio una ragazza, dall'aspetto avvenente, che fa il suo stesso gioco? Troppo facile a questo punto imbastire una flebile sceneggiatura a base di dialoghi sussurrati e ragionamenti sulle responsabilità fin troppo esplicitati.

Per la coppia di protagonisti, a Firth si affianca una lugubre Emily Blunt, Ariola punta stranamente su due attori inglesi. Scelta almeno curiosa, se si pensa che il film vuole avere l'ambizione di essere così profondamente americano, così legato al territorio e ai preziosi tesori che nasconde. Ma a parte questa annotazione di natura geografica, l'alchimia tra i due non scatta mai. L'uno annullato da una recitazione fin troppo ammiccante, l'altra schiacciata da un personaggio disegnato con troppa audace superficialità.

Sorprende anche che dietro la pellicola ci sia una sceneggiatrice navigata, quella Becky Johnston che negli anni 80 e 90 imperversava a Hollywood (ha anche avuto una nomination agli Oscar per "Il principe delle maree") e che stavolta annega la buona intuizione di partenza in un road movie che si trascina stanco sulla carreggiata, lento come le fermate dei due protagonisti, intenti, di volta in volta, a rubare l'identità di una qualche coppia incontrata sul tragitto. Una simbologia fin troppo didattica, quella dell'opera di Ariola, appunto: tutta giocata sull'elaborazione di una conclusione infine auto consolatoria.

Senza svelare il finale, basti qui fare menzione di un esito della vicenda vagamente moralista. Il che rende tutto il percorso di crescita e rinascita di Wallace/Arthur e Mike/Charlotte assolutamente evanescente, proprio per il suo concludersi senza colpo ferire.

Incapace di infondere con la macchina da presa una vera drammaticità al corso degli eventi, il pubblicitario Ariola sceglie anche da un punto di vista tecnico una soluzione registica di compromesso. Abbandonati i ritmi frenetici e coinvolgenti di alcuni suoi celebri spot per grandi multinazionali, l'autore esordiente insegue uno stile inutilmente virtuoso, fra lunghe panoramiche e insistenti piani fissi. Una soluzione al ribasso, insomma, che vede nel fallimento dell'esperimento visivo l'esatto ribaltamento della delusione che trasmette la storia narrata.