CAST & CREDITS

cast:
Sam Rockwell, Dominique McElligott, Kevin Spacey

regia:
Duncan Jones

distribuzione:
Sony Pictures

durata:
97'

sceneggiatura:
Nathan Parker, Duncan Jones

fotografia:
Gary Shaw

scenografie:
Tony Noble

montaggio:
Nicolas Gaster

costumi:
Jane Petrie

musiche:
Clint Mansell

Moon | Recensione | Ondacinema

Moon

di Duncan Jones

fantascienza, Uk (2009)

di Alex Poltronieri

Voto: 8.0
"Moon", esordio nel lungometraggio di Duncan Jones (figlio di David Bowie) è la conferma (assieme al recente, ma meno riuscito, "District 9") che il genere fantascientifico è ancora in grado di uscire dalle secche in cui effetti visivi invadenti e ferree regole commerciali parevano averlo relegato. Attenzione, trattasi di fantascienza intimista ed "esistenziale", in cui le limitazioni di budget (circa cinque milioni di dollari) diventano "essenziali" alla riuscita dell'insieme. Come "District 9", "Moon" parte da basi "riciclate" e assolutamente non originali. La solitudine di un astronauta, da tre anni "prigioniero" in una deserta stazione sulla luna (la celeberrima "dark side", da cui non è possibile osservare la terra), la cui missione è supervisionare la raccolta di una risorsa fondamentale per dare energia alla terra. Unica compagnia, quella di un robot sin troppo pedante, Gerty (a cui nella versione originale presta la voce Kevin Spacey), e sempre presente il lancinante desiderio di riabbracciare la moglie e la piccola figlia, rimaste sul pianeta. Poi, improvvise visioni, misteri che qualcuno vuole mantenere celati, un violento incidente e, dopo il risveglio, la scoperta di un individuo senza nome all'interno di un abitacolo all'esterno della stazione.
 
Parte come "Solaris" (le visioni, causate dalla presunta schizofrenia del protagonista, o forse reali?), con reminescenze di "2001: Odissea nello spazio" (il robot consenziente), e continua tra echi di "Blade Runner" e "The Island" (l'avidità delle multinazionali, il rapporto con sé stessi e con l'altro).
Modelli alti insomma, tuttavia Jones non si incarta in sterili patetismi new age come Soderbergh alle prese con il remake di Tarkovsky, ma con grande onestà intellettuale ambisce a girare "solo" un solido film di "genere", che travalichi però i confini del prodotto fine a sé stesso, per poter parlare anche d'altro (come hanno fatto negli ultimi anni anche "The Mist" o "The Prestige"). Tra i set asettici e la musica ipnotica di Clint Mansell, il film di Jones è sospeso in un'atmosfera onirica e straniante, in cui lo spettatore è continuamente portato a chiedersi se tutto non sia solo un delirio del protagonista.
 
Lo stretto legame tra elementi connaturati al genere fantascientifico e un umanesimo mai invadente, sicuramente debitore del lavoro del trio Abrams-Lindelof-Lieber per "Lost", conferisce al genere sci-fi un'insolita concretezza e ambiguità, lasciando le porte aperte a tante possibili riflessioni: il rapporto tra uomo e immagine ingannatrice (i video "manipolati" della moglie mandati in loop), il doppio (tema affrontato nel già citato "The Prestige", e qui rinvigorito dall'immensa performance di Sam Rockwell), i limiti etici della manipolazione genetica. Senza sacrificare però nulla allo spettacolo, teso, robusto e inquietante come capita di rado di vedere al cinema. Siamo pronti a scommettere che Duncan Jones farà molta strada.