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Most Beautiful Island

di Ana Asensio

drammatico, thriller, Usa (2017)

CAST & CREDITS

cast:
Ana Asensio, Natasha Romanova, Nicholas Tucci, Larry Fessenden

regia:
Ana Asensio

durata:
80'

produzione:
Jenn Wexler, Chadd Harbold, Larry Fessenden, Noah Greenberg, Ana Asensio

sceneggiatura:
Ana Asensio

fotografia:
Noah Greenberg

scenografie:
Almistra Corey

montaggio:
Francisco Bello

musiche:
Jeffrey Alan Jones

Most Beautiful Island | Recensione | Ondacinema

Most Beautiful Island

di Ana Asensio

drammatico, thriller, Usa (2017)

di Matteo Pennacchia

Voto: 7.0

Debutto alla regia per l'attrice spagnola Ana Asensio, prodotto da Larry Fessenden, piccolo guru del cinema horror indipendente Usa. Ma "Most Beautiful Island" non è un horror (e dopotutto Fessenden non opera solo nel genere: ha tenuto a battesimo anche alcuni film di Kelly Reichardt, ad esempio). È un'opera autobiografica girata nel nome di certo naturalismo figlio di Cassavates, proseguito dai Dardenne, oggi raccolto dalla new wave rumena di Mungiu e soci. Influenze dichiarate in prima persona, autori sul cui stile la regista esordiente ha impostato la gradazione del proprio lavoro, dandogli un tocco mystery perfettamente integrato nello sviluppo della storia, o meglio, nella panoramica tutta-in-un-giorno sulla vita della protagonista.

La Asensio scrive, dirige e recita nei panni di Luciana, emigrata dalla Spagna verso quella che nell'immaginario comune di determinate provenienze geografiche, nonostante le ricerche occupazionali smentiscano il mito, a quanto pare rimane la Terra delle Opportunità. Con questi occhi vede New York Olga, amica est-europea di Luciana, aspirante modella ma costretta insieme alla compagna di sventure a lavoretti infimi tipo travestirsi da pollo per sponsorizzare un fast food. Mentre Olga è scappata dalla miseria, Luciana sta cercando di tenere lontano il ricordo di una figlia morta in un incidente stradale, ponendo distanza fra sé e il paese natio, ormai associato inesorabilmente al lutto. Non è semplice, tanto più che fa da babysitter - sottopagata - a due bambini insopportabili che rischiano ogni minuto di essere investiti da un'auto, quando lei li porta a spasso.

Il film si apre sull'umanità brulicante newyorkese, fra i pedoni indaffarati sulle Avenues, con false soggettive che instillano fin dall'inizio il senso di un'ansia sottile pronta a diventare indicibile quando Luciana viene reclutata da Olga per un lavoro occasionale non specificato. Il compito sarebbe di presenziare a un party esclusivo in cambio di duemila dollari ma le istruzioni per contattare gli organizzatori prendono il giro di un losco tour fra ristoranti cinesi malfamati, seminterrati e capannoni industriali in disuso. E quando Luciana raggiunge la "festa", si ritrova in uno scantinato sozzo, fianco a fianco con altre ragazze sull'attenti, sorvegliate da violenti secondini, esposte a un pubblico di riccastri come tagli di manzo pregiati in macelleria. Le ragazze vengono "comprate" e scortate a turno dietro una porta da cui arrivano urla, e una sadica matrona accenna a un gioco in cui, se le cose vanno male, qualcuno ci perde e qualcun altro ci guadagna.

"Most Beautiful Island", dopo un avvio votato al racconto realista, fra dramma privato e sociale, utilizza cifre tipiche del thriller per metaforizzare una sorta di cognizione della sofferenza, per dire di un'impossibilità a fuggirne. Uno stallo psicologico traslato in uno materiale, sbloccabile soltanto affrontando le paure viscerali e gli interrogativi che di norma seguono le tragedie personali. Obiettivo di Luciana è dimenticare la figlia perduta, rincorrendo il sogno del conseguimento di una posizione assodata nella società americana. É disposta a tutto pur di non fronteggiare l'intimità del dramma, anche a condividere la vasca da bagno con scarafaggi grossi come topi, a rubacchiare nei negozi di vestiti, a sottomettersi alle regole eterne della disparità economica. Da sogno a incubo, la sola terapia alla fine sarà farsi carico della presenza ineludibile del dolore, tenerlo dentro senza starci dentro, indossarne la consapevolezza, lasciarsela camminare addosso provando a non farsi pungere. E sembra adeguato che, se per colpa di un gelato Luciana aveva in una scena precedente quasi rivissuto il proprio fantasma traumatico, sia un gelato a chiudere un film che sale all'apice della tensione narrativa grazie a un vocabolario minimo di elementi formali, prima di allentare la stretta e dare in un respiro dolente e liberatorio al contempo.