CAST & CREDITS

cast:
Ercan Kesal, Muhammet Uzuner, Tansu Biçer, Ali Çoban, Serpil Goral

regia:
Ali Aydın

distribuzione:
Sacher Distribuzione

durata:
94'

produzione:
Yeni Sinemacilar, Motiva Film, Beleza Film

sceneggiatura:
Ali Aydın

fotografia:
Murat Tuncel

scenografie:
Meral Efe, Yunus Emre Yurtseven

montaggio:
Ahmet Boyacioglu, Ayhan Ergürsel

costumi:
Dilsat Zülkadiroglu

Muffa | Recensione | Ondacinema

Muffa

di Ali Aydın

drammatico, Turchia/Germania (2012)

di Diego Capuano

Voto: 6.5

Nel corso degli anni 2000 la Turchia si è contraddistinta per essere tra gli Stati con una attiva e rapida crescita economica. A partire dal 2005 - in concomitanza con la nascita di una nuova lira - fino ad oggi, il progresso locale ha fatto impallidire quello comatoso italiano.
Le spore della muffa, però, continuano a essere appiccicate agli angoli invisibili del paese: le tossine che producono sembrano quindi sparpagliarsi nell'aria e consumare la respirazione delle vittime. Se con gli anni si è riusciti a dibattere e parlare con diffusione della tragedia dei desaparecidos argentini degli anni '70, il fenomeno di quelli turchi (dal 1990 al 1996) - detti kayip, ovvero perso - è dimenticato, rimosso, parzialmente ignoto. Sarebbero oltre 500, probabilmente torturati e giustiziati, prima di essere fatti sparire durante la fase più critica dei contrasti che opponevano lo Stato ai gruppi indipendentisti curdi e di estrema sinistra.
La volontà di affrontare questo argomento da parte di questo debuttante turco deriva dai tormenti e i turbamenti che hanno accompagnato la giovinezza di Ali Aydin, un'auto-analisi che vuol farsi disamina di una coscienza collettiva chiusa in un ambiente di ridotte dimensioni e invaso, per l'appunto, dalla muffa. La comunità ne esce a pezzi.

A dispetto della secchezza narrativa, la stesura della sceneggiatura è durata la bellezza di sette anni e, sebbene il progetto e le ricerche siano ruotatati intorno alle madri del sabato - ovvero le donne che dal ‘95 si riunirono con le foto dei figli scomparsi dopo il loro arresto per mano della polizia del governo di estrema destra - il protagonista è un uomo. Non è tutto: il paradosso è che l'unica donna che si vede fugacemente nel corso del film viene sessualmente maltrattata per poi uscire di scena. La principale ragione di questa scelta è da cercare nelle figure maschili e femminili nell'immaginario turco. L'uomo/padre (padrone) arcigno e tutto d'un pezzo, la donna/madre sensibile e vulnerabile. L'intento iniziale è dunque quello di porci di fronte ad uno schema in grado di smussare quell'empatia facilmente riversabile in storie tanto dolenti, ma c'è da tener conto che Aydin rinnega questa posizione dal momento che il protagonista Basri soffre di attacchi epilettici che ne sottolineano una fragilità che non riesce a staccare dalla vergogna: è in qualche modo un sintomo di quell'omertà storico-culturale indicata non a caso dal più importante dei registi turchi contemporanei, Nuri Bilge Ceylan, con "Le tre scimmie" che non vedono, non sentono, non parlano.
E a proposito di Ceylan, non è improprio considerare "Muffa" una appendice di "C'era una volta in Anatolia", sebbene lì venisse utilizzato un canovaccio poliziesco per attuare una autopsia di una nazione, mentre in quest'occasione la denuncia politica è più esplicita.
E' politica (come in "Hunger" di Steve McQueen) la scelta degli 11 minuti iniziali di piano sequenza a cinepresa fissa: uno studio che, al suo capolinea, denuncia la desolazione dell'insieme. Sconsolante come il finale dal quale non si torna indietro: la muffa aveva avuto la meglio fin dall'inizio.

Nel film accade poco e, quei rari episodi che smuovono le acque vengono sottratti dalla narrazione, imbevuti negli ampi archi temporali dove la macchina da presa ha qualche sussulto soltanto per esporre lente panoramiche su sfondi prevalentemente vuoti che si cibano a loro volta di ulteriori vuoti, fuori e dentro l'anima e la mente degli emarginati. Ottime le intenzioni e la padronanza stilistica del regista debuttante, vincitore del Premio Opera Prima al Festival di Venezia 2012, anche se l'intenzionale scelta di concedere poco allo spettatore non sempre permette al binomio forma-contenuto di avanzare con equivalente spessore.