CAST & CREDITS

cast:
Wesley Cade, Brendan Cade, Amy Stewart, Darcy Fehr, Louis Negin, Ann Savage

regia:
Guy Maddin

durata:
80'

produzione:
Phyllis Laing

sceneggiatura:
Guy Maddin

fotografia:
Jody Shapiro

scenografie:
Réjean Labrie

montaggio:
John Gurdebeke

costumi:
Meg McMillan

My Winnipeg | Recensione | Ondacinema

My Winnipeg

di Guy Maddin

drammatico, commedia, documentario, Canada (2007)

di Vincenzo Lacolla

Voto: 9.0

Snowy, sleepwalking Winnipeg
La Winnipeg di Maddin è, prima che un paese con una precisa collocazione geografica, un luogo dell'anima, un enorme grembo in cui confluiscono fiumi (il Red e l'Assiniboine), reti ferroviarie, strade, ma soprattutto dolci ricordi e esasperanti ossessioni. "Un grembo rincorso, morbido, materno" che, seppur protettivo e rassicurante, deve inevitabilmente essere abbandonato. Maddin decide, perciò, di salire sul "treno del sogno", il solo, tra i tantissimi convogli ferroviari che attraversano la città, su cui montare per dire addio ai fantasmi del passato, ricordandoli un'ultima volta prima di dimenticarli per sempre. Comincia così un visionario stream of consciousness in cui la città, protagonista e ambientazione, diventa un essere multiforme.
Nei sogni di Maddin, Winnipeg è un paese di sonnambuli in cui passato e presente convivono, un locus amoenus composto da pieni e vuoti incolmabili in cui rifugiarsi e ricordare. Winnipeg è il vero nucleo propulsivo della complessa rievocazione psicologica del regista. Così la ferrovia e le strade lo riportano alla caccia al tesoro annuale della Canadian Pacific Railway e ai cittadini nottambuli che si aggiravano per la città impugnando i propri mazzi di chiavi, il salone di bellezza gli consente di ricordare la madre, la zia Lil e le chiacchiere delle clienti origliate di nascosto, l'olmo di Wolseley gli rammenta la tenacia delle donne di Winnipeg, la statua di Mercurio le strambe abitudini dell'alta borghesia cittadina che era solita riunirsi per sedute spiritiche, la piscina comunale, invece, lo riporta alle inaspettate turbolenze dell'iniziazione sessuale.
È, però, la demolizione della vecchia, gloriosa "Winnipeg Arena", il tempio dell'hockey sul ghiaccio, che, rivangando la morte del padre, crollato nel 2006 insieme all'edificio, si rivela l'excursus più vibrante e intenso dell'intero film.


Mother
"Mia madre, una forza pari a tutti i treni del Manitoba. Perenne come l'inverno, antica come i bisonti, soprannaturale come lo stesso Forks". Con queste parole, Maddin introduce l'unico personaggio dotato di realtà corporea, il solo riferimento costante da cui tutto parte e a cui tutto, inevitabilmente, torna. Basta la prima immagine, che mostra il gigantesco occhio della donna spiare i viaggiatori dai finestrini del treno, a descriverci la possenza ossessiva di questo personaggio, il vero dominatore incontrastato nell'esistenza di Maddin. Una figura odiosa e amorevole che rappresenta il vero polo magnetico da cui il regista ha sempre tentato di allontanarsi, senza esserci mai riuscito.
Non è un caso che la madre sia la protagonista non solo dell'improbabile dramma televisivo "Ledge Man" che la famiglia guarda riunita intorno al televisore, ma anche della stessa rievocazione filmata che il regista tenta di girare per ricostruire con precisione la sua vita familiare, in cui la donna interpreta se stessa. E proprio nell'ambito di questo veloce diario registrato Maddin colloca due sequenze fondamentali per la rappresentazione della figura materna: la prima racconta il falso incidente della sorella con un cervo, immediatamente decodificato dalla donna come la consumazione di un frettoloso rapporto sessuale; il secondo rappresenta la rivalsa dei figli che, poiché la mamma si rifiuta di preparare la cena, le liberano contro un furioso pappagallino. Questi due momenti sono centrali nell'economia narrativa del film perché svelano il lato morboso e/o violento del rapporto familiare. L'onnipresente madre, col suo sguardo severo e truce, assurge così al ruolo di figura "freudiana" che monopolizza le attenzioni di tutti i personaggi in positivo e in negativo, facendosi amare incondizionatamente o odiare senza remore. È proprio la complessità del rapporto a rendere ancor più difficile la separazione.


Il cimitero dei cavalli congelati

"Whittier Park, 1926, all'inizio dell'inverno, il primo orribile freddo. Un incendio nel recinto scoppiò quando uno scoiattolo toccò i cavi dell'alta tensione. I cavalli impazzivano, terrorizzati, tentavano di fuggire dalle fiamme. L'ultima corsa della loro vita verso quel freddo terribile, nessuna altra strada per fuggire che attraversare il Red River. Nuotavano nella corrente, contro la corrente, quella corrente che mordeva con il suo gelo. Il ghiaccio si spezzò, mortale. Una cosa orribile. Tutto si ghiacciò. Cavalli e ghiaccio. Tutt'uno."
Così Maddin introduce quella che è l'immagine-paradigma di tutto il film: un'enorme distesa ghiacciata da cui spuntano le teste di undici cavalli morti assiderati, congelati come "su una immensa, bianca scacchiera". Un vero e proprio emblema del simbolico parossismo del regista: tante teste nere immobilizzate nel ghiaccio a simboleggiare la morte, i fantasmi, il ricordo. Dice Maddin: "Eravamo abituati alla tristezza. Faceva semplicemente parte delle nostre giornate." Gli abitanti di Winnipeg, però, erano talmente abituati alla mestizia da esserne immuni. Infatti, l'agonia impressa sui volti delle malcapitate bestie diventa immediatamente sfondo di una gita settimanale tra le teste dei cavalli organizzata dall'Holly Snowshoe Club. Ed ecco allegre famigliole imbandire pic-nic e tenere coppiette pattinare sul ghiaccio. La tremenda tetraggine iniziale è solo il pretesto per ironizzare, con sguardo curioso e un po' bonario, sulle incredibili stranezze delle tradizioni popolari.


Maddin guarda Maddin
"My Winnipeg" è l'unico film di Guy Maddin in cui un narratore esterno parla costantemente, dall'inizio alla fine del film. Per chi ha avuto modo di vedere gli altri suoi lavori questa è una stranezza non da poco perché il cineasta canadese si è sempre interessato al recupero delle modalità espressive del muto e dell'espressionismo tedesco, linguaggi che ha analizzato ed esplorato nella loro totalità in praticamente tutte le sue opere. Fare un film muto, infatti, non significa semplicemente togliere l'audio agli attori e inserire delle didascalie (come è stato in gran parte fatto nel furbo, ma comunque piacevole "The Artist"), ma adottare una complessa serie di rimandi visivi simbolici che aderiscano all'impianto narrativo e al "messaggio" - anche solo formale - di cui il film vuole farsi portavoce. Anche l'interpretazione deve necessariamente adattarsi a un modello di cinema completamente diverso da quello attuale.
In "My Winnipeg" gli intenti sono parzialmente diversi. Lo studio rigoroso del cinema delle origini passa in secondo piano. Questo amarcord cinematografico strano, malinconico, ironico, a volte tristissimo vuole essere semplicemente il diario di un artista. Un album di ricordi in cui sequenze a colori (la demolizione dello stadio di hockey), fotografie, dialoghi, divagazioni, aneddoti convergono in una confessione artistica di rara sincerità.
È inutile nonché sbagliatissimo tentare di individuare un filo conduttore continuo e lineare, perché l'unica costante di questo meraviglioso rigurgito di ombre, visioni e forme può essere solo un brivido (di paura, tristezza, contentezza, piacere, non ha importanza) che sale la schiena dello spettatore fino all'ultimo fotogramma.