CAST & CREDITS

cast:
Joseph Gordon-Levitt, Brady Corbet, Michelle Trachtenberg, Elisabeth Shue

regia:
Gregg Araki

distribuzione:
Metacinema

durata:
99'

produzione:
Antidote Films/Desperate Pictures

sceneggiatura:
Gregg Araki, dal romanzo di Scott Heim

fotografia:
Steve Gainer

scenografie:
Devorah Herbert

montaggio:
Gregg Araki

costumi:
Alix Hester

musiche:
Harold Budd, Robin Guthrie

Mysterious Skin | Recensione | Ondacinema

Mysterious Skin

di Gregg Araki

drammatico, Usa (2004)

di Matteo Pennacchia

Voto: 8.5

Nel 2004 Gregg Araki è reduce dal successo della Teen Apocalypse Trilogy ("Totally Fucked Up" del 1993, "Doom Generation" del 1995 e "Nowhere", conosciuto in Italia come "Ecstasy Generation", del 1997) ma nonostante la reputazione di regista di culto i suoi ultimi progetti non sono andati come sperato. Preceduto da un film passato in sordina e da una serie televisiva targata Mtv cancellata dopo il pilota, "Mysterious Skin" segna la fine di un ciclo stilistico votato all'eccesso e l'ingresso in una maturità cinematografica pienamente coerente con il suo passato.

Dopo l'onirica sequenza dei titoli di testa (una pioggia di cereali per la colazione al ralenti) il punto di vista sulla storia è subito duplice. Da un lato la voce del diciottenne Neil introduce in flashback se stesso a otto anni, al principio degli anni Ottanta, già a proprio agio con una disinibita omosessualità, tanto da masturbarsi spiando i vari fidanzati con cui la madre amoreggiava; dall'altro la voce di Brian, coetaneo di Neil, racconta di come a otto anni fossero iniziati i suoi inspiegabili episodi di svenimento, amnesia ed epistassi. Entrambi di Atchison, cittadina di diecimila abitanti del Kansas, giocavano nei pulcini della squadra di baseball, ma Neil era un campioncino, Brian una schiappa. Con tenerezza disarmante Neil rivela di essere stato oggetto di attenzioni e azioni pedofile da parte dell'allenatore, presentandole come un'appassionata relazione consensuale; con altrettanta disarmante persuasione Brian rivela di essere stato rapito dagli alieni.
A partire da questi due eventi-chiave la vicenda si sviluppa nell'arco di un decennio, durante il quale i bambini crescono senza mai rincontrarsi, in condizioni socioeconomiche diverse, caratterialmente agli antipodi, tuttavia accomunati da almeno due fattori: l'assenza dei padri e il desiderio di ricerca. Ricerca di una sensazione perduta e rimpianta, condotta tramite i numerosi marlboro men con cui Neil si prostituisce; ricerca della verità sul rapimento alieno, divenuto un vera ossessione per Brian.

Araki non rinuncia ai tratti tipici del suo cinema (la colonna sonora shoegaze, il kitsch, la teatralità, l'accostamento di crudezza e lirismo) e ai suoi temi prediletti (la gioventù bruciata, l'identità sessuale, il desiderio di fuga) ma smorza la violenza grafica radicale che lo aveva caratterizzato finora, abbassa i toni urlati dei film precedenti e li regola su un equilibrato intimismo, restando riconoscibile e maneggiando con delicatezza personaggi e argomenti rischiosi. Pedofilia e prostituzione minorile, mai centralizzati nella loro accezione di problema sociale, sono qui i prodromi di una sofferta e forse impossibile elaborazione del dolore, di un coming of age azzoppato dalla distorsione della realtà, all'interno di una concezione che lambisce il determinismo. Brian e Neil sono soltanto in apparenza stilizzati: Neil con la sua apatia e il suo nichilismo; Brian con quella perenne aria da bambinone asessuato, timido e insicuro. Allora in ascesa, Jospeh Gordon-Levitt e Brady Corbet sono bravi a celare conflittualità profonde dietro performance cangianti, sopra le righe o trattenute a seconda dell'esigenza, e si rendono protagonisti di un gioco prospettico con lo spettatore fatto di incessanti rimpalli tra oggettività e soggettività, tra avvenimenti concreti e memoria degli avvenimenti.

Man mano che l'indagine sul rapimento alieno di Brian prosegue si fa sempre più netta, per contrasto, l'immobilità di Neil, privo di qualsiasi ambizione esistenziale se non quella di continuare a ricavare soldi prostituendosi, credendosi indistruttibile e sottovalutando pericoli del mestiere quali Aids e clienti maneschi; e privo di qualsiasi sentimento che non sia l'insofferenza al conformismo. Reminiscenze offuscate e ambigue scandiscono la narrazione, episodica ma non disunita, fin quando pezzo dopo pezzo diventa chiaro che la vita attuale dei due giovani altro non è che un castello di carte edificato su interpretazioni alterate di fatti lontani e su negazioni e sostituzioni mnemoniche. Castello che crolla sotto il peso di una vulnerabilità finalmente accettata (da Neil) e finalmente esplosa (in Brian) quando nell'epilogo, accompagnate dai Sigur Rós, le due vicende parallele convergono e tutte le versioni della storia, di Neil, di Brian e dello spettatore, si legano assieme in un'unica verità, inconfutabile e purtroppo incancellabile.

Il cuore di "Mysterious Skin" non è quindi costituito dalla denuncia di questa o quella piaga: batte invece dove risiedono i meccanismi di recupero e ricostruzione dei ricordi, e in ciò che accade quando si comprende quanto i ricordi stiano alla base dell'io. Araki trae la sceneggiatura da un romanzo omonimo e dà alla sua opera le sembianze di un eccentrico percorso di formazione le cui tappe sono Ufo, piattole, partite di baseball, abusi sessuali, campagnole svitate, traumi infantili, disincanto, bisogno di amore. Mantiene il carattere letterario di una specie di suddivisione in capitoli e colora la drammaticità con il pop che gli è consueto, però con una sobrietà che non gli era mai riuscita prima, o che forse non aveva mai cercato. Il risultato è un film tenue, sentito, la cui visione non permette distacco, grazie all'utilizzo di icone e tematiche universali che chiamano costantemente in causa; e dove non arriva la sensibilità arriva la fisicità (sono innumerevoli i primi piani frontali e gli sguardi in macchina, una pratica che rimanda a Jonathan Demme). Un film che si affranca dalla pretesa di ritrarre il degrado suburbano o fissare su pellicola il disagio di una generazione o simili, ma che usa con intelligenza una situazione estrema per far luce su quella zona liminare alle soglie dell'età adulta in cui si comincia a tentare di riordinare il caos, anche a costo dell'idea che si possiede di sé.