CAST & CREDITS

cast:
Alessandro Gassman, Sabrina Ferilli, Michelle Hunziker, Massimo Ghini, Christian De Sica

regia:
Neri Parenti

distribuzione:
Filmauro

durata:
100'

produzione:
Filmauro - Fast Lane

sceneggiatura:
Alessandro Bencivenni - Neri Parenti - Domenico Saverni - Alessandro Pondi - Paolo Logli

fotografia:
Daniele Massaccesi

scenografie:
Tracey Gallacher

montaggio:
Luca Montanari

costumi:
Alfonsina Lettieri - Bonnie Stauch

musiche:
Luca Anzellotti

Natale a Beverly Hills | Recensione | Ondacinema

Natale a Beverly Hills

di Neri Parenti

commedia, Italia (2009)

di Piero Calò

Voto: 4.5

XXVI episodio del cinepanettone, l’unica tipologia di film con la data di scadenza, il 6 gennaio di ogni anno.
Poi la Befana se lo porta via ma, puntualmente, ogni Epifania se lo ritrova tra le setole della scopa. 26 anni di vacanze coatte o al massimo coattissime, nei quattro angoli del Pianeta, dalla Spagna a Rio, da New York a, appunto, Beverly Hills, California, meta di quest’ultimo episodio.
Chi scrive ne ha visto tanti dei magnifici 26, prima casualmente poi con metodo, un rito natalizio che raccoglie davanti il grande schermo l’intera famiglia, dalla nonna al nipotino, minimo 6 biglietti a prezzo intero e poi pizza per tutti.

Carlo (Christian De Sica) è un gigolo “de noantri” che sta scarrozzando la vecchia e miliardaria amante verso il check in per gli States.
Cristina (Sabrina Ferilli), Aliprando (Massimo Ghini) e Lele (Vittorio Emanuele Propizio) idem. Marcello (Alessandro Gassman) è già sul posto, proprietario di un ristorante con spiaggia annessa e prossimo alle nozze con la bella Serena (Michelle Hunziker) insidiata da un vecchio e sfigatissimo compagno di scuola, Rocco (Gianmarco Tognazzi col toupet).
Completa il quadro la giovane e bella Cristina (Michela Quattrociocche) che ha un ruolo nevralgico, legittimare lo scambio di battute più emblematico di tutto il film: chiede il nipote (Lele) allo zio (De Sica): “Zio, che ddeve fa’ uno che si è innamorato di una ma ccè n’artro che le va ddietro e che è pure bello, ricco, alto e fascinante?”. De Sica ci pensa un nanosecondo e risponde: “Se la deve pijia in der culo!”.
Se non vi fa ridere, ignorate il cinepanettone, si vive abbastanza bene anche senza.
Togliamoci il dente: il film è brutto e lo dico con una punta di delusione. Mi aspettavo almeno una sorta di “Natale a Rio”, cinepanettone 2008: niente di eccezionale ma con un suo perché.
Ad ammenda di De Sica dobbiamo annotare che non si è montato la testa.
Di fronte all’”operazione recupero” che qualche critico ha diligentemente avviato da qualche tempo (cinepanettone come film di spessore sociologico, spaccato sull’italianità eccetera), l’attore romano ha riproposto pari pari la sua ricetta che l’onesto artigianato di Neri Parenti, sia in fase di ripresa sia in quella di scrittura, ha tradotto fedelmente: coppia con Massimo Ghini; intreccio con una seconda storia interpretata da attori cari al pubblico “progressista” (quest’anno, oltre la confermatissima Michelle Hunziker, le new entry Gassmasn e Tognazzi che hanno sostituito Fabio De Luigi, protagonista di “Natale a Rio”) e finestrella aperta sulle nuove leve (la bella Quattrociocche e il giovanissimo Propizio, già visto in “Grande, grosso e… Verdone”).
Abbastanza sensati i cameo di Rossano Rubicondi (che interpreta, come nella vita reale, il ruolo di gigolo di vecchiacce arrapate, tipo Ivana Trump) e dell’amatissima Jo Champa, pesce fuor d’acqua ma sempre affascinante.

La pessima riuscita del film non va ricercata nello stile piatto della narrazione: certo, la storia procede a colpi di gag e non sono rare le incongruenze (domanda a chi l’ha visto: come fa De Sica a raggiungere la California se la tardona l’ha scaricato?); il montaggio alternato che cuce gli episodi si è arricchito questa volta del montaggio parallelo in quanto l’episodio di De Sica e quello della Hunziker non si incontrano; la fotografia, già televisiva di suo, è mortificata dall’uso scolastico di lenti e focali in perfetto stile “filmino delle vacanze” che fa sembrare una copia in 35mm nuova di zecca molto simile alla proiezione in VHS di un vecchio film americano in technicolor. Incomprensibilmente, le musiche sono tutte originali e fanno perdere definitivamente il senso del film, l’ipotesi tutt’altro che peregrina che il cinepanettone sia lo spaccato di una certa Italia, sovrastato dalla diffusione a tutto volume di tormentoni come “Asereré” e “Macarena”.
È questo il dato più sconfortante dell’operazione: gli italiani a Beverly Hills sono bidimensionali, per nulla connotati, copia carbone degli autoctoni, sempre uguali a se stessi. Non si ravvisa nulla di anche lontanamente riconducibile all’analisi di costume, alla riflessione sul linguaggio, all’osservazione dei rapporti interpersonali, litigi, corteggiamenti, rinfacci… niente da fare.
I personaggi sono statici, decalcomanie: la Hunziker che fa la bagnina altri non è che Pamela Anderson di “Baywatch” venti anni dopo; i ristoranti californiani sono identici a quelli trasteverini e sappiamo di essere in America solo perché all’incrocio a destra non si svolta per Sperlonga ma per Los Angeles.
Torna, non richiesta, un’immagine stilistica che si era persa negli ultimi episodi: potremmo definirla “il girone della merda”, la gag scatologia che aveva in Massimo Boldi il suo massimo cantore al punto da pensare che ne avesse anche il copyright.
Invece la merda ritorna e Boldi no, un’enorme diarrea sulla faccia e sul vestito immacolato di Massimo Ghini.

Intanto si registrano le prime reazioni sul film, tutte negative: la Hunziker ha detto che basta; non è stato bruciato il consueto record d’incassi mentre sta montando lo scandalo per lo slittamento al 15 gennaio di Avatar, altro che cinepanettone!
Ha provocato uguale scandalo, infine, la richiesta (negata) dei finanziamenti publici come film di interesse nazionale.
Più modestamente, la mia tribù, quest’anno, è dovuta spostarsi nel modesto cinema del piccolo paese confinante. Nella mia città proiettavano Sherlock Holmes, l’ennesima variazione sul tema dell'eterna lotta tra gli Illuminati (i cattivi) e gli Illuministi (i buoni).
Ma questa è un’altra storia.