CAST & CREDITS

cast:
Max Records, Catherine Keener, James Gandolfini, Forest Whitaker, Lauren Ambrose, Mark Ruffalo

regia:
Spike Jonze

distribuzione:
Warner Bros

durata:
101'

sceneggiatura:
Dave Eggers; Michael Goldenberg; Spike Jonze

fotografia:
Lance Acord

scenografie:
K.K. Barrett

montaggio:
James Haygood; Eric Zumbrunnen

costumi:
Casey Storm

musiche:
Carter Burwell; Karen Orzolek

Nel paese delle creature selvagge | Recensione | Ondacinema

Nel paese delle creature selvagge

di Spike Jonze

fantastico, Usa (2009)

di Giuseppe Gangi

Voto: 8.0
L'infanzia è un ululato che squarcia il silenzio, un inseguimento ferino, una battaglia contro forze selvagge: l'infanzia è lotta.
Partendo da Francois Truffaut, passando per il crudele "L'infanzia di Ivan" di Tarkovskij o il metafisico "Inizio del cammino" di Roeg, il cinema ha spesso tentato di perlustrare uno dei due enigmatici momenti chiave di ogni individuo (l'altro è il salto nel buio adolescenziale), quel passaggio in cui il fanciullo che è in noi lascia posto a un qualcosa di diverso, non ancora adulto, né più bambino: l'inizio dell'età di mezzo, in cui spinte vitali e mortifere combaciano. Deep end, come il titolo di un grande film di Jerzy Skolimowski, una fine nel profondo, ma soprattutto un "perdere il controllo".

Max, il protagonista de "Nel paese delle creature selvagge" tratto dal libro di Maurice Sendak, è un bambino pieno di rabbia che reagisce in maniera imprevedibile e incontrollata di fronte ai piccoli o grandi torti della vita. Sono folgoranti i primi minuti, dove la camera a mano di Jonze tratteggia la quotidianità di Max (l'esordiente Max Records, prodigio dagli occhi tristi e sorpresi) tra abbandoni, eccessi di rabbia, solitudine ed evasioni. Il bambino si sente solo, non protetto (la sorella non alza un dito quando i suoi amici gli distruggono l'igloo) ed è possessivo e geloso nei confronti della madre. Per questo motivo litiga con lei e per punizione viene mandato a letto senza cena, ma Max scappa di casa.
Il suo viaggio verso il paese del titolo si presenta dunque come una fuga che Spike Jonze è bravo a non certificare come nata dall'immaginazione del ragazzino, non spezzando la continuità narrativa e raffigurando il luogo come reale spazio fisico, delimitato dal mare da una parte e dal deserto da un'altra, affollato da strane creature, che hanno le sembianze di peluche fuori misura assemblati male. Appare presto evidente, però, che l'isola è popolata dall'interiorità di Max: i mostri giganteschi e i loro conflitti sono le proiezioni "in grande" dei sentimenti del bambino. Anche il loro essere imperfetti, imprevedibili e dalle reazioni incontrollate li rende vicini a Max, che si ritrova a fare i conti con se stesso, la propria delusione e la propria rabbia. Dopo essersi fatto proclamare re (racconta di avere poteri straordinari), è costretto quindi a governare i propri istinti: la parabola del suo regno assume un percorso contraddittorio, il film stesso perde il contatto con una trama definita e diviene disordinato susseguirsi di eventi, venato dal fantastico, da improvvise malinconie e da sottili inquietudini (le creature sono ambigue e anche giocare con loro può essere pericoloso). All'anarchia del "putiferio" iniziale segue la meticolosa costruzione di una fortezza "dove dormire ammucchiati tutti insieme", ad un nuovo momento di caos non corrisponde il rinsaldarsi del gruppo ma la dimostrazione definitiva della loro selvaggia irrequietezza (terribile la scena di Carol che in un eccesso d'ira stacca un braccio all'amico Douglas). Il "Re Max" si rende conto di essere "solo Max", di non poter operare miracoli e che rapportarsi con l'Altro è tanto fondamentale quanto difficile. Scoperte banali, certo, ma essenziali per crescere.
Tornato a casa, Max, può finalmente rivolgere alla madre uno sguardo sereno, che pacifica anche noi.

L'operazione di Spike Jonze si dimostrava ardua sin dalle premesse: trarre un film da un libro illustrato di una quarantina di pagine non è facile nemmeno se chiami ad aiutarti uno scrittore del calibro di Dave Eggers (dalla collaborazione per il film è nato "Creature selvagge", sorta di seconda fonte letteraria) e usufruisci di un bellissimo commento musicale firmato da Carter Burwell e Karen O. Senza contare il pericolo di metter mano a un libro così amato e così di culto - almeno in America - e di riuscire a maneggiare un budget di una certa consistenza.

Le ambizioni di Jonze, di voler fare con "Nel paese del creature selvagge" un suo personale walkabout , si sono quindi scontrate con le volontà della produzione (film troppo dark nelle intenzioni dell'autore) che ha avuto verosimilmente notevoli ingerenze (chi parla di final cut del regista mancante, chi addirittura di veri e propri reshooting), ma preferiamo pensare che il film visto nelle sale pur nel suo caos narrativo, nel suo disperdere il plot nei contrasti emotivi del suo protagonista abbia trovato la via per una sua stramba armonia. "Nel paese delle creature selvagge" è un'opera affascinante e anomala, che riesce a utilizzare il linguaggio dei bambini per un discorso complesso sull'infanzia, un film dedicato ai più piccoli ma inevitabilmente diretto ad altri...a chi in un cappello riesce ancora a vedere un boa che digerisce un elefante.