CAST & CREDITS

cast:
Ariane Ascaride, Jean-Pierre Darroussin

regia:
Robert Guédiguian

distribuzione:
Sacher Film

durata:
90'

produzione:
Agat Films & CIE

sceneggiatura:
Robert Guédiguian

fotografia:
Pierre Milon

montaggio:
Bernard Sasia

costumi:
Juliette Chanaud

musiche:
Pascal Mayer

Le nevi del Kilimangiaro | Recensione | Ondacinema

Le nevi del Kilimangiaro

di Robert Guédiguian

drammatico, Francia (2011)

di Alberto Mazzoni

Voto: 6.0

Il buon Michel, operaio e sindacalista, viene prepensionato e subito dopo rapinato. Scopre uno dei rapinatori e lo fa arrestare, ma viene colto poi dai rimorsi dato che si trattava di un altro operaio appena licenziato, senza nessuna rete sociale di aiuto. Grazie alla sua capacità di mettersi in discussione e all'aiuto della moglie, Michel capirà infine qual è la cosa giusta da fare.

 

Il regista Guédiguian torna a fare un film sulla classe lavoratrice di Marsiglia, riprendendo il filo narrativo delle sue opere precedenti, tornando agli stessi attori e alla stessa troupe come se fossero una compagnia teatrale. L’ambizione di fare un film politico è scoperta: l’impegno del regista è noto, la trama, ispirata al poema "Les pauvres gens" di Hugo, è scelta ad hoc e Michel (Jean-Pierre Darrousin) fa brechtianamente numerosi riferimenti espliciti a Jean Jaurès, eccezionale figura socialista dei primi anni del secolo scorso. Non si capisce però perchè il cinema per essere popolare/impegnato debba, secondo il regista, essere caratterizzato da una scarsa cura formale. Tutto sommato, i francesi di ogni classe l’anno scorso hanno fatto la fila per vedere “Il profeta”, un film stupendo, visivamente raffinato e al contempo perfetto come critica sociale. Guédiguian invece opta per inquadrature statiche e un po' svogliate, molti primi piani televisivi, e un campo lungo ogni tanto per descrivere l’ambiente (spiaggia, porto, casa). Mai un movimento di camera che dia forza alla storia. La colonna sonora è a tratti sconcertante quando vorrebbe essere retrò e fuori fuoco quando vorrebbe essere contemporanea. Insomma, tutto il film offre come unico appiglio all’appassionato di cinema la recitazione di Marie Claire, la moglie di Michel, interpretata dalla bravissima Ariane Ascaride. L'attrice racconta di partire sempre dalle scarpe per capire il personaggio (come Fassbender), ed effettivamente le zeppe di Maire Claire riassumono bene il suo carattere popolare ma vezzoso: la vediamo a suo agio nello stirare le camicie chiacchierando quanto a godersi da sola un vino greco al bistrot (la scena migliore del film).

Giungiamo al messaggio politico che tanto preme al regista. La descrizione della classe lavoratrice è interessante e affettuosa, con delle scene belle di lavori domestici che danno un tocco di realismo leggero. La scelta però di dedicare alla classe borghese e imprenditoriale solo una singola inquadratura nei primi minuti del film e di relegarla fuori scena per tutto lo svolgimento successivo, senza che neanche sia mai nominata nei dialoghi, fa sì che il contenuto politico del film risulti confuso, come se avessero cancellato la parola “capitale” dal “Capitale”. I nemici delle generazioni precarie sono i sindacalisti pensionati? Il regista sicuramente non è di questa opinione, ma c’è il rischio che uno spettatore non troppo addentro al dibattito interno della sinistra francese (quindi la maggior parte delle persone a cui il film ambirebbe rivolgersi) torni a casa interpretando il film in questo modo. Il regista accusa la CGT (la CGIL francese) di focalizzarsi sulla sua fascia di riferimento storica e di non essere in grado di leggere i problemi delle nuove generazioni, ma crea a sua volta un’opera che piacerà soprattutto ai fan dei suoi film precedenti e che difficilmente risulterà di interesse (oltre che ai cinefili) ai giovani precari e disoccupati delle banlieues che possono riconoscersi invece facilmente nel protagonista de “Il profeta” e entusiasmarsi per le sue gesta.

 

Senza dubbio dobbiamo essere grati a Guédiguian e a Loach (spesso accostati) per le belle e appassionate descrizioni che fanno e hanno fatto negli scorsi decenni di quella parte di Europa che non sembra interessare il cinema mainstream. Ma i due autori rischiano di rimanere fermi a una lettura politica e a uno stile visivo datati. I cantori contemporanei delle gesta popolari sono invece i registi che riescono a comprendere le nuove dinamiche e a rappresentarle con lucidità e grazia, come i maestri Dardenne, il geniale Kechiche o il promettente Meadows.