Night in Paradise | Film | Recensione | Ondacinema

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recensione di Antonio Pettierre
4.0/10

Presentato fuori concorso alla 77ª Mostra d'Arte Cinematografica di Venezia, "Night in Paradise" è il sesto lavoro dietro la macchina da presa di Park Hoon-jung, autore di altre pellicole dello stesso genere (ricordiamo "New Word" del 2013 e "V.I.P." del 2017). Sceneggiatore di tutti i suoi film, il regista sudcoreano debutta in questo ruolo con lo script di "I Saw the Devil" di Kim Jee-woon.

Opera cupa e nerissima, in "Night in Paradise" Park racconta la storia di Taegu, killer di una banda della mafia sudcoreana, che uccide il capo di un'altra organizzazione colpevole della morte della sorella e della nipote. Per fuggire alla vendetta degli avversari si rifugia nell'isola di Jeju (il "paradiso" del titolo) ospitato dalla giovane Jae-yeon e da suo zio. "Night in Paradise" ha un prologo molto lungo dove assistiamo all'assassinio della sorella e agli attriti tra le bande, dove Taegu viene mostrato come un individuo fedele al codice d'onore e al suo capo che lo usa per la conquista del territorio e poi lo tradisce quando è travolto dal fallimento dei suoi piani.

Se da un lato Park costruisce una storia che rientra nel mood della cinematografia sudcoreana degli ultimi anni basata sulla vendetta (l'esemplare "Old Boy" di Park Chan-wook) e del cinema giapponese – tra tutti "Sonatine" di Kitano Takeshi, citato a piene mani fin dall'ambientazione e in alcune scene che rielabora, come il finale – dall'altro, alterna sequenze di estrema violenza con momenti riflessivi in cui il paesaggio diventa un protagonista. Park lavora sulla ripetitività delle situazioni in un circolo vizioso di uccisioni iterate dove i corpi sono trafitti da pugnali e pallottole in una danza di morte fisica e morale. Anche il raddoppio della malattia dei personaggi femminili – sia la sorella sia Jae-yeon sono malate terminali di cancro – evidenziano la presenza della morte compresente nei personaggi che appaiono come tanti zombi, appagati solo dallo scorrere del sangue.

Come scrive Leonardo Gandini, "la tendenza dei cineasti contemporanei a rispecchiare la violenza più che a riflettervi, a renderla più accattivante che legittima" ("Voglio vedere il sangue", 2014, p. 61) mette in luce l'essenzialità della sua rappresentazione nel delineare la forma di queste pellicole, senza necessariamente una spiegazione. La violenza diventa così elemento estetico fondativo dell'immagine in sé in cui il significato è messo in secondo piano. Ma se tutto ciò può valere, rimanendo nel cinema sudcoreano, ad esempio, per il già citato Park Chan-wook oppure nel caso di "Bittersweet Life" di Kim Jee-woon, in Park Hoon-jung vi è un surplus che produce inquadrature dove lo splatter è esibito impudicamente. Sia la sequenza dell'omicidio del boss avversario in una sauna, sia le iterate scene nel magazzino dello zio di Jae-yeon, sono letteralmente immerse nel sangue, con morti che sono lente e prolungate, pregne di un gusto melodrammatico fino all'ultima battuta che il morente di turno pronuncia prima di esalare il respiro finale. A Park interessa mettere in scena il trionfo della morte in un mondo più che decadente già decaduto, in un nichilismo in cui i personaggi si aggirano all'interno di un paesaggio marino che è immutabile e osservatore delle umane vicende senza speranza alcuna.
Park trasforma gli interni in un unico palcoscenico di attrazione verso la morte, ma non rimanendo mai in un ambito di un dinamismo tragico e tracimando spesso e volentieri in un melodrammatico mattatoio pronto a essere ripulito per la prossima mattanza, come succede nel magazzino a fianco della casa dello zio della co-protagonista già citato.

Tra Taegu e Jae-yeon rimane sotteso un rapporto amoroso che si sublima solo nella morte dei protagonisti, cercata e voluta, rimanendo inespresso e imploso. Del resto, la giovane donna è un simulacro corporeo-emotivo della sorella, che scompare ben presto nel prologo, quasi a voler reinserire la figura femminile all'interno della fabula dopo averla esclusa troppo presto. I due personaggi assurgono al ruolo di araldi dello sterminio nei confronti di tutti coloro che li circondano e di loro stessi, in un destino deterministico all'interno di una trama che non lascia nessuna libertà né all'immaginazione né allo sguardo dello spettatore.

Park pecca in eccesso nella messa in scena: le iterate violenze, dopo una prima serie di variazioni, lasciano ben presto il campo alla ripetizione stancante, in un'ubriacatura visiva che dopo la prima ora produce solo un effetto di noia per il già visto. Del resto, "Night in Paradise" fin dall'incipit scopre le sue carte in un susseguirsi di eventi prevedibili e, spesso, telefonati che portano a un finale conosciuto e senza alcuna sorpresa. Cosicché si assiste al decadimento del climax, in una narrazione che si inceppa continuamente, in una continua ripartenza situazionale che provoca un distacco empatico per un film mortifero in ogni suo elemento.


30/05/2021

Cast e credits

cast:
Um Tae-goo, Jeon Yeo-been, Cha Seoung-won


regia:
Park Hoon-jung


titolo originale:
Nagwonui bam


distribuzione:
Netflix


durata:
132'


produzione:
Goldmoon Film


sceneggiatura:
Park Hoon-jung


fotografia:
Kim Young-ho


scenografie:
Hyun-Souk Choi, Hwa-seong Jo


montaggio:
Jang Rae-won


costumi:
Se-yeon Choi, Se-hee Yoo


musiche:
Mowg


Trama
Taegu, affiliato a una banda della mafia sudcoreana, uccide un boss che crede sia il mandante dell’assassinio della sorella e di suo nipote. Per fuggire alla vendetta degli uomini dell’organizzazione avversaria, si rifugia nell’isola di Jeju ospite di un vecchio capo gangster e di sua nipote, malata terminale e infallibile cecchina. Il capo di Taegu che prima lo spalleggia in seguito lo tradisce e lo vende ai nemici per paura di essere ucciso. Il destino di Taegu, e di tutti quelli che gli sono vicini, è ormai segnato verso un destino ineluttabile.
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