Recensioni

Nocturama

di Bertrand Bonello

drammatico, thriller, Francia/Germania/Belgio (2016)

CAST & CREDITS

cast:
Manal Issa, Hamza Meziani, Vincent Rottiers, Finnegan Oldfield

regia:
Bertrand Bonello

distribuzione:
Netflix

durata:
130'

produzione:
Rectangle Productions, Wild Bunch, Pandora Filmproduktion

sceneggiatura:
Bertrand Bonello

fotografia:
Léo Hinstin

scenografie:
Katia Wyszkop

montaggio:
Fabrice Rouaud

musiche:
Bertrand Bonello

Nocturama | Recensione | Ondacinema

Nocturama

di Bertrand Bonello

drammatico, thriller, Francia/Germania/Belgio (2016)

di Piero Calò

Voto: 8.0
Parigi, ripresa dall’alto, sembra un geco che con le ventose s’incolla alla vita così come i cittadini svolgono le loro corvée a testa bassa e "ognuno bada ai fatti suoi."
Più tardi il geco lo vedremo per davvero, signore e padrone di un magazzino buio e umido dove è facilissimo piazzare una bomba, pur rudimentale che sia. Parigi, un giorno qualunque degli ultimi diciassette anni o anche, purtroppo, dei prossimi a venire ancora per un bel pezzo. 
Sono le 14:07 e qualcosa, di nuovo, sta per succedere. 

Travagliatissima produzione di Bertrand Bonello, desideroso di rielaborare lo stress post-traumatico dell’Unione Europea, alle apparenti prese col terrorismo islamico, in realtà più angosciata da un futuro imperscrutabile, in una chiave decisamente inedita e che nulla avrebbe concesso agli stati emotivi da cui noi tutti siamo intossicati. Sfortuna volle che questo film, in lavorazione dal 2011, fosse stato previsto in uscita subito dopo i fatti del Bataclan.
Nonostante molto poco avesse da spartire con quella tragedia, fu prontamente messo nel dimenticatoio, rifiutato a Cannes e infine fatto uscire, molto in sordina e fuori dalle sale, ben due anni dopo. Il titolo stesso, che doveva essere, in omaggio a Hemingway, "Paris est un fete", è poi diventato "Nocturama" che rimanda sia all’omonimo album di Nick Cave sia alle atmosfere irreali e indecifrabili di "Glamorama", il romanzo di Bret Easton Ellis.
Curioso annotare che il romanzo di Michel Houellebecq, "Soumission", il cui soggetto aveva al contrario molto da spartire con la strage di Charlie Hebdo dell’anno prima, fu normalmente distribuito nelle librerie di tutta Europa alla data prefissata, subito dopo quella prima strage, nel gennaio 2015. Misteri.

David, Greg, Yacine, Sabrina, Omar e altri ancora costituiscono un gruppo eterogeneo: studenti delle "Sciences Po" mescolati a lavoratori saltuari, sono uniti solo dalla giovane età e da un odio poco strutturato, quasi infantile, per il Capitalismo.
Ribelli senza un oggetto definito, concepiscono un piano spettacolare che trasforma Parigi in un teatro di guerra, una città che brucia, una Giovanna d’Arco per la seconda volta a fuoco nel mentre loro si rifugiano in un supermercato nell’illusione di attendere la quiete che tornerà. Non è ben chiaro cosa sarebbe potuto succedere dopo, se il piano fosse riuscito, in quanto il gesto non sarà rivendicato e loro stessi dimostrano che molto difficilmente avrebbero potuto trarre un manifesto politico da quello che è stato né più né meno che un urlo, spaventoso e disperato ma senza scopo né soluzione.

In effetti, il più grande merito di questo film è l’aver eluso la (facile) sociologia o lo schemino politico più o meno dottrinario. E ne viene fuori una storia di introspezione, relazione e sentimento che lo rende un piccolo capolavoro. L’impressione del cinefilo è che, a sessanta anni dalla Nouvelle Vague, gran parte della quale rimasta sulla carta e mai realizzata, Bonello abbia girato un film che ne incarna totalmente il suo manifesto: storie personali, amori tiepidi e odi irrazionali, dialoghi utilizzati per capire e farsi capire nel profondo, "forme-balade" che è finalmente un vagare senza scopo apparente, un prendere tempo che mette in moto la sua stessa consistenza, il tempo-perduto. Finalmente, dopo molto tempo, vediamo i personaggi non più solo agire ma mettersi a nudo; perdiamo ogni interesse su chi sono e cosa li ha portati lì, puntiamo decisamente l’attenzione su come gestiranno il cosa, liberi dal fardello dell’azione e delle sue conseguenze che è il limite di ciascuno di noi.

In tale dinamica interpersonale, acquisiscono una grande importanza sia il dècor sia i movimenti della cinepresa. Questi ultimi sono in gran parte in steady-cam (che, in un certo senso, è l’evoluzione della libertà della camera-stylo) e sfruttano sia il labirinto delle stazioni metro, nella prima parte del film, sia l’alveare stratificato de La Samaritaine, il glorioso supermercato parigino che, ormai chiuso, sta vivendo una seconda vita come luogo emblematico di tournage; lo ricordiamo, infatti, anche in una sequenza chiave di "Holy Motors" (Leò Carax, 2015) mentre in "Nocturama" è il protagonista assoluto della seconda parte del film.

Le scale mobili, gli ampi corridoi, le luci a diverse gradazioni, le merci esposte come opere d’arte tanto da sembrare un museo d’arte quotidiana, l’alta fedeltà che pervade gli spazi insonorizzati, le morbide moquette, rendono possibili long take che seguiamo con gli stessi occhi del bambino in un negozio di giocattoli, visioni pan focus di una reificazione portata al parossismo, lo schermo che si divide naturalmente in uno split-screen data la profondità di campo e dello spazio su più livelli, i plongée che assumono il punto di vista delle telecamere di sicurezza e dei rilevatori di fumo ma restituiscono benignamente un vero e proprio paese dei balocchi su cui, in ultimo, sfrecciano in camera-car i go-kart che invadono i piani così come Godard faceva fare lunghe passeggiate in bicicletta ai suoi attori negli ampi appartamenti di San Germain de Près. in Francia, l’analisi dei non-luoghi occupa un posto decisamente importante, sin dalle eterotopie di Michel Foucault fino alle implicazioni simboliche col vivente e la morte di Jean Baudrillard. Nella nostra storia, l’algida teoria è finalmente mostrata al pieno delle sue possibilità e fa impressione dover rilevare che è stato sufficiente un po’ d’acqua e dell’energia per far diventare un magazzino di merci un vero e proprio organismo vivente e strutturato. E fanno, così, impressione i transfert dei ragazzi messi di fronte a manichini che sono esattamente loro stessi, il loro abbigliamento su un corpo di plastica e una testa appena abbozzata che in definitiva rappresenta proprio loro. Un transfert che diventa agevolmente sessuale nello stupro silenzioso di un manichino-donna in costume da bagno, perlustrata e palpata con bocca, mani e pistola.

Un transfert che rende possibile anche un matrimonio, con tanto di abiti da sposi e verette. Viene alla mente l’intuizione di George Romero che asserraglia gli (ancor per poco) viventi e gli zombi anche lui in un supermercato. In ultima analisi, i nostri eroi sono, se non proprio degli zombi, almeno dei sonnambuli, estranei alla logica, al principio di conservazione, non più gechi attaccati con forza alla vita. E così possiamo facilmente scoprirli, in un auto-svelarsi non più limitato dalle tattiche, confessare finalmente di amare qualcuno e dirglielo senza paura. Un aiuto formidabile, in tal senso, è offerto dalla colonna sonora, rigorosamente diegetica. Curata da Bonello stesso, che è anche compositore, amplia e porta al parossismo la sua funzione emotiva in più occasioni, tra le quali è d’obbligo ricordare il ballo a luci soffuse dei ragazzi, sognanti e disperati, la notte prima degli attentati quando timidamente le note tecno-progressive di un brano annullano infine le distanze e li fa avvicinare fin un abbraccio collettivo decisamente struggente. Oppure la performance di Yasine che mima la profonda estasi suicida della “My Way” di Frank Sinatra, cantata da Shirley Bassey. Oppure con temi nostalgici e vagamente ironici quando si avvicina il momento dell’irruzione, sottolineato dalla scatenata preghiera di Debbie Harry, "Call Me", una telefonata di trattative che non arriverà mai, e dal tema di "The Persuaders" ("Attenti a quei due") di John Barry mentre comincia il tiro a segno. In sintesi, l’elenco caotico che è il loro generoso e immaturo cervello ha trovato nelle merci il loro doppio; merci che si sono esse stesse evolute e che da una lista eteroclita sono diventate organismo prima vivente, in grado di assolvere alle funzioni primarie, mangiare, bere, dormire, in una parodia dei fasti di Versailles cui è invitata anche una inconsapevole coppia di clochard, fino a raggiungere lo stato di essere-senziente attraverso l’emozione musicale in perfetta stereofonia. Che è quasi come dire che il feticcio ha superato l’umano stesso. Eppure, quella che sembrava la vittoria definitiva, la presa di coscienza di sé e del sé-altro, è così pericoloso da sostenere che non potrà risolversi in altro che in carneficina.
O nella mancata distribuzione del film.