CAST & CREDITS

cast:
Fiona Shaw, Valerio Binasco, Francesca Inaudi, Guido Caprino, Renato Carpentieri, Ivan Franek, Andrea Boschi, Edoardo Natoli, Luigi Pisani, Stefano Cassetti, Michele Riondino, Franco Ravera, Andrea Renzi, Edoardo Winspeare, Luca Barbareschi, Anna Bonaiuto, Toni Servillo, Luca Zingaretti, Luigi Lo Cascio

regia:
Mario Martone

distribuzione:
01 Distribution

durata:
170'

produzione:
Palomar, Les Films d`Ici

sceneggiatura:
Giancarlo De Cataldo, Mario Martone

fotografia:
Renato Berta

scenografie:
Emita Frigato

montaggio:
Jacopo Quadri

costumi:
Ursula Patzak

musiche:
Hubert Westkemper

Noi credevamo | Recensione | Ondacinema

Noi credevamo

di Mario Martone

storico, drammatico, Italia (2010)

di Claudio Zito

Voto: 8.0
Mario Martone è il direttore del teatro stabile con il migliore cartellone d'Italia, un apprezzato regista di prosa, lirica e cinema, una colonna portante della cultura nostrana e non meritava affatto il trattamento irrazionale riservatogli dalla distribuzione (film uscito in solo trenta copie e abbondantemente scorciato, e invece miglior media spettatori per sala al primo weekend e lunghe file alle biglietterie...) per questa sua ultima fatica, anche perché "Noi credevamo" è un'interessantissima riflessione sulla storia del nostro centocinquantenario paese e avrebbe potuto sollevare dibattiti enormemente maggiori di quelli che, in sordina, hanno comunque accompagnato la presentazione a Venezia (peccato che la giuria pensasse ad altro) e ora il debutto nelle sale.

Un Risorgimento senza Garibaldi e Cavour, i Mille e gli austriaci, il re e le cinque giornate di Milano, è visto tramite gli occhi dei tre amici cilentani Angelo, Salvatore e Domenico (il patriota degenerato in comune assassino, la vittima innocente nonché l'unico popolano dei tre, il testimone che capisce tutto ma troppo tardi) ricalcati sulla biografia di altrettanti personaggi storici minori, base di partenza (assieme, in parte, all'omonimo romanzo di Anna Banti) per i quattro episodi, corrispondenti a quattro momenti significativi e temporalmente distanti della lotta di liberazione nazionale italiana, in cui il film è suddiviso e strutturato.

L'Ottocento di Martone si fregia di una messa in scena meticolosa e puntuale, prevalentemente in interni e in spazi angusti, fittamente dialogata, ispirata - pur in una maniera né retorica né didascalica che rifugge icone, citazioni, inni e fanfare - allo spirito, gli umori, arti quali la pittura, la letteratura, la musica dell'epoca (Bellini lo vediamo in scena ma al fortepiano suona Beethoven, di Rossini e Verdi sentiamo talune composizioni, non le più popolari e mai le arie cantate). Con una resa che oscilla tra il neorealismo ante litteram del Blasetti di "1860" e le precise ricostruzioni antispettacolari dei film in costume di de Oliveira, mirando senza mai - volutamente - raggiungere il gusto barocco del Visconti di "Senso" e del "Gattopardo", il regista fa giustamente tesoro della sua esperienza in teatro, produce anche per la televisione, ma al contempo sigla un'opera prettamente cinematografica e personale.

Variando il tema della dicotomia monarchia/repubblica, prendendo talvolta le mosse dalla figura dominante di Mazzini, deflagrando infine drammaticamente con lo scontro fratricida sull'Aspromonte, l'autore trova occasione di riflettere su una serie infinita di tensioni e fratture caratterizzanti l'Italia di allora, di ieri e di oggi.

Contraddizioni geografiche: nord e sud, città e campagna come centro e periferia. Sociali: intellettuali e popolo, ricchi e poveri, chi fa la storia realmente e chi invece rimane solo nei manuali. Di prassi politica, geostrategica, istituzionale: moderazione e estremismo, movimentismo e parlamentarismo (Crispi farà carriera), fronte interno e appoggi internazionali (l'aristocratica dimora parigina di Cristina di Belgiojoso), lealtà e cospirazione, coerenza di idee e mutamenti di campo, purezza ideologica e compromesso tattico, azione protofoquista/terrorista (gli attentati falliti o abortiti a Napoleone III e Notre-Dame) e coinvolgimento delle masse, rivoluzione solo istituzionale o anche sociale, gesto nobile e violenza "sporca".

Lo scioglimento di tali nodi è una chimera, poiché l'Italia "gretta superba e assassina" non è solo quella di allora, ma anche quella di un passato più prossimo (dal fascismo agli anni di piombo) e del presente; è l'attualizzazione il senso ultimo di questo progetto. Il Domenico/Martone che nel finale rivolge la pistola contro il il Parlamento è un uomo più che mai sfiduciato, amareggiato, pessimista, profondamente antipolitico.
E se ci sembra che nel percorso dei nostri protagonisti manchi qualche passaggio, ci piace attribuire tali lacune di sceneggiatura alla riduzione apportata per la distribuzione sul grande schermo. Aspettiamo dunque la versione integrale prima di pronunciare la parola "capolavoro".