CAST & CREDITS

cast:
Daniel , Daniel Auteuil, Sebastian Koch, Marie-Josée Croze

regia:
Vincent Garenq

distribuzione:
Good Films

durata:
87'

produzione:
LGM Productions, Black Mask Productions, StudioCanal

sceneggiatura:
Vincent Garenq, Julien Rappeneau

fotografia:
Renaud Chassaing

costumi:
Marie-Laure Lasson

musiche:
Nicolas Errèra

In nome di mia figlia | Recensione | Ondacinema

In nome di mia figlia

di Vincent Garenq

drammatico, Francia (2016)

di Carlo Cerofolini

Voto: 5.0
Negli Stati Uniti della nuova Hollywood accanto al cinema che era espressione degli ideali di rinascita e di progresso tipici di quel periodo trovò modo di svilupparsi un filone cinematografico di segno opposto, caratterizzato dall’esibizione di una violenza inconsulta e reazionaria che nell’intento di salvaguardare i valori della vecchia America riciclava il tema della vendetta, utilizzato come puntello per giustificare la brutalità delle azioni commesse dal protagonista interpretato da Charles Bronson. Come infatti si ricorderà, ne “Il giustiziere della notte” di Michael Winner (1974) un tranquillo e onesto cittadino decide di farsi giustizia con i propri mezzi a causa dell’inettitudine delle istituzioni che non sono riuscite a perseguire i responsabili dei delitti commessi nei confronti della sua famiglia. A distanza di tempo, e con molti epigoni succedutisi nell’esercizio del tema in questione, tocca a un film francese tenere alta la bandiera di questa sorta di auto-determinismo sociale attraverso il racconto di quanto realmente accaduto ad André Bamberski a partire dall’estate del 1982 quando l’uomo riceve la telefonata della ex-moglie che lo informa della morte della figlia quattordicenne. Convinto che la ragazza non sia morta per cause naturali, come i più vorrebbero fargli credere, bensì a causa del maldestro tentativo del patrigno - il medico tedesco Dieter Krombach – di coprire l’evidenza degli abusi sessuali commessi ai danni della giovane, Bamberski decide di dedicare il resto della sua esistenza a dimostrare la colpevolezza di Krombach. Il quale, grazie alla connivenza del governo tedesco e all’imperizia di quello francese - intenzionato a scongiurare le conseguenze di un incidente diplomatico e quindi per niente propenso a fa valere le ragioni della legge – riesce a farla franca, sottraendosi alla giustizia e continuando a vivere la propria vita fino a quando il protagonista non deciderà di passare alle vie di fatto, assoldando un banda di malviventi pagati per rapire il lestofante.

Considerato che la storia del film è ricavata da uno dei fatti della cronaca francese più famosi degli ultimi anni e che il regista, Vincent Garenq, è considerato uno specialista di questo genere di operazioni, va da sé che “In nome di mia figlia” dal punto di vista cinematografico è quanto di più lontano si possa immaginare dal lungometraggio girato da Winner. In questo caso il personaggio di Bamberski, pur partendo dalle stesse premesse di quello interpretato da Bronson - al quale lo lega anche la metodica ossessione nel perseguire l’obiettivo finale – è figlio del proprio tempo e soprattutto della propria cultura; quindi depositario di una fiducia nelle prerogative connesse con le regole del cosiddetto patto sociale, che nonostante le avversità incontrate nel corso della sua lunga odissea processuale esulano dal ricorso al giustizialismo fai da te così in voga oltreoceano. In questo modo le aule dei tribunali e i palazzi della burocrazia prendono quindi il posto degli slum metropolitani e dei sobborghi periferici, con le dispute legali e i dettagli procedurali a sostituire il piombo delle pistole e i corpi insanguinati, mentre la realtà desunta negli archivi dei giornali e nei programmi televisivi prevale sulla spettacolarizzazione del dolore e sull'epica dell'uomo solo contro tutti.

Per contro, il senso della misura e la razionalità che ispira l'operato del protagonista travalicano la finzione scenica per diventare l'orizzonte entro il quale si muove la messinscena di Garenq, il quale, per il timore di non dimenticare nulla di ciò che è accaduto e forse nell’intento di rendere merito agli sforzi di Bamberski, allestisce uno scadenzario visivo tanto sistematico quanto scontato, preoccupato di riportare la successione degli avvenimenti con una planimetria di luoghi date e figure umane che costituiscono i capitoli in cui è suddivisa la trama. L'effetto generale è quello di un riassunto ben ordinato ma privo di
appeal emotivo. Sprovvisto della  freddezza necessaria a giustificare tale distacco, "In nome di mia figlia" non riesce neanche a far breccia dalle parti del cuore, costringendo Daniel Auteuil a una recitazione pressoché impalpabile.