Recensioni

Non aprite quella porta

di Tobe Hooper

horror, Usa (1974)

pietra miliare

CAST & CREDITS

cast:
Jim Siedow, John Dugan, Edwin Neal, Teri McMinn, William Vail, Allen Danziger, Paul A. Partain, Gunnar Hansen, Marilyn Burns

regia:
Tobe Hooper

distribuzione:
Quinto Grado, Stormovie, Dall'Angelo Pictures

durata:
84'

produzione:
Vortex, Vortex/Henkel/Hooper prouction, Metro-Goldwyn-Mayer, Cannon, New Line Cinema, Columbia Pictu

sceneggiatura:
Kim Henkel, Tobe Hooper

fotografia:
Daniel Pearl

scenografie:
Robert A. Burns

montaggio:
Larry Carroll, Sallye Richardson

musiche:
Wayne Bell, Tobe Hooper

pietra miliare

Non aprite quella porta | Recensione | Ondacinema

Non aprite quella porta

di Tobe Hooper

horror, Usa (1974)

di Eugenio Radin

"È dunque da attribuirsi più all'esigente natura delle mie aspirazioni che a una mia speciale degradazione, il motivo per cui si separarono in me, con un solco più profondo, le regioni del bene e del male che dividono e compongono ad un tempo la duplice natura dell'uomo. Per quanto io fossi preda di un profondo dualismo, le due nature in me coesistevano in perfetta buona fede, ed ero ugualmente me stesso sia quando, sciolto ogni freno, ero immerso nella vergogna, sia quando mi affaticavo a lavorare per il progresso della scienza o per dare sollievo al dolore e alla sofferenza".
(Robert L. Stevenson, "Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde")


Una politica in crisi


Nel 1974 l'America stava attraversando una delle fasi più buie delle sua storia: la presidenza Nixon era stata segnata da diversi scandali politici, primo tra tutti il caso Watergate, immortalato anche dal cinema nel film "Tutti gli uomini del Presidente"; dopo quasi vent'anni di scontri tanto sanguinosi quanto inefficaci, la caduta di Saigon stava per segnare la prima grossa sconfitta militare Americana, nella guerra del Vietnam; nello stesso tempo nuovi scenari bellici si aprivano in Medioriente a seguito dell'embargo petrolifero dovuto all'appoggio americano a Israele nel conflitto arabo-israeliano.
La società dei consumi apriva la sua porta blindata, la sua camera degli orrori: l'America scopriva che dietro alla candida facciata a stelle e strisce si nascondevano dei terribili mostri, che il sogno americano rimaneva, per l'appunto, un sogno. Anche la cronaca nera (che non a caso apre, in voice over, la pellicola di Tobe Hooper) portava a galla una serie di tragedie e di vicende drammatiche, tanto che proprio in quegli anni, come racconta la recente serie-tv "Mindhunter", si arrivò a coniare un nuovo termine, oggi ormai consolidato: quello di Serial Killer, per inquadrare la figura del pluriomicida che agisce sempre con le stesse modalità, compiendo crimini spinto da pulsioni psicopatologiche[1]. Persino la cultura hippie, che negli anni Sessanta si era fatta promotrice di una visione pacifica e non-violenta, finì per degenerare in un settarismo più o meno diffuso, dando vita ad associazioni criminali in cui spicca tra tutte la "famiglia" Manson. L'emergere di assassini seriali, che uccidevano senza moventi razionali, spinti da istinti repressi e difficili da individuare, fu elaborata e analizzata a fondo dalla cultura del tempo. Già nel 1966 Truman Capote scriveva quello che rimane, dopo "Colazione da Tiffany", il suo romanzo più celebre: "A sangue freddo", in cui si narra l'omicidio di una famiglia da parte di due ragazzi apparentemente senza moventi.
Ma è il cinema il mezzo privilegiato, che più di tutti analizza e metabolizza i mali e le paure della nuova società, in primo luogo tramite pellicole fantascientifiche dai toni apocalittici come "Il pianeta delle scimmie", "I sopravvissuti", "La fuga di Logan", "Addio Terra, ultimo pianeta". Anche il genere tipicamente americano, il western, viene rivisitato con pellicole che rivelano un nuovo modo di guardare al mito della frontiera, alla figura del cowboy, e al mondo. Esempi notevoli in questo senso possono essere: "Piccolo grande uomo", "Il mucchio selvaggio", "Lo straniero senza nome", "Uomo bianco, va' col tuo Dio!".
Tuttavia è soprattutto l'horror che venne trasformato dal presente e che, più di tutti gli altri generi, raffigurò l'inconscio di quegli anni, la paura e la violenza, l'irrazionalità dell'istinto, la serialità omicida, l'orrore nascosto nel quotidiano. Alcune pellicole si fanno testimoni della crisi del fenomeno hippie (ad esempio: "Quella notte in casa Coogan"), altre della crisi del sistema capitalistico (una tra tutte: "La notte dei morti viventi"), c'è chi metaforizza tramite il cinema le angosce della guerra fredda (come Carpenter ne "La cosa") o chi riscopre la violenza e la morte insite nella natura (si pensi a pellicole come "Grizzly, l'orso che uccide" o "Profezia" di Frankenheimer).
Ma le pellicole che più influenzarono il cinema successivo e che più segnarono l'immaginario collettivo, sono quelle appartenenti a un nuovo sottogenere, che in quegli anni si stava definendo. Parliamo ovviamente dello slasher e del film che, più di ogni altro, ne costituì il punto di partenza: "The Texas Chain Saw Massacre", di Tobe Hooper.

Slasher!

Sarebbe un atteggiamento miope quello del voler dichiarare "Halloween" (1980) il capostipite del genere slasher. Il capolavoro carpenteriano testimonia infatti una visione già matura e ben definita dei suoi pattern narrativi, che utilizza con grande maestria. Dobbiamo dunque andare più indietro nel tempo. Per quanto abbiano in sé alcuni elementi che saranno poi costitutivi dello slasher, alcuni film da alcuni ritenuti gli antesignani di questa corrente horror, come "Dieci piccoli indiani" (1945) di René Clair o "Sei donne per l'assassino" (1964) di Mario Bava non possono a nostro parere essere definiti tali, perché la crime story, l'indagine poliziesca, riveste in essi un ruolo centrale e mancano inoltre di alcuni elementi che, come vedremo, si riveleranno invece fondamentali per la definizione del genere. Possiamo invece vedere in "Psycho" (1960) del genio di Alfred Hitchcock o meglio ancora in "Reazione a Catena" (1971), sempre di Bava, dei veri e propri antenati di questo filone, anche se è il 1974 l'annus mirabilis che segna l'alba definitiva dello slasher, così come oggi viene generalmente inteso, grazie alla pellicola che fungerà da pietra d'angolo dell'intero genere: "Non aprite quella porta", di Tobe Hooper.
Realizzato con un bassissimo budget e osteggiato dalla censura che lo definì da subito come uno dei film più violenti mai realizzati, "Non aprite quella porta" così come "Psycho" si ispira, in maniera pretestuosa, alla vicenda del killer seriale Ed Gein, ma nel suo intelligente distacco dalla cronaca, definisce i contorni di una narrazione che aprirà la strada a pellicole divenute di culto, come la serie di "Nightmare", quella di "Venerdì 13", di "Scream" e molte altre.
Analizzando l'opera hooperiana si ritrovano infatti tutti i topoi tipici dello slasher: il viaggio iniziale, un luogo circoscritto in cui si svolge l'azione, personaggi adolescenti che corrispondono per lo più a "tipi" psicologici, il bodycount ovvero la lunga serie di morti, la final girl, il boogeyman antagonista, la violenza esplicita, il binomio sesso-morte[2]. A ciò si aggiunge una caratteristica ulteriore, relativa al film inserito nel contesto commerciale, ovvero la serialità: così come altri slasher celebri, "Non aprite quella porta" ispirerà nel corso del tempo una lunga serie di sequel, prequel, remakespin-off, anche se per lo più di scarso valore artistico, che testimoniano il suo essere stato un vero e proprio fenomeno culturale e sociale.
Analizziamo più approfonditamente alcune delle caratteristiche elencate per vedere come il film di Hooper sia effettivamente miliare all'interno del cinema horror.
Non è un caso il fatto che i protagonisti di uno slasher siano sempre, e anche qui, dei ragazzi. Ciò fa del genere un novello romanzo di formazione, seppur in negativo, in cui i protagonisti si rendono conto, a proprie spese, del male connaturato nell'uomo e nella società e dell'inevitabilità dello scontro e della violenza. Come scrive Franco Moretti: "La gioventù viene dunque scelta come concreto segno sensibile della nuova epoca - viene scelta al posto degli altri mille segni possibili - perché permette di accentuare dinamismo e instabilità"[3]. Tramite il viaggio iniziale i ragazzi protagonisti prendono le distanze dal passato, dalla tradizione, dal ventre materno e, nonostante gli avvertimenti che incontrano lungo il cammino e che scelgono di ignorare (relativamente alla pellicola di Hooper, tali avvertimenti sono dati prima dall'oroscopo letto da Pam, poi dal vecchio ubriaco e infine dal gestore della pompa di benzina) si affacciano alla nuova epoca e alla sensibilità contemporanea. Il che significa, nel caso degli anni Settanta, divenire consapevoli del fatto che dietro alla facciata benpensante e puritana si nasconde in realtà un bagno di sangue, e a far ciò, non possono che essere le nuove generazioni. Sono numerosi gli horror che iniziano con un viaggio e che hanno come protagonisti dei ragazzi: "Venerdì 13", "La casa", "Le colline hanno gli occhi", ma anche titoli più recenti come "Hostel" o "The Descent". La lista sarebbe lunga, ma fermiamoci qua.

La bella e la bestia

Ciò che tuttavia si erge a caratteristica fondante del genere, oltre che la lunga serie di morti violente che scandiscono l'azione, è la caratterizzazione dei personaggi, in particolare quella del villain e quella dell'eroina finale.
A sopravvivere in "Non aprite quella porta", così come nella maggior parte degli slasher successivi, è una ragazza, in genere la più timida, innocente e pura del gruppo. Non è la spavalderia che salva i protagonisti, ma la purezza in contrapposizione al male assoluto dell'antagonista. È così per Sally in "Non aprite quella porta", sarà così per Laurie in "Halloween", per Jess in "Black Christmas", per Alice in "Venerdì 13", per Ellen in "Alien", e via dicendo. Lo slasher segna uno spartiacque nella trasformazione della figura femminile all'interno delle pellicole dell'horror: tale trasformazione "è stata letta originariamente come specchio, inconsciamente omoerotico, dell'adolescente maschio appassionato di questo genere di film, capace di più facile identificazione in una donna dalle caratteristiche androgine, dotata di una bellezza spesso nascosta in abiti o in atteggiamenti maschili, e comunque solitamente inferiore a quella delle compagne che cadono vittima una a una dell'omicida di turno, generalmente letto come avatar del desiderio violento del medesimo spettatore"[4]. Se così potrebbe anche essere, ad esempio per la protagonista di "Alien", basterebbe la visione del film di Hooper per smentire questa tesi, dal momento che Sally non ha sicuramente atteggiamenti maschili, né è meno bella della sua sfortunata compagna di viaggio. Siamo dunque propensi ad appoggiare piuttosto una tesi emersa in tempi più recenti: "Questa trasformazione è stata vista in chiave revisionista dalla cosiddetta critica neo-femminista, come figura a tutto tondo che si distacca dalla visione maschilista del serial killer e dello spettatore e ne ricambia lo sguardo cacciandolo in un abisso nietzschiano, dal quale il mostro non saprà più emergere"[5].
Certo Sally non ha ancora la maturità dell'eroina, non c'è un momento in cui il suo carattere si trasforma, rimane per lo più indifesa e ha bisogno dell'aiuto del pick-up di passaggio per essere salvata. Ma la sua risata isterica che chiude la pellicola, rivela già un passo fondamentale in questa direzione. È lei la protagonista del film, capace di opporsi e di salvarsi dalla morsa maschilista della famiglia Sawyer, non a caso priva di elementi femminili, che la chiama "puttana" e che cerca di ucciderla per nutrirsi della sua carne.
In opposizione all'eroina sta l'antagonista: i "cattivi" degli slasher (Leatherface, Freddy Krueger, Michael Myers, Jason Voorhees, Ghostface) diventarono all'interno del new-horror hollywoodiano delle vere icone, capaci di rendere fin da subito anacronistici i vecchi mostri della Universal (Frankenstein, Dracula, la mummia, il lupo mannaro) che avevano dominato l'horror fino alla fine degli anni Cinquanta. In questo processo "Non aprite quella porta" segnò uno spartiacque: Leatherface possiede tutte le caratteristiche del serial killer dei film slasher: una forza sovrumana, il volto celato da una maschera, l'utilizzo di armi bianche, lame, mazze e coltelli. Il marchio distintivo di un film slasher d'ora in avanti sarà il suo antagonista, tanto che lo spettatore finirà per vedere in esso il vero protagonista, il personaggio con cui identificarsi, per cui fare il tifo. Ed è proprio questo a ben vedere l'obbiettivo dello slasher: portare lo spettatore a scoprire (e, in tal modo, a esorcizzare) i propri istinti, a lasciare da parte per un attimo il gentile Dottor Jekyll, per far parlare Hyde, il proprio lato nascosto (da hyde: nascondere, per l'appunto).

Il male che dimora in noi

Altra caratteristica fondamentale dello slasher è quella di essere un genere cosiddetto "puro": "Lo slasher è un genere che possiamo definire puro, cioè che non ha bisogno di sovrastrutture per poter essere fruito perché si rivolge direttamente alle nostre pulsioni più basse, nel senso di profonde. Due le principali: la violenza e il sesso. Non abbiamo bisogno di interpretare o pensare a quello che vediamo perché il genere non vuole questo. Vuole portarci dove la maggior parte delle persone (quasi tutte, per fortuna) non sono mai state e, alla fine, solo allora, concederci tutto il tempo per riflettere su questa esperienza"[6].
Lo slasher cioè, parla all'inconscio di ognuno di noi, alle pulsioni primitive, violente, concede loro la catarsi, l'esorcismo, lo sfogo liberatorio. Ecco perché rimaniamo così affascinati da personaggi come Leatherface, Michael Myers o Freddy Krueger: perché essi non sono altro che la manifestazione di una parte di noi, di un istinto primordiale, di una pulsione di morte, rimossa dalla nostra coscienza durante il cammino di crescita. Leatherface ci mette davanti all'impossibilità di considerare il male come altro da noi. Anche se fatichiamo ad ammetterlo, insieme alla paura proviamo un certo piacere nel vedere la violenza splatter degli omicidi di "Non aprite quella porta", tanto che Hooper li esaspera fino alla cruentissima scena della cena (divenuta per altro leggendaria per via dei retroscena della sua realizzazione), in cui la violenza diventa più psicologica che fisica. La violenza irrazionale e senza movente ha una funzione estatica, porta in luce il rimosso e lo lascia sfogare in un atto voyeuristico di visione.
Questa caratteristica tuttavia non riguarda solo l'antagonista: il personaggio di Franklin, nella pellicola in questione, non è poi così diverso da quello di Leatherface, né fisicamente né psicologicamente. Anche lui sembra essere ossessionato dal sangue, dai coltelli e dalle carcasse degli animali trovati morti, è attratto dal processo di macellazione dei bovini, soprattutto quando portato a termine con metodi sadici e inumani, dimostra comportamenti infantili (boccacce, linguacce, paura del buio) e un amore edipico per la sorella, cui disubbidisce proprio nello stesso modo in cui un bambino disubbidisce alla madre nel tentativo di attirare le sue attenzioni. Allo stesso modo Leatherface è sì mostruoso ed estremamente forte, ma succube della violenza del padre e degli ordini della famiglia, la sua violenza è contenuta da un'obbedienza indiscussa al padre-padrone, e l'ossessione per le lame può essere letta senza troppa difficoltà in chiave erotica, come un ossessione per il sesso incapace di esprimersi perché incapace di affrancarsi dalla figura paterna. Il suo esser privo di linguaggio, nonché di volto, ne mette in luce l'aspetto primordiale, istintivo e passionale e lo rende più vicino a ognuno di noi. Ma è Frankin, ancora di più, a mostrare come quegli stessi istinti dimorino, seppur fortunatamente repressi, in ogni uomo.
In aggiunta a ciò il filone aperto dalla pellicola miliare di Hooper per suscitare in noi la paura sceglie elementi generalmente rassicuranti e ne svela la natura terrificante.
"Il perturbante è qualcosa di spaventoso che si riferisce a qualcosa di noto da tempo, familiare da molto"[7] scrive Freud, e lo slasher perturba, terrorizza proprio perché sfrutta l'elemento familiare e noto, "scardina la porta dietro la quale pensiamo di sentirci al sicuro svelando e facendo affiorare le nostre paure, costringendoci a guardare noi stessi fino in fondo"[8].
L'arena in cui si svolge la strage di innocenti è una casa, il luogo più familiare che conosciamo, che rivela, al di là delle sue pareti bianche e del panorama idilliaco che la circonda, le sue stanze degli orrori, fatte di corpi mutilati, di cadaveri, di ossa e di resti animali.
Ed è proprio la famiglia l'obbiettivo che Hooper colpisce con più violenza, raffigurandone la follia omicida, il cannibalismo, la violenza diretta verso l'esterno, ma altresì la violenza centripeta, che il padre rivolge verso i figli i quali, a loro volta, non possono elaborare il trauma se non con altra violenza. Seppur in maniera esagerata Hooper parla della famiglia americana e della grande famiglia che è la nazione, tanto che non si fa problemi a inserire il nome del suo stato natio: il Texas, nel titolo del film (fatto che tra l'altro gli causò alcuni problemi di censura). Il regista statunitense affronta i disagi della propria epoca, dalla disoccupazione alla crisi delle frontiere facendo un film che è al contempo psicologico e politico, tanto che non mancano interpretazioni sociali: "Non aprite quella porta prende di mira l'escalation capitalistica: privati del loro lavoro dalla meccanizzazione dei mattatoi, i macellai sono incapaci di venir meno alle abitudini lavorative, proprio come Charlot in Tempi moderni non sapeva staccarsi dai ritmi e dai gesti meccanici della catena di montaggio. Ma quella che esce a brandelli dal film di Hooper è soprattutto l'epopea di frontiera, ridotta a degenerata compulsione in cui la violenza e la sopraffazione, spinta motoria da sempre connaturata all'esperienza pionieristica [...] tornano alla luce trasformate in grottesca coazione a ripetere"[9].
Oltre ad aver segnato indelebilmente il genere horror, dando il via definitivo alla proliferazione delle pellicole slasher, che dominarono tutti gli anni Ottanta, "Non aprite quella porta" è dunque un film che parla all'inconscio di ognuno di noi, mettendoci davanti agli occhi una carica di violenza fisica e psicologica che ancora oggi fa paura.




[1] Definizione Treccani

[2] Queste le caratteristiche elencate da Marco Greganti nel suo saggio "Slasher. Il genere, gli archetipi e le strutture" (NPE 2017)

[3] F. Moretti, "Il romanzo di formazione" (Einaudi 2006)

[4] Roberto Chiavini, "Colei che doma la bestia. La Final Girl e l'emancipazione femminile", in "Guida al cinema Horror" (Odoya, 2015)

[5] Ibid.

[6] M. Greganti, "Slasher"

[7] Sigmund Freud, "Psicoanalisi e vita quotidiana" (Mondadori 2008)

[8] M. Greganti, "Slasher"

[9] Roberto Curti, "Demoni e Dei. Dio, il Diavolo, la religione nel cinema horror americano" (Lindau 2009)