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6.5/10
Far ridere partendo da cose che non sono per niente divertenti è senza dubbio una bella sfida e il regista israeliano Ram Nehari, finora attivo soprattutto in tv, la raccoglie in maniera decisa col suo esordio nel lungometraggio, "Don't Forget Me". Presentato al Torino Film Festival lo scorso anno, il film ha conquistato la giuria, ottenendo il premio principale, più i riconoscimenti andati ai due protagonisti. Adesso, a quasi un anno di distanza, si presenta nelle sale italiane, grazie all'iniziativa della Lab 80, che molto coraggiosamente (e lodevolmente, non me ne vogliano i sostenitori dei doppiatori nostrani) ha scelto di farlo uscire in lingua originale, alienandosi inevitabilmente una discreta fetta di pubblico, il quale anche nel 2018 si concede volentieri alla lettura dei sottotitoli solo in ambiti festivalieri.

Il soggetto può ricordare quello di "Prima di mezzanotte" di Linklater, anche se i due giovani al centro della storia, Neil e Tom, non sono due brillanti figli degli anni 90 a zonzo per l'Europa, bensì due figli di una società israeliana che avrebbero potuto vedere decisamente tempi migliori e che il cinema mediorientale (non soltanto quello prodotto dalle parti di Tel Aviv) si è fatto carico di raccontare. Neil (Nitail Givirtz, autore anche della sceneggiatura) è un musicista di tuba che vive a Gerusalemme in una casa famiglia per persone con disagio psichico. Si presenta come una persona bonaria e gentile, però soffre di disturbi del comportamento, cosa del quale lo spettatore si rende conto sostanzialmente nel prefinale. Tom (Moon Shavit, tutta argento vivo, nonostante sia un personaggio che convive con dolori profondi) invece è una ragazza anoressica ricoverata in una clinica per disturbi alimentari di Tel Aviv ossessionata dal bruciare calorie e dal criticare ogni singolo aspetto della sua vita.

Neil e Tom si conoscono durante una giornata particolare, quando il primo accompagna un suo vecchio amico Limor e la di lui fidanzata Einav in visita alla clinica. Einav è una modella e attrice(tta) che ha accettato di fare da testimonial per sensibilizzare alla difficilissima condizione che le ragazze in cura attraversano. In realtà anche lei ha un pessimo rapporto col cibo e durante una delle sequenze più tragicomiche del film la vediamo tergiversare su un piatto misto del quale riesce a mangiare a malapena un cucchiaio di riso bianco. Situazione imbarazzante dal quale viene salvata soltanto da un blackout che permette alle ricoverate di dare vita ai loro istinti più irrefrenabili (chi butta il cibo per terra, chi vomita, chi addirittura improvvisa della ginnastica). Del baillame, Tom e Neil, che nel frattempo hanno fatto conoscenza, bruciando abbastanza velocemente le tappe, approfittano per andarsene dalla clinica. Nonostante si siano appena conosciuti decidono di restare insieme, ma il problema è la mancanza di reali prospettive. Neil prende per buona una promessa da marinaio (o da chat) fattagli da Limor riguardo alla possibilità di aggiungersi a una band e di trasferirsi a Berlino per un po' di tempo, che di fatto si rivelerà niente più che un'illusione, e neanche la casa famiglia dove vive Neil, né le amiche di Tom, né tanto meno la famiglia della ragazza potranno offrire grandi appoggi.

Il momento rivelatore del film, che può piacere per un certo brio che caratterizza i due personaggi principali (soprattutto Tom) ma può anche non convincere, con tutte le licenze che si possono concedere a chi lavora con lo humour nero, per la leggerezza con cui si approccia ad argomenti drammaticamente seri come l'anoressia e la bulimia, è probabilmente la visita dei due protagonisti alla casa dei genitori di Tom. Ci viene mostrata una borghesia benestante, ma non meno spostata dei due giovani protagonisti, anzi suggerendoci come le nuove generazioni abbiano pagato lo scotto di essere state precedute da queste persone, descritte di una rigidità quasi patologica, da non lasciare sperare niente di buono neanche per i giovanissimi (vedasi la macchietta del fratellino di Tom, preadolescente già dedito al fitness fatto in casa e agli integratori). Criticano persino le origini europee di lui, l'idea di trasferirsi in Germania e addirittura (da crudisti radicali) il fatto di includere il pane nella propria dieta (come stupirsi se la figlia trovi il nutrirsi una cosa così disgustosa?).

"Don't forget me", immerso per gran parte in un'atmosfera notturna che le luci del direttore della fotografia Shark de Mayo rendono molto calda, non fa riferimenti diretti alla situazione israeliano-palestinese ma lascia intuire che un peso quegli eventi l'abbiano avuto sulla popolazione locale, perchè in fondo i due protagonisti sono le facce complementari della società israeliana contemporanea in caduta libera, di cui il film è chiara allegoria: la prima, quella rappresentata dalla famiglia di Tom, che cerca nelle rigide e asfittiche tradizioni ebraiche il collante (inefficace) per la continuazione della stirpe; la seconda, quella che ha perso la propria identità una volte che ha ceduto all'ibridazione con la società occidentale seguendone le chimeriche suggestioni (il sogno musicale di Neil di fama e successo). Indubbiamente Naheri ama i suoi due protagonisti e vuole regalare loro un barlume di speranza in tanta disperazione; quindi fa sì che il loro non si riveli, come sarebbe stato normale aspettarsi, anche soltanto partendo dal titolo, un breve incontro, ma ci fa intuire che i due, nonostante i loro problemi, riusciranno forse a trovare un modus vivendi per andare avanti.


Cast e credits

cast:
Nitai Gvirtz, Moon Shavit, Eilam Wolman, Rona Lipaz, Lev Keret, Tal Berkovich, Carmel Beto, Tom Yaar


regia:
Ram Nehari


distribuzione:
Lab 80 Film


durata:
87'


produzione:
Yifat Films


sceneggiatura:
Nitai Gvirtz


fotografia:
Shark De Mayo


scenografie:
Ido Dolev


montaggio:
Ido Muchrik


costumi:
Maya Mor


musiche:
Steve Nieve


Trama
Due giovani spostati si conoscono per caso un giorno a Tel Aviv e insieme forse riusciranno a rendere le loro vite meno disperate.
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