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8.0/10

"Doubles vies" porta a compimento una meditazione che Olivier Assayas aveva iniziato sin dai tempi di "Irma Vep", imprimendovi, però, una coerente evoluzione nell'intervallo che va da "Sils Maria" a "Personal Shopper", includendo la sceneggiatura per Roman Polanski di "Quello che non so di lei". Con questo suo diciassettesimo lungometraggio, Assayas pare momentaneamente chiudere un capitolo della sua filmografia per aprirne uno nuovo, ancor più complesso e sfidante. In "Personal Shopper" la ricerca di Maureen la metteva in conflitto con le plurime possibilità di un'identità da ricostruire, con un corpo della realtà sempre più immateriale e sfuggente. Adesso, entro il perimetro di una realtà fantasma, si muovono protagonisti di "Doubles vies", editori, scrittori e attori del milieu alto-borghese e intellettuale che il regista deve ben conoscere. Con un occhio analitico, sebbene non freddo, il regista studia come costoro, gli appartenenti alla cosiddetta élite, reagiscano di fronte a una società che, mutando rapidamente, stravolge il loro modo di rapportarsi alla realtà esterna.

Esempio sibillino della potenza del cinema di parola, con "Doubles vies" Assayas riparte dall'elemento che, più di ogni altro, contribuisce a forgiare la nostra percezione di quello spazio che definiamo realtà. Le parole, organizzate in discorsi contenuti in lunghissime scene di dialogo, sono il fulcro che muove la narrazione del regista che si confronta, ancora una volta, con Ingmar Bergman, uno dei suoi maestri conclamati, ma soprattutto con la tradizione che proviene dall'opera rohmeriana. Assayas si concentra sull'angolo di ripresa, usando il ritmo dialogico quale metronomo per cadenzare il montaggio tra campi e controcampi continui che insistono sui volti e sulle espressioni degli attori, perfetti nel riflettere sui loro volti la temperatura emotiva del film. Non si tratta di un solenne dramma da camera, quanto più evidentemente di una commedia umana, durante la quale Assayas riesce più volte a far ridere sfruttando le doti brillanti dei propri interpreti (su cui spiccano, in tal senso, Vincent Macaigne e Juliette Binoche). 

Alain (Guillame Canet), direttore di un'antica e prestigiosa casa editrice, si trova nella posizione di dover rifiutare per la prima volta un romanzo del suo amico scrittore Léonard (Macaigne). Un'altra questione angustia Alain, ossia il destino dell'editoria e, a tal proposito, ha assunto la giovane e agguerrita Laura (Christa Theret), sviluppatrice delle risorse digitali con la quale ha iniziato una relazione extraconiugale. Il privato dei personaggi emerge per mezzo delle loro interazioni, ma i discorsi vertono quasi sempre su questioni teoriche o pragmatiche sulle quali lungamente si è dibattuto negli ultimi anni, in termini spesso oppositivi.

La sapienza dell'Assayas-scrittore si palesa nell'efficacia con cui tiene le fila dei vari discorsi non chiudendoli asfitticamente all'interno delle singole sequenze, ma lasciandoli tracimare in quelle successive, ampliandosi di ulteriori elementi e punti di vista. Come l'autore, partiamo da un quesito basilare: la trasformazione digitale inaridirà la cultura o migliorerà la possibilità della sua fruizione? Per il personaggio di Laura non vi è dubbio che sia in atto un progresso, poiché la rivoluzione tecnologica e digitale lede le certezze, rimettendo in discussioni le fondamenta (e i dogmi) delle nostre società. Inevitabilmente tale macro-tema determina una serie di ulteriori linee speculative che si scontrano in battaglie dialettiche fino ad arrivare al cuore di una disputa assai contemporanea, ossia cosa vi sia di autentico, di reale nel mondo della post-verità. Se tutti si abbeverano alle fonti dell'informazione che più li soddisfa fabbricando da sé la loro visione del mondo, di vero e di verificabile rimane poco: e in questo processo di delegittimazione internet ha giocato un ruolo determinante. Nell'irrisolvibile controversia tra analogico e digitale ci si domanda se la digitalizzazione eliminerà definitivamente l'editoria tradizionale e se il supporto cartaceo scomparirà. Ma se il dado è - ormai - tratto, perché la vendita degli e-book non ha già cancellato il libro tradizionale? Di converso, il regista rinvia naturalmente al destino della Settima arte e della pellicola.

E, a proposito del cinema e dello storytelling in senso lato, Assayas ha più di una freccia al suo arco: il titolo internazionale del film è "Non-fiction" rimandando allo status di alcuni romanzi di grande successo che riscrivono fatti e vicende accaduti realmente. Léonard si premura di avvertire che i suoi romanzi non sono veramente autobiografici, benché lo siano: uno dei motivi per cui Alain non vuole pubblicare l'ultimo lavoro dell'amico riguarda la sua peculiarità di scendere nei dettagli intimi e sessuali delle relazioni che ha avuto, facendo ben poco per camuffare le identità delle partner femminili. In quanto narratore, Léonard è un egoista ladro di vite, perché sottrae agli altri l'eventualità di raccontare quella storia, ottenendo da essa la primogenitura letteraria; non diversamente la macchina da presa sostituisce il mondo con la proiezione della sua messa in scena. Chi darà, allora, voce a coloro i quali sono raccontati, sono filmati, sono, in tal senso, espropriati della loro realtà dalla creazione artistica? La democrazia digitale e la libertà del web potrebbero essere delle valide risposte, senonché siamo - come accennato - in piena era di post-verità e discernere il grado di purezza in una storia individuale potrebbe rivelarsi una pratica sciamanica.   

"Doubles vies" si attesta quale sopraffino documento che prova a fornire un sommario delle questioni ancora aperte sulla società contemporanea, grazie a uno sguardo d'insieme ironico e critico ma mai unidirezionale. Forse l'uomo di oggi non può affidarsi a nessuno, perché in una società liquida anche i rapporti e le sessualità scorrono fluidi. Rimane, come ultima àncora di salvataggio, il nostro corpo e il corpo di chi amiamo. Il cinema di Assayas, assorbita la riflessione sul doppio, sull'identità, sulle ambiguità del reale, cartografa lo spazio anonimo e informe del mondo contemporaneo: un mondo che ha già un duplicato di sé che ci scorre a fianco (o sotto, o sopra) finché, forse, non si sostituirà a esso. Non c'è rancore né terrore, forse solo un po' di nostalgia: Alain, in una scena, cita il bergmaniano "Luci d'inverno" dando voce ai pensieri del regista. Parafrasando la prospettiva sulla fede in Dio, Assayas pare affermare che, sebbene la logica dovrebbe farci propendere per l'accettazione del tramonto definitivo della civiltà del libro (e dei supporti fisici), egli si aggrappa alla fede in essi. E noi con lui.



Cast e credits

cast:
Guillaume Canet, Juliette Binoche, Vincent Macaigne, Christa Théret


regia:
Olivier Assayas


distribuzione:
I Wonder Pictures


durata:
108'


produzione:
CG Cinéma


sceneggiatura:
Olivier Assayas


fotografia:
Yorick Le Saux


montaggio:
Simon Jacquet


Trama
Un editore ha dei problemi con un suo scrittore di fiducia.