CAST & CREDITS

cast:
Tommy Lee Jones, Javier Bardem, Josh Brolin, Woody Harrelson, Kelly McDonald

regia:
Joel & Ethan Coen

distribuzione:
Miramax Films

durata:
122'

produzione:
Ethan Coen, Joel Coen, David Diliberto

sceneggiatura:
Joel Coen, Ethan Coen

fotografia:
Roger Deakins

montaggio:
Roderick Jaynes

musiche:
Carter Burwell

Non è un paese per vecchi | Recensione | Ondacinema

Non è un paese per vecchi

di Joel & Ethan Coen

drammatico, Usa (2007)

di Giancarlo Usai

Voto: 8.0
L'avidità umana darà avvio al massacro.
Sembra il punto di partenza di "Blood Simple" o di "Fargo", o anche de "L'uomo che non c'era". E così i fratelli Coen, dopo un paio di lavori non proprio indimenticabili, tornano alle origini, alle loro atmosfere preferite, ma soprattutto ai loro curiosi esperimenti sociologici, sulle tante conseguenze che la pura casualità può portare con sé negli equilibri dei rapporti umani. Ciò che stupisce è che stavolta, per la prima volta in carriera, il duo di Minneapolis scrive una sceneggiatura riadattando un romanzo di un autore noto, Cormac McCarthy, e per quanto il racconto originario fosse già fortemente nelle corde di Joel e Ethan, stupisce la loro abilità di piegare una storia pensata da altri alle proprie esigenze e peculiarità narrative.

Dalla neve di "Fargo" ci spostiamo nel deserto texano degli anni Ottanta. Il cacciatore Llewelyn (il finalmente protagonista assoluto Josh Brolin) s'imbatte per caso in una strage già avvenuta: cadaveri sparsi (persino quello di un cane), mosche che ronzano sui corpi e una valigetta con due milioni di dollari. Ovviamente se la porta via. Ecco l'evento che accende la miccia. Llewelyn entra in un vortice di accadimenti che non comprende, sa solo che è braccato, inseguito per via di tutti i soldi che ha arraffato. Ignora la ferocia dell'uomo che lo cerca: Anton Chigurh, uno psicopatico senza freni, che uccide sempre con la stessa espressione, con le scuse e le modalità più disparate. Da una parte il cacciatore che diventa preda, dall'altra un nemico che per quanto spaventoso non pare nemmeno umano. Nel mezzo, una serie di vittime, innocenti o meno, che si sono frapposte nel confronto tra i due. E poi c'è lo sceriffo della contea, un rincoglionito Tommy Lee Jones che, al pari della Frances McDormand incinta di "Fargo", sembra non capire quasi nulla della carneficina in corso fino all'ultimo.

Ancora una volta, la morte è un fatto come un altro. Non c'è nessun pathos o nessuna sofferenza nel metterla in scena. In un vortice umano in cui tanti personaggi giocano la loro partita, quello che importa è mostrare come sia difficile prevedere gli effetti di un'azione. Da una leggerezza, da una distrazione o tentazione, può scatenarsi l'apocalisse. Ognuno vivrà l'esplosione di violenza in modo diverso: Llewelyn con l'occhio sconvolto di chi non immagina che tutto possa realmente accadere; Anton (cui Javier Bardem dà la forma di un killer difficilmente eguagliabile in futuro) con l'impassibilità di chi è assuefatto al sangue; lo sceriffo Ed Tom (le cui parole che riassumono il senso del titolo chiuderanno il cerchio) con il disincanto di chi ha conosciuto tempi migliori e "non può fermare ciò che sta arrivando".

"Non è un paese per vecchi" è un grande film. E lo è in primo luogo per la riconfermata vena letteraria dei Coen. Le intuizioni di sceneggiatura sono brillanti come ai bei tempi, l'abilità di lavorare a un cinema a tema, senza perdere il gusto del divertimento metalinguistico, è ammirevole. Certo, i tempi sono passati e anche loro ne prendono atto. Nonostante i temi portanti che richiamano tutta la loro precedente filmografia, quest'ultimo lavoro ha in sé anche una dose di realismo, di crudele osservazione della società umana, che lo rende molto meno ironico dei suoi predecessori. Non c'è musica, il montaggio cambia direzione, passando a uno stile molto più classico, la regia stessa rimane più prudente, senza quelle celebri impennate virtuosistiche capaci di rendere esilarante qualsiasi scena.
Ma non è neanche vero che i fratelli hanno perso completamente il loro gusto del beffardo. Chi vedrà il film, se ama la situazione tipica da black comedy o da grottesco, sghignazzerà più volte: sia per certi dialoghi improbabili inseriti ad arte per alleggerire la narrazione, sia per le dinamiche degli omicidi, da sempre terreno amato dai Coen per trasformare il dramma in farsa e prendersi gioco di spettatori e critici troppo seriosi.

Quello che possiamo dire con una certa sicurezza è la maturità e solidità dell'opera: dopo la vacanza hollywoodiana di "Prima ti sposo poi ti rovino" e il malriuscito remake "Ladykillers", gli autori riprendono il coraggio di osare. La violenza inaudita di molte scene (per la prima volta si guadagnano pure in Italia il vietato ai minori di 14 anni) viene quasi messa in scena con la rabbia di chi vuole dimostrare di essere ancora nel pieno del proprio talento. Siamo forse a un livello leggermente inferiore ai loro capolavori più riusciti ("Il grande Lebowski", "L'uomo che non c'era"), ma per via di difetti che si possono anche perdonare. C'è in effetti un certo appesantimento nel raccontare gli ultimi scampoli di film: quando il noir lascia spazio alla morale di chiusura, con cui i Coen non hanno la stessa confidenza, le battute si fanno più impacciate e l'azione langue eccessivamente in attesa di un ultimo guizzo che alla fine non arriva.
Forse era meglio tagliare prima e terminare col banalissimo e sensatissimo dialogo tra i due vecchi sceriffi sui tempi che cambiano e sul fatto che ormai quello lì non sia più un paese per vecchi.