CAST & CREDITS

cast:
Clint Eastwood, Amy Adams, Justin Timberlake, John Goodman, Matthew Lillard, Chelcie Ross, Raymond Anthony Thomas, Ed Lauter, Carla Fisher, George Wyner, Bob Gunton, Scott Eastwood

regia:
Robert Lorenz

distribuzione:
Warner Bros Pictures

durata:
111'

produzione:
Warner Bros Pictures, Malpaso Productions

sceneggiatura:
Randy Brown

fotografia:
Tom Stern

scenografie:
James J. Murakami

montaggio:
Joel Cox, Gary Roach

musiche:
Marco Beltrami

Di nuovo in gioco | Recensione | Ondacinema

Di nuovo in gioco

di Robert Lorenz

drammatico, Usa (2012)

di Lorenzo Taddei

Voto: 6.0

La prima volta che Robert Lorenz ha collaborato con Clint Eastwood risale al 1995, come assistente alla regia ne "I ponti di Madison County". Da allora i due hanno spesso lavorato insieme, Lorenz è diventato un prolifico produttore e con la sua "Malpaso Productions" ha contribuito alla realizzazione di gran parte dei film di Eastwood dell'ultimo decennio: "Debito di sangue" (2002), "Mystic River" (2003) e "Million Dollar Baby" (2004) tre film in cui Lorenz è stato anche assistente alla regia;  "Lettere da Iwo Jima" (2006), "Flags Of Our Fathers" (2006), "Changeling" (2008), "Gran Torino" (2008), "Invictus" (2009), "Hereafter" (2010) e "J. Edgar" (2011).

L'esordio alla regia di Lorenz quindi non poteva che avere Eastwood come protagonista, peraltro in un ruolo cucito addosso al vecchio Clint. E il film non poteva che ispirarsi allo stile di Eastwood, alla tecnica quanto alla poetica e alle tematiche affrontate.
L'allievo però non supera il maestro, tantomeno gli si avvicina. A voler esser buoni si può parlare di un tributo, a esserlo meno, di una specie di esperimento, o di un gioco fra amici.

"Di nuovo in gioco" è l'opposto de "L'arte di vincere" di Bennett Miller.
Nel film di Miller è attraverso un software che si crea la squadra perfetta.
In quello di Lorenz invece, la scienza tecnologica soccombe al taccuino, all'esperienza sul campo, all'intuizione. Ci sarebbero i presupposti - e forse proprio questa era l'intenzione - per fare un altro film che prenda il baseball solo a pretesto per affondare nelle dinamiche umane (è il caso di Bennett). Ma invece la sceneggiatura è debole, a tratti interlocutoria e per il resto prevedibile. Tutti i personaggi agiscono o reagiscono senza mai uscire dallo stereotipo, senza mai "sbandare", ma rispondendo a una sorta di dovere esistenziale. Bisogna riconoscere a Lorenz di aver controllato il dosaggio, questo sì. Di non aver calcato troppo la mano sulle ovvietà, ma di averle come messe in fila, dichiarandosi fin da subito e chiudendo infine il cerchio aperto con lo spoiler contenuto nel titolo ("Trouble With The Curve").

L'impianto narrativo si articola su due livelli.
Gus Lobel (Clint Eastwood) è un vecchio scopritore di talenti,  ma gli Atlanta Braves sono sul punto di pensionarlo, per far spazio al giovane manager Sanderson (Matthew Lillard) e al suo infallibile software. Gus sta perdendo la vista ma il suo orgoglio è troppo grande per poterlo ammettere. L'unica persona che può costringerlo a farsi aiutare è forse l'unica persona al mondo che conosce il baseball quanto lui: sua figlia Mickey (Amy Adams, nomination all'Oscar per "The Fighter"). Così Pete (John Goodman), amico e collega di vecchia data di Gus, mette al corrente Mickey e lei rinuncia alla sua occasione di carriera, prende il primo aereo e raggiunge il padre a bordo campo.

A un altro livello invece la sceneggiatura si concentra - o vorrebbe concentrarsi - sul rapporto padre-figlia.
Dopo la morte della moglie Gus si era portato la figlia in giro per gli Stati Uniti, una partita di baseball dietro l'altra. Poi un giorno decide di lasciarla agli zii, per evitarle una vita come la sua, perché incapace di crescerla da solo. Il passato, con le sue verità obliate, è ciò che Gus deve accettare per potersi perdonare. E per potere liberare sua figlia.
Resta molta perplessità su Flanaghan (Justin Timberlake), ex lanciatore dal braccio esplosivo, apprendista scout e corteggiatore di Mickey. Un personaggio che non incide sulla storia se non come specchio del cambiamento di Mickey, finalmente aperta a lasciarsi coinvolgere da un altro uomo. Scelto forse per la sua aria da bravo ragazzo, Timberlake non fa presa neanche un po' sull'immaginario: una volta preso atto della sua presenza, ce ne scordiamo, finché proprio quando eravamo convinti di essercene liberati, eccolo che - c'era da scommetterci - ricompare in bella posa.

Gus Eastwood ricorda molto l'ex marine di Gran Torino, o l'allenatore di Million Dollar Baby, personaggi entrambi soli e perduti, che portano sulla schiena il peso del passato e la certezza che il presente non possa cambiare. Purtroppo il film non è all'altezza del suo protagonista.
Non bastano neppure due generazioni di Eastwood (Billy Clark è Scott Eastwood) a renderlo qualcosa di più che un film appena godibile.