CAST & CREDITS

cast:
Charlotte Gainsbourg, Stacy Martin, Stellan Skarsgard, Christian Slater, Uma Thurman, Willem Dafoe, Shia LaBeouf

regia:
Lars Von Trier

distribuzione:
Good Films

durata:
120'

produzione:
Zentropa, Les Films du Losange

sceneggiatura:
Lars Von Trier

fotografia:
Manuel Alberto Claro

scenografie:
Simone Grau

montaggio:
Molly Marlene Stensgaard

costumi:
Manon Rasmussen

Nymphomaniac - Volume 1 | Recensione | Ondacinema

Nymphomaniac - Volume 1

di Lars Von Trier

drammatico, erotico, Danimarca/Germania/Belgio/Regno Unito (2014)

di Matteo De Simei

Voto: 7.0

La pesca di Lars
Alla fine, nel bene o nel male, l'esca di Lars Von Trier ha catturato i suoi pesci. Le dichiarazioni shock all'ultima rassegna a Cannes, i suoi tormenti in relazione al male oscuro, la fama di cineasta d'autore dalla morale sprezzante e dallo sperimentalismo senza limiti. Ora anche il lungometraggio "porno". L'uscita di "Nymphomaniac", difatti, non fa altro che estendere la scia mediatica in relazione al suo nome: la massiccia campagna di marketing, le polemiche sulla scabrosità dell'opera e la conseguente suddivisione in due versioni, una soft da quattro ore, l'altra integrale da più di cinque ore (visionata per ora solamente a Berlino), il curioso caso della distribuzione italiana che lo bandisce, con tanto di petizioni online per portare il film anche nelle sale del nostro paese. È la Good Films ad acquisire la pellicola, avvertendo da subito lo spettatore che quella che ci si appresterà a vedere sarà "la versione tagliata e censurata di Nymphomaniac. Lars Von Trier l'ha autorizzata, ma non ha partecipato alla sua realizzazione". Non solo, il film è distribuito in due parti (volume 1 e 2) per favorire la fruizione dell'opera. La seconda parte uscirà nelle sale il prossimo 24 aprile.
Inutile nasconderlo, Lars Von Trier è ancor prima di un cineasta dalle innegabili doti, uno stratega e un comunicatore di massa formidabile. Autore dall'egotismo esasperato, pronto a schernire e a mettere in difficoltà pubblico e critica. E la pesca di Lars è appena cominciata...

La ricerca dell'infelicità
Stanley Kubrick introduceva uno sfondo rosso sangue prima dei titoli di testa di "Arancia meccanica", il Gus Van Sant di "Gerry" ostentava invece un blu che, sulle note di liquefatte di Arvo Pärt, filtrava naturalismo e solitudine. Lars Von Trier sceglie la sintesi estrema del nero. L'ouverture rappresenta in molti casi il punto prominente per immergersi in un'opera, sicuramente è un caposaldo saliente del "dogma" vontrieriano: in "Antichrist" il fulgido bianco e nero accompagnato dal "lascia ch'io pianga" di Händel, in "Melancholia" i tableau vivant sulle note del "Tristano e Isotta" di Wagner (se vogliamo, compendio dell'intera pellicola in soli otto minuti). Il nero di "Nymphomaniac" è il preludio al lungo racconto di Joe, "ninfomane" e "pessimo essere umano" per sua stessa ammissione, evoluzione del personaggio di Bess ne "Le onde del destino" nella sua latente ribellione sessuale. Il destinatario del racconto è il maturo professor Seligman, l'uomo di origine ebraica che l'ha letteralmente raccolta dalla strada. I vividi flashback della donna, raggruppati da Von Trier in cinque capitoli, fanno da contraltare al prolungato dialogo tra i due, sullo sfondo dell'abitazione scarna e spoglia dell'uomo e in un clima di stretta intimità che sembra ricondurre al teatro kammerspiel.
Nel primo capitolo ("La pescatrice esperta"), Joe ripercorre la sua infanzia, ci presenta la sua famiglia composta dal padre medico, persona dolce e premurosa, e dalla madre egoista e assente. La vita di Joe subisce una svolta sin dalla tenerissima età in seguito alla scoperta del sesso. Con l'adolescenza nasce in lei il bisogno di perdere la verginità e, in seguito, di avere compulsivi rapporti sessuali con degli sconosciuti. Come nel significativo racconto della "competizione" in treno tra lei e l'amica B, filmato da Von Trier con un cinismo a tratti perfido e a tratti burlesco. La visionarietà egocentrica dell'autore è spiazzante (i rimandi continui alla pesca di fiume) così come i bizzarri capricci delle sovrimpressioni e delle metafore filmate (i numeri e il sacco di patate durante il primo amplesso di Joe).
Nel secondo capitolo ("Jerome") il regista ha l'occasione per approfondire la sinergica relazione tra caos e caso, tra il disordine mentale che regna nella protagonista e il destino che lega gli elementi del puzzle (le foto strappate e ricomposte ma anche i continui incontri col ragazzo, i suoi dettagli). In Joe, caos e caso confluiscono in Jerome. La ragazza non riesce ad accettare che "l'ingrediente segreto del sesso sia l'amore", pensa piuttosto che l'amore stesso sia solo "lussuria con un pizzico di gelosia". Pur essendo attratta da Jerome, Joe lascia attecchire la negazione dell'amore e continua sprezzante a mantenere i contatti con un vasto numero di amanti.
Nel terzo capitolo ("La signora H") Von Trier attenua la sua indole sbeffeggiatrice e si sofferma sull'egoismo della ragazza con piglio grave, pur non rinunciando al grottesco. Joe è responsabile di aver distrutto una famiglia con tanto di prole al seguito (l'incursione di Uma Thurman è da applausi). Eppure la coscienza di Joe è inscalfibile. Dopo tutto, "non si fa una frittata senza rompere qualche uovo". La solitudine, il disagio esistenziale inducono la ragazza a concedere il suo corpo, unica valvola di sfogo alla totale assenza di emozioni e all'infelicità. Reiterati, a tratti forzati, sono i rimandi di Von Trier alla sessualità in chiave psicoanalitica (la forchetta da dessert).
Un passo tratto da "La caduta della casa degli Usher" e un bianco e nero dal contrasto profondo ci conducono al quarto capitolo ("Delirio") nel quale Joe si appresta a raggiungere il capezzale del padre morente. Anche di fronte al terrore della morte, Joe scopre di trovare nell'amplesso l'unica via di fuga. Per Von Trier l'accostamento tra il terrore/gotico di Poe e l'ospedale è un inequivocabile rimando autobiografico e parallelamente il momento in cui vengono scorte le angosce descritte nelle due pellicole precedenti.
Nel quinto capitolo ("La scuola di organo") Joe descrive il raggiungimento del suo equilibrio sessuale basandosi sul concetto di "polifonia" (sulla base del "cantus firmus" espostole dal professor Seligman), in seguito all'ascolto del preludio corale di Bach. Tre voci, ciascuna con il suo carattere, concorrono a realizzare l'armonia: l'irruenza virile (il ghepardo), la delicatezza e lo zelo (chiaro riferimento paterno), infine Jerome, la prova di come anche Joe debba alla fine sciogliersi di fronte al fatto che "l'ingrediente segreto dell'amore sia il sesso". Ma è solo un'illusione che dura pochi istanti...

A proposito del porno
"Nymphomaniac" rappresenta, se vogliamo, l'ennesima trappola tesa da Von Trier nei confronti del pubblico. Era già successo con l'horror in "Antichrist" e la fantascienza apocalittica in "Melancholia" (ma il gioco sui generi potrebbe proseguire a ritroso col musical in "Dancer in The Dark" o col melodramma ne "Le onde del destino"). Ora il porno in "Nymphomaniac". Definizioni non solo riduttive, ma addirittura fuorvianti per descrivere la Weltanschauung del cineasta danese. Sembra quasi che, in preda a un meccanismo di autodifesa da critica e pubblico, Von Trier occulti la reale natura del progetto (nella depressione la realtà è distorta e occultata dalle proprie nevrosi), instradandolo su un altro versante, fino a svelarne il segreto solamente a visione in corso. Nel caso di "Nymphomaniac", la tagline che capeggia sulla locandina, "Forget about love", è davvero la porta di accesso all'opera, ma l'interpretazione della frase non è sicuramente da attribuire al porno.
L'ultimo lavoro del "masturbatore dello schermo", come egli stesso si è più volte autodefinito (e mai epiteto è più calzante come in questo caso) rappresenta allora l'acme di una condizione umana amorale (più volte Joe, racconta le sue storie al fine di raccogliere una morale) e anaffettiva (sulla falsariga di "Ultimo tango a Parigi" e "Eyes Wide Shut"), dove il sesso in Joe si sprigiona come nello stesso meccanismo di autodifesa di cui sopra e si dipana con coerenza lungo l'intero incedere del film (come in "Melancholia", quando il personaggio interpretato dalla Dunst ha un rapporto sessuale con uno sconosciuto su un campo da golf poche ore dopo il matrimonio in risposta alla progressiva depressione in cui sta andando incontro).
Von Trier non si esime da riflessioni sulla natura (le foglie, gli alberi), sulla poesia (il tramonto), sulla letteratura (Poe), sulla musica (Bach), addirittura sulla matematica (l'ossessione del regista per la successione di Fibonacci, già oggetto di mania per Aronofsky in "Pi greco") con esiti, il più delle volte, non troppo convincenti (compaiono anche una sequela di galassie malickiane!). Ma questi spunti, così come le parentesi goliardiche e grottesche del regista, possono solamente limare di poco il senso di malessere generale che si respira, fino alla dolorosa consapevolezza che neanche la ninfomania può curare il male oscuro della nostra psiche ("non sento niente, non sento più niente..."). Volgarità e misoginia vengono frenate dal disagio della malattia, proprio come accade in "Shame" di McQueen. E se le scene di nudo integrale e dei rapporti sessuali erano ne "La vita di Adele" una prova tangibile di un tuffo nel cuore vissuto da una adolescente, in "Nymphomaniac" rappresentano piuttosto un tuffo nella psiche profonda dell'essere umano.
Dal punto di vista tecnico-formale Von Trier conferma le sue grandi doti da avanguardista attraverso quelli che sono i punti cardine del suo repertorio: cinepresa dinamica, sovrimpressioni, split screen, bianco e nero, suddivisione del racconto in capitoli e soprattutto la grande padronanza nel saper cogliere il massimo dagli attori sul set (mirabile l'esordio della giovanissima Stacy Martin).
Per quanto possa essere difficile valutare un'opera nella sua non interezza, la sensazione è che Lars Von Trier abbia saputo schernire come suo solito lo spettatore, mantenendo costante il suo numero di estimatori e detrattori. Ma nell'alienazione, nell'insensibilità e nell'opacità emozionale che "Nymphomaniac" trasmette, c'è tutta la coerenza di un regista dall'egotismo innato, che riesce a trovare nel cinema, così come nella realtà, nuovi e sorprendenti appigli ermeneutici su cui soffermarsi. "Nymphomaniac" è un'opera che va necessariamente lasciata sedimentare, in attesa della rivelazione epifanica della sua seconda parte.