CAST & CREDITS

cast:
Karen Gilliam, Brenton Thwaites, Katee Sackhoff, James Lafferty, Rory Cochrane, Annalise Basso, Garrett Ryan, Miguel Sandoval

regia:
Mike Flanagan

distribuzione:
M2 Pictures

durata:
105'

produzione:
Intrepid Pictures, Blumhouse Productions, WWE Studios

sceneggiatura:
Mike Flanagan, Jeff Howard

fotografia:
Michael Fimognari

montaggio:
Mike Flanagan

Oculus - Il riflesso del male | Recensione | Ondacinema

Oculus - Il riflesso del male

di Mike Flanagan

horror, Usa (2013)

di Francesca d'Ettorre

Voto: 7.0
In origine, un corto, "Oculus: Chapter 3 - The Man with the Plan", poi rimodulato a idea di partenza per un lungometraggio, "Oculus - Il riflesso del male", ascrivibile al filone soprannaturale dell'horror. Presentato nell'Aprile del 2013 al Toronto Film Festival, ha centrato un buon risultato al box office americano.

Tim e Kaylie Russell sono due fratelli dal passato oscuro; dieci anni prima i loro genitori sono stati assassinati e il responsabile dell'accaduto sembra essere proprio Tim che, pertanto, ha visto aprirsi le porte del manicomio criminale. La sorella, però, crede alla sua innocenza, rintracciando la causa di tutto in uno specchio maledetto fulcro di efferatezze seriali.

La suggestione principale del film, la casa infestata - e arredata dall'antico specchio accentratore di istinti mortiferi per chi ne è a contatto - non è certo una novità nel panorama cinematografico e ha la sua espressione massima in "Shining", sovrappiù è appena del 2013 una declinazione più attuale in "L'evocazione - The Conjuring" (o "Sinister", la casa di produzione è la stessa di "Oculus"). Sicché si potrebbe dedurre che il lavoro di Mike Flanagan - l'abbiamo già conosciuto attraverso "Absentia" - sia una pigra reiterazione di stilemi, in un genere che sovente riproduce se stesso in maniera bulimica. Ma, come suggerisce il franchise, spesso vediamo ciò che vogliamo vedere.

Il film, invero, mostra subito la sua pelle, quella di un'opera senza fronzoli e pretese effettistiche, di chi non punta il piede sull'acceleratore visivo, il CGI, ma affina la suspense attraverso la tecnica cinematografica; dove la tensione è un mood claustrofobico, anziché avanguardia tecnologica. E se un parallelismo va fatto, è con la manipolazione narrativa di Alexander Aja in  "Alta tensione": nonostante lo scarto in termini di gore tra i due film, in entrambi la realtà è un'idea permeabile all'apparenza. Senza la necessità di ricorrere a barocchismi dark, pur di prestare coerenza al genere, il regista preferisce il minimalismo di una messa in scena efficace per morbosità: girare in interni fa sì che le pareti domestiche assurgano a trappola asfissiante. E per sovrapporre i livelli narrativi presente-passato l'autore utilizza tutto il suo estro - e l'esperienza passata - di montatore.

Dunque, nel complesso, e alla luce dell'offerta di genere media non esaltante, "Oculus" appare come una scommessa vinta, nonostante la trasposizione dal cortometraggio abbia comunque influenzato la fluidità dell'opera. Acquista valore positivo soprattutto l'uso dello specchio che, lungi dall'essere un mero escamotage di genere, avvalora una funzione simbolico-narrativa. La stessa che, con risultanti diverse e sacrosante proporzioni, muoveva le istanze bergmaniane.

Lo specchio, dunque. La sua capacità di riflettere e moltiplicare ha sempre stimolato l'immaginario umano trasversalmente. L'immagine riflessa, per estensione, è diventata la nostra identità, ciò che vediamo è ciò che è. O, al contrario, il doppio; un altro "io", il lato oscuro dietro la stessa fisiognomica. E come accade per Kaylie, lo specchio restituisce la nostra percezione. Da un lato ci rassicura, dall'altro accarezza i nostri incubi.